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 2026  maggio 05 Martedì calendario

Intervista a Rafael Jodar

«Rafael Jodar Camacho», piacere. Il ragazzo ha le spalle larghe, il futuro che gli fa brillare gli occhi, un sorriso da bambino. È figlio di Arroyo Culebro, quartiere polare di Leganés, sobborgo a sud di Madrid. Il padre Rafael senior è stato professore di educazione fisica in un istituto superiore della città: fino a qualche tempo fa, la sera, correggeva i compiti.
Oggi che Rafa junior, a 19 anni e 229 giorni, è n.34 del ranking dopo una progressione di 134 posizioni dall’inizio dell’anno, la sua unica missione è far crescere il figlio perché diventi il nuovo Sinner. A Madrid, il quinto Master 1000 di fila dominato dal n.1 italiano, Jodar è l’avversario che più ha messo in difficoltà Jannik, sbarcato ieri a Roma e subito blindato nell’hotel di lusso di Monte Mario, da dove uscirà giovedì per la conferenza stampa. Agli Internazionali el nuevo Rafa è, per la prima volta in un Master 1000, testa di serie.
Rafa, che sogni aveva da bambino?
«Da piccolo ho giocato a calcio, tifo Real Madrid: Cristiano Ronaldo, in quegli anni, era la nostra stella. Un giorno mi piacerebbe conoscerlo. Dagli 11 anni in poi mi sono dedicato solo al tennis. Giocare mi divertiva più del pallone e da allora il mio scopo è principalmente questo: provare piacere ogni volta che metto piede su un campo da tennis».
A Madrid, contro Sinner, è stato impavido. Da dove origina questo atteggiamento?
«Sono stato un bambino libero e felice, a cui i genitori hanno insegnato, innanzitutto, le buone maniere. Educazione e umiltà sono i valori che mi guidano. Sempre meglio un por favor e un gracias di troppo. Per me è importante: la gentilezza, anche sul tour, e il rispetto nei confronti di chiunque. Quando gioco a tennis, poi, è diverso: lì l’obiettivo diventa vincere. Ma non a ogni costo. Già uscire dal campo senza rimpianti è una buona cosa. Se poi l’avversario è stato più bravo, come Jannik alla Caja Magica, ci sta».
Sembra di sentir parlare Sinner diciannovenne, Jodar.
«Beh lo prendo come un complimento. Non può che essere un modello, per me. Prima che un campione, è una bella persona. Potrebbe tirarsela un sacco e invece è lo stesso di quando ha cominciato il suo viaggio. Ho imparato molto dalla sconfitta con lui».
Cosa, per esempio?
«Il mio livello non è ancora il suo. Però ci sono stati momenti del match in cui c’era partita, in cui mi sono detto: wow, Rafa, puoi tenere il confronto con il n.1 del mondo! La mia velocità di palla non è stata all’altezza. Va alzata. Con papà ci siamo detti che è tutto migliorabile: il servizio, la risposta, il gioco di rete. Ogni giorno mi impegno per diventare un tennista migliore del giorno prima».
Uno spagnolo che si trova a suo agio sul veloce: bizzarro.
«Credo sia l’eredità dell’anno vissuto all’Università della Virginia, il 2025, prima di passare al professionismo nel dicembre scorso. Il tennis Ncaa è solo hard court, mi è servito per farmi le ossa, ma sono cresciuto sulla terra battuta, come Alcaraz e tutti gli spagnoli. Però il mio tennis va elevato su tutte le superfici».
Rafael in onore del totem Nadal?
«No, no. Rafael come mio padre, mio nonno e il bisnonno».

È difficile pensare che presto agli Jodar, padre e figlio, non si unisca un super coach di nome, magari Juan Carlos Ferrero abbandonato da Alcaraz.
«Sono cresciuto con papà, devo tutto a lui. Non ha smesso di fare il professore: è diventato il mio prof personale. Non vedo la ragione di cambiare coach ora».
Tra i grandi ex del tennis spagnolo, c’è qualcuno che vi consiglia?
«David Ferrer è il capitano di Davis della Spagna. Grazie a lui ho potuto unirmi al team come sparring partner nel 2024 e allenarmi con Alcaraz, che oggi considero un amico. Se c’è uno impavido, quello è Carlos! Amo tutto di lui. Ma tutte le decisioni che mi riguardano le prendiamo io e mio padre».
Vittoria a Marrakech, semifinale a Barcellona, quarti a Madrid. L’uomo nuovo a Roma è Rafa Jodar. Saprà reggere la pressione?
«Seguo la mia strada. Sono circondato da persone che mi vogliono bene. Cerco di vivere una vita il più possibile normale. Mi sono trasferito a Madrid per essere vicino al Club de Tenis Chamartin, dove mi alleno. A 19 anni, più che ai risultati, penso a migliorare».