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 2026  maggio 05 Martedì calendario

Intervista a Claudia Gerini

In un’altra vita, Claudia Gerini avrebbe potuto essere una politica. Nel suo nuovo film, L’amore sta bene su tutto, di Giampaolo Morelli, al cinema da domani, è una ministra. «Ma in Lasciarsi un giorno a Roma ero stata una sindaca e in Diverso da chi? ancora una politica... mi sono sembrata sempre piuttosto centrata, è un ruolo che mi riesce bene... Quindi chissà, in una vita parallela magari avrei potuto farlo: amo difendere i diritti, fa parte del mio carattere».
Se fosse ministra, quale sarebbe il suo primo impegno?
«Introdurrei nelle scuole l’educazione emotiva e sessuale, direi dalla quarta elementare in poi. E anche l’educazione civica, per promuovere l’idea che se tutti rispettano le regole, tutti ne giovano. Il Ministero dell’Istruzione dovrebbe essere quello con più portafoglio, per trasformare le scuole in hub anche pomeridiani, con corsi gratuiti che aiutino ragazzi e famiglie».
Il programma c’è. Inoltre servirebbero più donne in politica. Al cinema come va con le differenze di genere?
«Di conquiste ne sono state fatte molte rispetto a quando le registe erano solo Wertmüller e Cavani, ma come in tanti ambiti c’è ancora tanto da fare. I registi e i produttori uomini sono la maggioranza e sono troppo poche le storie raccontate dal punto di vista femminile. Le donne, ovunque, hanno una marcia in più e una possibilità in meno».
Lei però ha iniziato giovanissima e ha sempre lavorato.
«Non so come siano passati trent’anni, non me ne sono accorta. Ho scelto progetti differenti e nel mentre le possibilità sono aumentate. Il cinema è lo specchio della cultura: se prima le donne erano più stereotipate, ora le vediamo rappresentate più forti, che non stanno zitte e non rispondono alle regole».
Nel film lei è una donna affermata, infatti.
«Non solo, raccomando mio marito, interpretato da Gianmarco Tognazzi, che fa il regista e non è altrettanto realizzato. Il protagonista della storia è proprio l’amore: io racconto quello che dura da tanti anni, che è anche amore per la famiglia. Nel film Morelli è una sorta di guru che insegna come lasciarsi in sette passi, io dico che la sfida è riuscire a restare assieme».
Pensa che oggi ci si lasci con troppa facilità?
«A volte. Se una relazione è arrivata alla fine è giusto chiudere. Ma è anche vero che bisogna imparare a non darsi per scontati, essere generosi, impegnarsi emotivamente, lavorarci. Dopodiché, non sono pochi i casi in cui si rimane insieme pure per pigrizia. Non vale sempre la pena impegnarsi, certe volte bisogna anche avere il coraggio di lasciare, anche se viviamo in una società superficiale in cui tutto si scrolla velocemente».

Nel film si racconta anche questo: il suo personaggio è preoccupato dell’apparenza, di come la vede la gente...
«Certo, partiva con grandi ideali e poi finisce per essere travolta dall’idea di come la percepiscono gli altri prima ancora di chiedersi come è lei. Io l’ho vista come una critica ai politici, per cui l’immagine è a volte la cosa più importante. Il mio personaggio però, riuscirà a prendere coscienza di molte cose».
Lei ha mai sentito il peso dello sguardo esterno?
«In certi momenti, per delle mie scelte di vita, mi sono sentita giudicata. Noi attori ci mettiamo in prima fila, siamo abituati al giudizio, ci esponiamo. Ma se ti stai separando e ti senti giudicata, lì può essere un po’ più complesso. Eppure fa parte del gioco».
Quanto ci ha messo, invece, a dirsi di essere brava?
«Forse sono riuscita a dirmi che ero brava solo quando ho vinto il David di Donatello. Avevo pensato: se mi hanno dato questo riconoscimento degli esperti, deve per forza significare qualcosa. In generale mi sento brava quando emoziono il pubblico».
Ci sono stati dei punti di svolta nella sua carriera?
«Tanti. I film con Verdone, sicuramente. Ma mi ha aiutata anche l’aver toccato tante corde differenti, uscendo dalla mia comfort zone, quindi cito il mio primo film drammatico, Non ti muovere, e anche Suburra con cui sono entrata nell’immaginario dei giovani. Mi sento fortunata: sono cresciuta con il pubblico dai 20 ai 50 anni».
Come vive quindi il tempo che passa?
«Con gratitudine, gioia ma anche con tanto senso di sorpresa per quello che arriverà. Sento di aver conservato la fanciullezza che mi fa entusiasmare nel realizzare quale sarà la prossima cosa che farò. La verità è che sono ancora innamorata del mio lavoro».