repubblica.it, 5 maggio 2026
Polonara parla del suo addio alla pallacanestro
Un post nella notte per dire che il sogno di tornare a giocare a pallacanestro non si realizzerà. «L’ho scritto di getto, non lo sapeva nemmeno mia moglie», racconta Achille Polonara che sui social lunedì sera aveva annunciato il ritiro dalla pallacanestro. «Ci ho provato, ma capisco che è il momento di dire basta al basket giocato perché non sarò più il giocatore di prima», aveva scritto. E via a una raffica di messaggi di affetto, stima, ricordi, da ex compagni e tifosi incontrati in 18 anni di carriera dal cestista 35enne la cui vita e carriera furono nel giugno 2025 travolte dalla diagnosi di leucemia mieloide.
Un periodo di cure a Valencia, un precontratto con la Dinamo Sassari in attesa di essere in grado di poter giocare, dunque il trapianto di midollo al Sant’Orsola di Bologna, dove a ottobre andò in coma dopo una trombosi effetto collaterale dei trattamenti.
Poi il risveglio, e ad aprile Polonara, che al momento vive a Battipaglia, città natale della moglie Erika Bufano, aveva ripreso ad allenarsi nel campo della Avellino Basket, che gli ha messo a disposizione palasport e preparatori. Lo spiraglio per tornare in campo, ma ora, dice Polonara, «ho capito che accanirsi sarebbe inutile e rischioso per la salute: in campo ho avuto una bella carriera e ne sono felice, ma ci sarà ancora basket nel mio futuro».
Polonara, come ha capito che questa era ormai la decisione da prendere?
«Da quando ho iniziato ad allenarmi, prima in palestra coi pesi e poi riprendendo la palla in mano, ho capito che il lavoro da fare era tanto e lungo e che il giocatore di prima non lo sarei stato mai più. Nel corso della mia carriera ho sempre pensato che avrei voluto smettere in un buon momento, lasciando un bel ricordo di me giocatore e non quello di uno che si vuole ostinare a tutti i costi a non lasciare. Non voglio la gente pensi questo, e poi se mi sono fermato non è stato per un infortunio alla caviglia e tornare sarebbe stato prendermi un rischio per la salute. Accanirsi non aveva senso».
In questi mesi ha detto di sentirsi ancora giocatore, quanto le pesa vedere sfumare il sogno?
«Ci speravo tanto e ci ho provato fino all’ultimo a non dire basta a uno sport che è stata la mia vita, ma non valeva più la pena di rischiare, la saluta conta di più. L’ultimo mese sono andato ogni giorno ad Avellino per allenarmi, a 45 minuti di macchina da dove vivo. Lavoravo da solo, prima o dopo la squadra, in gruppo non ho mai fatto nulla, ma ci tenevo moltissimo e Avellino è stata molto generosa a mettersi a disposizione per aiutarmi a ritrovare la forma. Ma vedevo che i risultati in campo non erano quelli che speravo, anche solo a palleggiare con la mano destra che era stata quella più intaccata dal coma faccio tanta fatica, troppa. Niente, è andata così. Non ho nemmeno più vent’anni, avrei comunque giocato solo un altro paio di stagioni e poi smesso, quindi va bene così, dai».
Con tutto quello che ha dovuto affrontare e ha superato, riesce a non pensare a quel che le è stato tolto dalla malattia?
«Quella è arrivata e non ci puoi fare niente: la accetti, sono cose che non dipendono da noi e vai avanti. L’aspetto mentale conta molto, ora vedrò cosa fare. Questa settimana Avellino inizia i playoff di A2 con la Fortitudo e li seguirò. Forse le partite in Campania, a Bologna invece andrò lunedì perché martedì ho delle visite di controllo».
Fuori dal campo, vede ancora il basket nel suo futuro?
«Sono contento della mia carriera e so che mi mancherà, ho fatto l’annuncio del ritiro alla sera e stamattina già avevo voglia di prendere la palla in mano. E quindi sì, vorrei restare nel mondo del basket, anche se non ho ancora pensato con che ruolo».
Immaginiamo intanto la quantità di messaggi ricevuti in queste ore, e i ricordi generati…
«Tanti, e inevitabilmente mi fanno ripensare alla mia carriera. Mi scrivono da Reggio e mi vengono in mente le partite giocate lì, dall’Efes e penso a quella fase. I ricordi migliori sono forse in azzurro, quelle Olimpiadi di Tokyo resteranno un’esperienza unica, a partire dal torneo di Belgrado del 2021 dove nessuno credeva in noi e abbiamo fatto l’impresa. Tra gli allenatori, sicuramente Pozzecco è tra i più importanti, poi Ramagli che mi diede fiducia a Teramo, Capobianco che mi ha fatto esordire in A, ne ho avuti tanti e ognuno mi ha insegnato cose e fatto crescere. Tutte queste memorie mi servono a capire che ho fatto una bella carriera, che mi rende felice a prescindere che si sia interrotta prima del previsto. E ciò lo rende un dispiacere affrontabile».
Quanti compagni della sua carriera può oggi chiamare amici?
«Non tanti, ma ci sono. Ad esempio Spissu, Pajola, Visconti. E Belinelli: assieme abbiamo giocato bellissime stagioni e mi hanno fatto molto piacere i suoi messaggi immediati dopo un post che ha spiazzato tutti e di cui non sapeva nulla neppure mia moglie. Mi ha detto che è stato felice di avermi accanto come compagno. Anni in cui siamo diventati amici veri, il ragazzo che mi è stato più vicino anche durante il coma».
Nel suo post, ringraziava anche chi nel corso degli anni l’ha insultata…
«Tutti ci diciamo “i commenti social non li devi leggere, non ci pensare”, ma alla fine lo fai, è inevitabile. E gli insulti li noti più delle cose positive. Mi ricordo l’estate del Mondiale nelle Filippine, un torneo giocato sottotono, in cui tanti mi auguravano anche cose molto brutte a me e alla mia famiglia. Ma quelle offese io le ho sempre prese come una motivazione in più».
Con la sua famiglia vi siete spostati tanto, ora vi stabilirete?
«Non abbiamo una casa fissa al momento. Per ora siamo a Battipaglia, poi ci organizzeremo».