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 2026  maggio 05 Martedì calendario

«Silicon Valhalla» e mestieri cambiati: l’Ia in Svezia

Anche Ulf Kristersson, che della Svezia è il primo ministro, lo ha ammesso: «Uso spesso ChatGPT. Se non altro per avere un secondo parere». Inutile dire delle polemiche che ha suscitato. Eppure, sembra in qualche modo fisiologico che sia stato proprio quello svedese il primo tra i capi di governo europei a farsi avanti sull’AI. Perché, pur essendo un Paese di 10 milioni di abitanti, la Svezia è un colosso globale della tecnologia. Basti dire che genera più startup miliardarie pro capite di qualsiasi altro Paese europeo, tanto che l’area che circonda la capitale si è guadagnata il soprannome di «Silicon Valhalla», come a dire «il paradiso delle startup».
Una delle più note, Klarna – che offre servizi di pagamento dilazionati, e ha una capitalizzazione di mercato di 5,5 miliardi di dollari —, ha pure fatto notizia per questioni legate all’AI. Nel 2024, l’azienda ha trasferito il suo servizio di assistenza ai clienti, affidato in quel momento a quasi 800 addetti di agenzie esterne, a un chatbot. Presto Klarna ha dovuto riconoscere che il servizio è peggiorato e il Ceo ha spiegato che «i costi sono stati un fattore di valutazione troppo predominante, e il risultato finale è una qualità inferiore». Dunque, ha garantito che i clienti che vogliono parlare con un umano potranno sempre farlo. Ma ha ribadito che gli investimenti sull’AI proseguiranno.
«Una sola opzione»
Del resto, non esiste un’alternativa, spiega Mikael Ljungblom, Director of Public Policy and International relations di AI Sweden, il centro nazionale per l’intelligenza artificiale. Un hub con decine di partner tra aziende, sindacati e università nato per accelerare la ricerca sull’AI e la sua implementazione. Anche nel mondo del lavoro. «Siamo ancora all’inizio, ma l’AI lo sta sicuramente cambiando. E questa rivoluzione tecnologica sarà più rapida e più aggressiva delle precedenti». Per questo, continua, la cosa più importante è che le aziende non siano spaventate dal cambiamento. Al contrario, che reagiscano, e in fretta: «L’altra opzione … beh, non c’è altra opzione. Chi lo capirà prima sarà meglio attrezzato per avere successo».
Il confronto
È un approccio diffuso in Svezia: l’AI sta portando un cambiamento che va governato, e il modo migliore per farlo è confrontarsi e capire come ognuno ne può trarre il meglio. È una consapevolezza che accomuna anche sindacati e datori di lavoro. «Siamo tutti sulla stessa barca», dice Victor Bernhardtz, esperto di mercato del lavoro digitale di Unionen, il più grande sindacato svedese. «Non abbiamo alternative: se questo cambiamento deve accadere, non possiamo farlo in un clima di conflitto». Ma davvero gli allarmi sull’AI sono giustificati? Davvero migliaia di posti di lavoro sono a rischio? «Non siamo ancora al punto in cui l’AI sta effettivamente sostituendo le persone, e credo che passerà molto tempo prima che accada su larga scala. Il lavoro rimarrà. Il prodotto sarà lo stesso. Cambierà il modo in cui lo produciamo».
Non è pessimista neppure Hannah Birath, esperta di AI per Akavia, il sindacato dei colletti bianchi svedesi. Anche per lei, è tutta questione di approccio: «Il problema è che misuriamo le cose sbagliate: la quantità anziché la qualità, la velocità con cui produciamo piuttosto che il valore di ciò che abbiamo prodotto. L’AI ce lo dimostra. Ciò di cui abbiamo bisogno è innovare. Se il beneficio maggiore dell’AI sarà quello di continuare a fare ciò che facciamo ora, ma con meno persone, non avremo fatto lo sforzo necessario».
Scetticismo e allarmi
Ma davvero quella dell’AI è, anche nel lavoro, una trasformazione inarrestabile? Non ne è convinto German Bender, analista capo del think tank Arena Idé. Se guardiamo al passato, spiega, ogni nuova tecnologia ha portato a un incremento netto dell’occupazione. Ma, aggiunge, «la rivoluzione dell’AI sembra avere dimensioni diverse. E quella che trovo più preoccupante è che sembra essere più rapida. Ed è molto “generale”, quindi potrebbe avere un impatto su molti settori contemporaneamente. La società potrebbe non essere in grado di tenere il passo». Questa rivoluzione può essere frenata? «Tutto è possibile. Al contrario di quanto si dice, l’AI non è una forza incontrollabile». E, soprattutto, non è ancora del tutto comprensibile, sottolinea Emma Engström, ricercatrice sull’AI dell’Institute for Futures Studies, con un singolare paragone: «L’AI non è come l’asfalto: sai cosa succederà con l’asfalto, sarà sempre lì. L’AI no, non è prevedibile. Spero che i leader delle aziende ci riflettano sopra».