Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 05 Martedì calendario

Panatta ricorda il triplete del ’76, parla di Sinner e Alcaraz

«Non possiamo fare finta che il 1976 non sia mai esistito?».
Complicato, Adriano. Sono cinquant’anni da Roma, Parigi e dalla Davis, il triplete nel suo annus mirabilis.
«Mi hanno invitato al Foro Italico per premiare il vincitore. È arrivata una mail a nome del consiglio della Federtennis. Mi fa piacere, ci vado volentieri. Mi piacerebbe tanto consegnare la coppa a un italiano».
A Sinner?
«A un italiano. Sinner, Musetti, Cobolli… Quando in tabellone ci sono Jannik e Alcaraz, per gli altri diventa complicato battere tutti e due. Io li chiamo gli altri perché, rispetto a quei due fenomeni, fanno un altro sport».
Difficile immaginare qualcuno che possa fermare il Sinner del record.
«Devono sperare che faccia indigestione di supplì e mozzarelle in carrozza. Anche a Parigi. Però, se vince Jannik, almeno la facciamo finita e non parliamo mai più del mio 1976».
Chi era Adriano Panatta nel ‘76?
«Un ragazzo romano di 25 anni che stava benissimo, era felice. Niente lasciava immaginare che riuscissi nell’impresa di vincere gli Internazionali e un titolo Slam in così poco tempo».
Dal 30 maggio (Vilas a Roma) al 13 giugno (Solomon a Parigi), per la precisione.
«Sono un soggetto imprevedibile. Stavo molto bene fisicamente ma non è che avessi fatto cose strane o diverse: mi ero preparato a Formia con il maestro Belardinelli come al solito. Nemmeno io mi aspettavo di giocare così a Roma: gli 11 match point annullati a Warwick al primo turno, la semifinale con Newcombe, la rimonta su Vilas… Le palle stavano tutte dentro, senza un motivo. Però la terra battuta del Foro Italico la conoscevo bene: nel ‘59 ci avevo fatto la prima scuola di avviamento al tennis. Ricordo mio padre e mia madre in tribuna. Dopo la finale incontrai Wally San Donnino, che era stata la mia maestra: Panatta mica penserai che adesso ti dico bravo, vero? Per carità signora San Donnino… Le ho sempre dato del lei, come a Belardinelli».
Gianni Minà la intervistava al cambio di campo.
«S’immagina succedesse oggi? La sicurezza lo porterebbe via. Gianni era un amico fraterno, un altro lo avrei mandato a quel paese. All’epoca c’era il riposo dopo il terzo set: Gianni si infilò nel tunnel insieme a me. Adesso se lo prendono dopo qualche game, il riposo. Ma che problemi hanno? Forse mangiano male».
È mai stato felice sul campo da tennis? Magari proprio quel giorno a Roma?
«La mia felicità è sempre durata attimi, forse minuti. Una grande esplosione, che sfuma rapidissima».
Da quella straordinaria stagione di sport però le sono rimasti grandi amici, Paolo Bertolucci su tutti.
«Quando io vincevo, non ci stava mai. Vabbé lui aveva perso da giorni, ma io dico: se sei amico, ti fermi. Con Paolo ci vogliamo molto bene da più di sessant’anni. Tra noi è tutta una presa in giro. A Montecarlo, la sera della vittoria di Sinner, siamo stati a cena in un ristorante dove Paolo sognava di mangiare da anni. Mi ero raccomandato con il proprietario: non gli dia mai un tavolo! Quest’anno ci è andato grazie a me».
Borg è un conoscente di vecchia data o un amico?
«Björn è strano. La domenica di Montecarlo mi chiama: ciao, sono arrivato. Però nella settimana sbagliata, Björn, ho risposto: il torneo è appena finito! Ha un problema di salute, fa una grande tenerezza. Ci si vede poco, ma quando accade ci divertiamo molto. Anni fa ero a Cortina per Ferragosto, in una baita con amici. Uno di questi, era fanatico di Borg. Mentre mangiamo, mi squilla il cellulare. È Björn. Quello per poco non sviene. How are you Adriano? Come al solito. Where are you? A Cortina. Stai sciando? Ma sei scemo? È Ferragosto! Una sera, a Parigi, ospiti a cena del Roland Garros, feci l’occhiolino a John McEnroe e partimmo all’attacco: Björn, è da tempo che vogliamo dirti una cosa. What, boys? Che a giocare a tennis eri una mezza pippa. È vero, ha risposto lui, but I tried very hard. Quando vuole, Björn smette la seriosità e diventa spiritoso».
Con Vilas, sconfitto in finale a Roma, siete rimasti in contatto?
«Mai più sentito. La stupirò, però: mi ricordo il match point».
Sentiamo.
«Palla corta di Vilas, che non era certo Alcaraz: la intuisco, vado verso la rete, gioco un colpo imprendibile in lungolinea».
Ricorda anche il match point di Parigi?
«No, ma ricordo bene Solomon. Non mi stava simpatico perché era sempre imbronciato. Lo chiamavo il sorcio. Prima della finale lo portai davanti a uno specchio: guardati, gli dissi, ma come fai a vincere? Non fui carino, me ne pento. Forse sull’ultimo punto sbagliò lui una volée alta di rovescio...».
Parigi ‘76 è piena di aneddoti. Il comandante dell’Alitalia che da Roma le porta le scarpe da tennis pochi minuti prima di scendere in campo, per esempio.
«Beh grazie: Bertolucci le aveva scambiate per le sue e se le era riportate in Italia!».
Chi è più forte tra Sinner e Alcaraz al top della forma?
«Quando Alcaraz si esprime al 100%, batte Sinner perché ha qualche invenzione in più. Ma il tennis non è solo questione di picchi di performance: sul rendimento medio, Jannik è superiore. Io dico: dritto Alcaraz, rovescio Sinner, servizio oggi Sinner, volée e smorzata Alcaraz, movimenti Alcaraz. Ma a Montecarlo, sulla terra, ha vinto Sinner. Con quei due è difficile sbilanciarsi: quando lo fai, rischi di essere subito smentito. Alcaraz mi ricorda Lew Hoad, che per qualcuno è il migliore di sempre: in giornata buona, era imbattibile».
Nella fantasia, nella voglia di vivere la vita, Alcaraz le somiglia più di Sinner, Adriano.
«Carlos mi ha colpito quando ha detto che, senza Ferrero, finalmente può prendere decisioni. Evidentemente lo soffriva. Ha barattato il rischio di qualche sconfitta in più con la libertà. Io sono come lui. Però definire Sinner meccanico è ingeneroso. Io ammiro la sua voglia di migliorarsi: ogni giorno, si dedica a colmare le lacune. È raro, mi creda: di solito si allenano le cose che già si sanno fare bene. Jannik no».
È la ricerca della perfezione a motivarlo?
«Sì. Io ci vedo proprio questo: una ricerca della perfezione per le sue possibilità».
Se potesse prendere un caffè con Jannik, senza manager, press agent e rompiscatole intorno, cosa gli direbbe?
«Noi Sinner lo vediamo dedicato, programmato, preciso. Deve essere felice, per essere così. Sennò sarebbe un santo, o un martire. Alcaraz invece a Montecarlo l’ho visto insofferente. Ferrero aveva pensato per Carlos la perfezione ma gli stava stretta e lui si è ribellato. Borg era felice quando vinceva a ripetizione a Parigi e Wimbledon? Boh. Io so che ha smesso a 26 anni».
Sta dicendo che Alcaraz, che ne ha 22, potrebbe fare una scelta simile?
«Si cresce, ci si evolve. Le priorità cambiano».
Se quel caffè lo potesse prendere con Carlos, quindi, cosa gli direbbe?
«Gli consiglierei di essere felice. A Montecarlo non lo era. Forse sta crescendo, però deve avere un’evoluzione oppure resta indietro: gli altri stanno arrivando. Quando giocavo io, i primi dieci avevano tutti vinto titoli Slam. Oggi il livello è questo... Ma Fonseca, Jodar, prima o poi gli faranno sentire il fiato sul collo. È un tennis dispendioso, molto fisico: si fanno facilmente male. È tutto estremizzato, anche lo sforzo. Alle racchette di legno e all’impugnatura continental, che permetteva un gesto più morbido, non si torna più. Adesso si consumano come candele».
Quando lei era insofferente, quando il tennis diventava una gabbia, come si riconnetteva con la vita?
«Andavo al mare, in Sardegna o al Forte, dove vivevo. Uscivo a cena con gli amici. Vivevo di cose semplici. Non conducevo un’esistenza dissoluta, come narra la leggenda. Facevo la vita di un ragazzo di 25 anni che, incidentalmente, giocava a tennis. E poi ero curioso».
Curioso di cosa?
«Dal ‘72, quando a Parigi ho battuto Nastase campione in carica, ogni anno andavo all’Orangerie a vedere gli impressionisti, o al Louvre. Un anno ci trascinai anche Bertolucci, che per pigrizia mi aspettò stravaccato sui divanoni dell’ingresso. Indimenticabile fu quando visitai l’ala delle sculture di Michelangelo insieme a Vito Tongiani, l’artista italiano autore delle statue dei Moschettieri al Bois de Boulogne: mi feci spiegare nel dettaglio la tecnica per scolpire le dita del piede, le vene del braccio, le unghie della mano. Ecco, mi ricordo molto meglio quel giorno che le mie partite al Foro Italico o al Roland Garros».