la Repubblica, 5 maggio 2026
Intervista a Michele Riondino
Michele Riondino, qual è il cielo aperto che le viene in mente, associato a un momento speciale della sua vita?
«Un cielo che mi ha sconvolto è quello del deserto. Eravamo in Marocco, io e colei che poi è diventata mia moglie. Arriviamo col cammello, insomma con la classica gita per i turisti, con i tuareg che ti accompagnano. E davanti c’è questo cielo stellato che è stato qualcosa di incredibile, perché quando ti dicono “le stelle sono infinite, l’universo è infinito”, tu te ne rendi conto solo quando ce l’hai davanti, quando non c’è inquinamento luminoso. C’era questo cielo in cui si faticava a trovare lo spazio nero tra le stelle».
Da ragazzino stava molto all’aperto?
«Sì. Sono uno di quei ragazzi cresciuti negli scout, quindi sono stato uno scout e ho amato molto quella vita, soprattutto quando ci portavano a fare i campeggi. Il mio quartiere è una periferia ed è incastonato nella macchia mediterranea, nella Gravina di Puglia, e quindi anche la mia adolescenza, fuori dagli scout, è stata passata in campagna, sugli alberi, con gli amici nelle masserie abbandonate, in cerca di animali, serpenti. Eravamo appassionati di animali, di serpenti e di avventura».
Un’avventura o disavventura?
«In una di queste “missioni”, alla ricerca di nuovi territori abbandonati, a un certo punto troviamo una bellissima parete che pensiamo bene di scalare. La scaliamo tutti tranne un mio amico che, arrivato in cima, a un certo punto ha pensato bene di grattugiarsi la faccia cadendo e restando appeso alla parete. È stata una cosa per noi divertente, per lui molto meno».
Non l’avrei mai detta scout: l’immagine che si ha di lei è più ribelle.
«Sono molto affezionato al mio passato scout. Per restare nella tradizione, diciamo che sono stato anche cacciato dagli scout».
Perché?
«Perché, sempre con quei miei amici – che erano scout anche loro – amavamo molto approfittare delle tenebre per sgattaiolare fuori dalle tende e andarcene nei boschi a farci i fatti nostri. Praticamente ci allontanavamo tutta la notte, senza accorgerci che gli altri scout ci cercavano. Alla faccia del senso dell’orientamento: non ci hanno mai trovati. Però il giorno dopo ci hanno cacciato».
L’infanzia a Taranto e la presa di consapevolezza, l’Ilva, quella rabbia che si sente anche nel suo lavoro: quando ha cominciato a capire che qualcosa non andava?
«Ho cominciato a maturare la mia coscienza politica alle scuole superiori. Dalla periferia ho avuto accesso al centro e sono approdato in realtà antagoniste: assemblee studentesche, impegno civico nella scuola, poi nel comitato di quartiere della città vecchia e nel centro sociale. Lì abbiamo cominciato a maturare un’idea civica e politica e a capire quali erano i problemi della nostra città. Parliamo del ’93-’94. Ricordo il tentativo di far approdare a Taranto la cosiddetta “nave dei veleni”, che trasportava rifiuti radioattivi. Partecipai a molte assemblee e manifestazioni. In quegli anni iniziava anche il caso Ilva, e con esso la scoperta, da parte dell’Italia intera, dell’esistenza di Taranto. Prima del 2012 pochi sapevano dov’era: la collocavano in Basilicata o in Sicilia».
È stato un punto di svolta anche per il suo impegno?
«Sì. Nel 2012, il 2 agosto, con il comitato dei cittadini liberi e pensanti abbiamo occupato la piazza dove Cgil, Cisl e Uil, insieme a Confindustria, protestavano contro la magistratura che aveva posto sotto sequestro gli impianti. Alcuni operai del comitato chiesero di parlare su quel palco, ma gli fu negato. Allora occupammo quella piazza con un’ape car, degli altoparlanti, dei microfoni: è stata, di fatto, l’unica azione “violenta” di cui siamo stati protagonisti. In un’assemblea nata subito dopo quel 2 agosto abbiamo deciso di intraprendere un’altra azione. Ci avvicinavamo al Primo maggio e le alternative erano due: o partire tutti per Roma e arrivare a piazza San Giovanni durante il concertone, quindi occupare anche quella piazza – un’idea molto forte, molto suggestiva, perché significava portare la voce di Taranto nel cuore di una manifestazione nazionale e mediatica – oppure, in alternativa, occupare non uno spazio ma una giornata, una festa che non aveva più nessun contenuto politico. Abbiamo scelto questa seconda strada: abbiamo pulito il parco delle Mura Greche, che tutto era tranne che “greco”, pieno di rifiuti – lavatrici, eternit, di tutto – e lo abbiamo restituito alla città, trasformandolo in un luogo di partecipazione».
Nel frattempo proseguiva la sua carriera da attore. Perché proprio l’attore?
«In realtà volevo scappare da Taranto. Avevo questa passione: mi piaceva l’idea di abitare la scena, di stare su un palcoscenico, di vestire i panni di qualcun altro, di mettere una maschera. Ero terribilmente timido, quindi nascondermi dietro una maschera mi dava sicurezza. Però il mio bisogno principale era quello di abbandonare la città, una città che non mi dava occasioni, non mi dava nulla. Ho approfittato di questa passione per convincere i miei a lasciarmi andare a fare l’accademia, e alla fine ce l’ho fatta».
In Illusione, il film di Francesca Archibugi in sala dal 7 maggio con 01, ha un ruolo complesso: una figura che si prende cura di una giovane fragile ma con un chiaroscuro emotivo. Non era semplice.
«È un personaggio che conserva le sue particolarità più interessanti nelle zone oscure, nelle zone non raccontate. Tutti i personaggi del film hanno un lato oscuro che noi non vediamo, ma che racconta molto di più del personaggio e della storia. Nel caso specifico, il mio personaggio ha un armadio pieno di scheletri, che non necessariamente sono pericolosi, ma vengono percepiti come tali. Ecco, noi abbiamo lavorato su queste zone d’ombra».
La fermano di più per Il giovane Montalbano o per Palazzina Laf?
«Prima molto più per Il giovane Montalbano. Oggi mi riconoscono, ma spesso dicono: “Aspetta… dove l’ho visto?”. Non sono più così giovane. Però con molto piacere devo dire che molti mi parlano di Palazzina Laf».
Che cosa c’è nel suo presente?
«Vengo fuori da tanto lavoro: da gennaio sono stato impegnato con una tournée teatrale, poi con un film che abbiamo finito di girare solo dieci giorni fa. Si chiama Zustissia, in sardo significa giustizia, un’opera prima che racconta la storia di Beniamino Zuncheddu, il pastore sardo condannato all’ergastolo e poi riconosciuto innocente dopo più di trent’anni. E adesso faccio il papà: ci siamo dati il cambio con mia moglie, lei lavora e io sto con le mie bambine».
Che padre è?
«Un disastro. Sono molto disordinato, conservo le mie peculiarità, però cerco di fare meno danni possibili. Fortunatamente ho delle figlie che sanno riconoscere queste cose e mi danno una grande mano».
All’orizzonte che cosa vede?
«Voglio vedere questo nuovo impegno professionale, il mio secondo film da regista. Mi piacerebbe lavorare a un progetto su cui sto cominciando a mettere le mani: è un progetto molto complicato, complesso, anche un po’ politico».