repubblica.it, 5 maggio 2026
Roberto Savi a Belve: “Dietro di noi c’erano i servizi”
Dal carcere di Bollate, il capo della banda della Uno Bianca Roberto Savi concede un’intervista a Francesca Fagnani per Belve Crime. E rivela, o quantomeno fa intendere chiaramente, nelle anticipazioni del programma in onda stasera alle 21.20 su Rai2, la “manina” degli “apparati” dietro le azioni della banda che ha seminato terrore e morte – 24 morti – tra il 1987 e il 1994 in Emilia-Romagna e nelle Marche.
Savi incalzato da Fagnani rilegge l’omicidio nell’armeria di via Volturno, a Bologna, il 2 maggio del 1991, in cui furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e il suo collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo. E afferma che non si trattò di una rapina, come invece stabilito dalle sentenze: “Ma va la, la rapina… Chi va a rapinare pistole? Non avevamo nient’altro che pistole in quella casa” è la rilevazione di Savi.
“Qual era il motivo?”, chiede Fagnani. “Lui era ex dei servizi particolari dei Carabinieri. Volevano una scusa, farlo fuori in qualche maniera. Che scusa prendiamo?” svela Savi.
Savi ammette anche che quella è stata una delle azioni che alla banda veniva chiesta dagli “apparati”. “Ogni tanto venivamo chiamati: “Facciamo così, e facevamo così”, racconta l’ex poliziotto. “Com’è stato possibile?” affonda ancora Fagnani, “che per sette anni siete andati avanti senza essere scoperti? Come mai non vi hanno preso? Non le sembrava strano?”.
“Un po’ sì”, risponde Savi. “C’è stata una copertura della rete investigativa?”, incalza la giornalista. E il criminale rivela: “Sono subentrati personaggi non delinquenti che ci hanno garantito protezione. Ci sentivamo sicuri di muoverci”, racconta, aggiungendo un importante dettaglio legato alla sua frequente presenza a Roma in quegli anni: “Tutte le settimane, passavo due o tre giorni a Roma”.
“Con chi parlava?”, incalza Fagnani. “Eh, con chi parlavo…”, risponde Savi. “Andavo giù per parlare con loro”. “Loro chi? I Servizi?”, chiede la giornalista. “Ma sì (…) Insomma, quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere”.
La nuova indagine
La procura di Bologna continua a indagare, dopo un primo fascicolo aperto cinque anni fa, cercando di acquisire nuovi elementi capaci di aggiungere dei tasselli di verità ai misteri che ancora avvolgono la Uno Bianca. L’avvocato Alessandro Gamberini, nel 2023, presenta un esposto per chiedere, cosa che avverrà, la riapertura delle indagini. Secondo la memoria delle parti civili “non si è trattato solo di una banda di rapinatori sanguinari, ma di terroristi, il cui obiettivo era in primo luogo spargere panico nella popolazione”.
Uno dei nodi dell’inchiesta bis è la cosiddetta “vicenda Macauda”, ossia il ruolo avuto dall’ex carabiniere nel contesto del duplice assassinio dei suoi colleghi Cataldo Stasi e Umberto Erriu, del 20 aprile del 1988 a Castel Maggiore. E tra gli agguati sui quali la nuova inchiesta intende fare luce c’è anche l’assalto all’armeria.
Roberto Savi, l’arresto 32 anni fa
Roberto Savi era un agente in servizio effettivo alla squadra volanti della polizia di Bologna. E in questura fu arrestato il 22 novembre del 1994. Nei giorni successivi vennero arrestati anche gli altri componenti della banda, i due fratelli di Roberto, Fabio e Alberto, anche lui poliziotto ma a Rimini. E a seguire anche gli altri componenti, i tre poliziotti, Marino Occhipinti, Pietro Gugliotta e Luca Vallicelli.
Nel 1996 Roberto Savi e i fratelli furono condannati all’ergastolo. Per tre volte il killer della Uno Bianca ha chiesto la grazia (rigettata) suscitando le polemiche e le reazioni durissime dei famigliari delle vittime.