Corriere della Sera, 5 maggio 2026
Beretta salirà al 25% del gruppo Ruger
Beretta cresce negli Usa e sale nel capitale sociale di Sturm, Ruger & Co., il quarto produttore di armi leggere statunitense. L’accordo raggiunto ieri, che pone fine alle tensioni fra le due società venutesi a creare nei mesi scorsi a causa del tentativo di scalata di Beretta giudicato «ostile» dalla controparte, consentirà all’azienda fondata esattamente 500 anni fa a Gardone Valtrompia, in provincia di Brescia, di aumentare il proprio investimento, passando da poco meno del 9% attuale fino al 25% delle quote di Ruger in circolazione attraverso un’offerta pubblica di acquisto parziale di 44,8 dollari per azione in contanti, una cifra che rappresenta un premio del 20% rispetto al prezzo medio ponderato per il volume delle azioni della società nei sessanta giorni precedenti l’annuncio, il 26 marzo scorso, dell’Opa che Beretta aveva già esplicitato.
In relazione a questo aumento dell’investimento, Beretta Holding avrà il diritto di nominare fino a due amministratori indipendenti a seguito all’assemblea annuale degli azionisti del 2026 e dell’approvazione normativa. A quel punto, Ruger amplierà temporaneamente il board. L’accordo include inoltre un impegno di «non belligeranza» di tre anni: in questo periodo, cioè, il gruppo italiano che ha sede in Lussemburgo, ha realizzato nel 2025 1,68 miliardi di euro di ricavi (330 milioni in Italia con la Fabbrica d’Armi Pietro Beretta) ed è controllato dalla Upifra, holding della famiglia Beretta, non potrà promuovere azioni ostili e voterà in linea con le raccomandazioni del board di Ruger, salvo casi specifici. Ruger resterà comunque una società quotata indipendente negli Stati Uniti, mantenendo, si legge nella nota diramata ieri, «brand, heritage e direzione strategica».
«Questa cooperazione è allineata con la strategia del gruppo di rafforzare ulteriormente la nostra presenza negli Stati Uniti, un mercato chiave in cui siamo attivi da diversi decenni, e riflette il nostro impegno per un continuo sviluppo di lungo termine», ha dichiarato nella nota il Ceo Pietro Gussalli Beretta. Negli Usa, infatti, il gruppo realizza già circa il 39% del fatturato attraverso nove società controllate.
La disputa fra Beretta e Ruger risale allo scorso ottobre, quando la società americana che produce fucili e pistole sia per il mercato militare che civile aveva avanzato la possibilità, qualora Beretta avesse superato il 10% di partecipazione, di emettere nuove azioni a favore di tutti gli altri soci con uno sconto del 50%, diluendo in questo modo la partecipazione di Beretta e rendendo quindi un’eventuale scalata più onerosa. Per giustificare il ricorso a tale strumento difensivo, i manager di Ruger avevano accusato gli italiani di voler salire nel capitale per prendere il controllo di una diretta concorrente senza passare da un’Opa totalitaria. Un’accusa respinta a marzo in una lettera firmata dal direttore generale di Beretta Holding Robert Eckert, secondo il quale l’obiettivo primario dell’investimento era invece quello di «agire come un partner costruttivo e strategico», aiutando inoltre la società statunitense «a invertire il declino dei risultati operativi e di Borsa». L’azienda Usa sta in effetti attraversando un periodo di difficoltà, come dimostra la caduta dei ricavi dai 730 milioni del 2021 ai 546 dello scorso anno.
Pace fatta, quindi, sui due lati dell’Atlantico: «Questo accordo è strategicamente prezioso e andrà a beneficio di tutti gli stakeholder di Ruger – ha dichiarato John Cosentino, presidente del gruppo statunitense —. Questo accordo garantisce stabilità, evita ulteriori spese e distrazioni e crea un quadro di riferimento per un impegno produttivo con Beretta Holding, preservando al contempo l’indipendenza e gli standard di governance di Ruger».