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 2026  maggio 05 Martedì calendario

Storia della schedina del Totocalcio

Era un 5 maggio, ottanta anni fa. Lei fu, la schedina. L’Italia era uscita dalla guerra, tra le macerie di quel 1946 era fiorita un’idea destinata a cambiare il costume di milioni di persone, prendeva contorno un rito laico tra i più gioiosi del Novecento, maturava nell’indifferenza – ebbene sì – un sogno collettivo destinato a accompagnare più generazioni lungo quel crinale che marca i destini dei sognatori dilettanti e dei visionari più feroci, quello di chi deve indovinare come andrà a finire qualsiasi cosa, nel caso specifico una partita di calcio.
Dall’123 al mitico 1X2
L’inventore della schedina – si chiamava Massimo Della Pergola ed ebbe una vita da romanzo – raccontò che per indicare aveva pensato inizialmente alla pulizia dell’1-2-3 gli era sembrato, parole sue, “bambinesco”, allora aveva dirottato i neuroni verso il semplice A-B-C ma gli era suonato “scolastico”. Non ne veniva a capo. Aveva un’idea, ma non riusciva a dargli forma. Una notte ebbe l’illuminazione: 1 per la vittoria della squadra di casa, 2 per quella degli ospiti e X per il pareggio. 1-X-2, confidate nell’azzardo, dite una preghiera al dio del gioco e andate in pace.
La prima schedina SISAL
La prima schedina SISAL (sigla che stava per Sport Italia Società a Responsabilità Limitata, ma la R di Responsabilità venne tolta per una questione cacofonica) costava trenta lire, quanto tre biglietti del tram, e premiava l’11 e il 12 (il 13 ebbe cittadinanza solo l’anno successivo). Uscì il 5 maggio 1946, in cinque milioni di copie, così avevano deciso Delle Pargola e i suoi soci, stima decretata con un sorprendente ottimismo riferibile al momento di rinascita che aveva coinvolto gli italiani. Fu un fiasco totale. Le giocate furono poco più di trentamila. I milioni di tagliandi non utilizzati vennero riciclati dai barbieri di tutta Italia, per un uso più prosaico: pulire i rasoi. Se fosse stato un programma televisivo, oggi sarebbe stato cancellato immediatamente.
Il pareggio tra Padova e Vigevano
Il primo montepremi era di 463.846 lire, un bel malloppo. Lo vinse l’uomo che riuscì ad indovinare tutti e 12 i risultati, da Inter-Juventus 1 a Padova-Vigevano X fino a Legnano-Novara 2, tale Emilio Blasetti, un milanese che lavorava in una ditta farmaceutica. Non è dato a sapersi se poi il Blasetti cambiò vita, mise i soldi in banca o magari optò per una Candy 50, la prima lavabiancheria italiana messa sul mercato proprio quell’anno.
Il sogno proibito degli italiani
Nonostante il fallimentare primo vagito, la schedina rimase nel nostro palinsesto. E un anno dopo la prima uscita cominciò ad attecchire tra le abitudini settimanali degli italiani, grazie anche alla decisione, all’epoca impopolare, dell’illuminato presidente del Coni, Giulio Onesti, che ottenne la gestione diretta del concorso e negli anni trasformò il Totocalcio nel volano del finanziamento dello sport italiano. “Fare 13 al Totocalcio” si manifestò, a partire da quegli anni, come il sogno mostruosamente proibito di un popolo, tra operai e colletti bianchi, padri e figli, uomini e donne, tifosi e non, che cominciava ad avere qualche soldo in tasca e poteva persino spendere una manciata di speranza nel più innocente dei giochi. “La Figlia”, “Lo Spoglio”, “La Matrice”, ovvero le tre parti della schedina, divennero nomi familiari nelle case italiane.
La prima grande vincita di un minatore sardo
La prima vincita con sei zeri fu quella di un minatore sardo, Giovanni Mannu, che nel febbraio del 1950 intascò 77 milioni di lire e raccontò di sentirsi finalmente libero di fare quello che voleva. Alla libertà pensava anche il citato Massimo della Pergola, il giornalista ebreo che immaginò la schedina tra le brande del campo di internamento svizzero a Pont de la Monge, in Svizzera, dove, perseguitato dalle leggi razziali e costretto a lasciare la sua città, Trieste – aveva trovato temporaneo riparo, coltivando in prigionia il più inatteso dei sogni.