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 2026  maggio 05 Martedì calendario

Intervista a Vittorino Andreoli

Professor Vittorino Andreoli, a 86 anni continua a proferirsi ateo?
«Certo, e vorrei sottolineare la differenza con il non credente. Quest’ultimo ha contezza del sacro, ma non crede, anche se potrebbe andare incontro a una conversione. L’ateo, invece, è convinto che chi crede sbaglia perché Dio non esiste».
Eppure lei da ragazzo ha militato nell’Azione Cattolica.
«A lungo: nel 1958 ero il responsabile della stampa giovanile. Più tardi, però, io e altri amici sentimmo il desiderio di leggere Marx».
Ma era proibito.
«Potevamo leggere Marx ed Engels soltanto attraverso le edizioni commentate da cattolici.
Io e il mio amico Walter Peruzzi volevamo leggerli nella versione autentica, ma il vescovo non solo ce lo impedì, ma venimmo espulsi dall’Azione Cattolica. Allora ci rifugiammo sulle colline intorno a Verona e trascorremmo giorni interi a leggere Il Capitale. Discussioni lunghissime, un vago senso del peccato. Marx per me resta un utopista, però che idea».
Peruzzi è andato avanti.
«Ha fondato il partito marxista leninista d’Italia».
Professore, nel suo libro appena uscito, «Una ricerca infinita», lei racconta il retroscena della vittoria di Romano Prodi con l’Ulivo nel 1996: l’artefice fu lei.
«È così. Conoscevo Prodi per via di sua sorella Maria Pia, psichiatra anche lei. Tutto cominciò nel 1995: Prodi mi telefonò molto preoccupato. Il duello televisivo con Berlusconi pochi giorni prima lo aveva visto sconfitto. Presi subito un treno per Bologna».
Come trovò il professore?
«Scuro in volto, all’angolo, sulla difensiva. Era quello il suo problema, lo capii subito. Rividi la trasmissione, gli dissi: “Questo è un disastro”».
Perché?
«Capii che doveva trovare energia, uscire dal cono di difesa, contrattaccare. Cominciammo a lavorare. Settimane di simulazioni, io impersonavo Berlusconi, aggressivo e diretto, Prodi poco per volta imparava a difendersi e così nacquero alcuni colpi che il professore imparò ad assestare, come la famosa frase: “Cavaliere, lei possiede sette ville e ha un solo fratello; io ho sette fratelli e in comune abbiamo una piccola villa”».
Risultato: la vittoria di Prodi alle politiche del 1996.
«Non andai a Roma nel giorno del giuramento, ma qualche tempo dopo. Non so se si aspettasse da me qualche richiesta, ma io lo prevenni: non voglio nulla, gli dissi».
Che cosa pensa oggi di Giorgia Meloni?
«Penso che un presidente del Consiglio deve essere premier di tutti i cittadini e di tutti gli elettori, mentre lei continua ad essere il capo di un partito ed è contro l’altro partito. Una questione di senso delle istituzioni».
Silvia Salis le piace?
«Il talento è un’altra cosa».
Non pensa che il suo sia un leggero, forse impercettibile pregiudizio nei confronti di leader donne?
«No, perché per me una come Letizia Moratti ha talento eccome».
Mi faccia l’esempio di una persona di talento che lei ha conosciuto.
«Indro Montanelli. Un talento con enormi problemi, certo, perché lui passava da picchi di energia e fasi di depressione, ma ha scritto cose bellissime, che restano, che fanno la differenza».
Professore, me lo racconta il «suo» ‘68?
«Avevo ventotto anni. Mi ero da poco laureato all’università di Padova, e a Milano facevo l’assistente presso l’istituto di Farmacologia dell’università statale. Un giorno entro in aula per fare lezione quando si avvicina uno degli studenti: “Abbiamo deciso che lei oggi ci deve parlare dell’operaio di Trento morto in fabbrica per intossicazione”. Io, con calma, risposi che avrei parlato del sistema nervoso centrale, come da programma».
E che cosa avvenne?
«Andai alla lavagna, cominciai a scrivere la formula della noradrenalina, mentre in fondo all’aula montava la protesta. Urla, rumori. Rimasi impassibile. Alcuni se ne andarono, altri rimasero. Ma capii che in quelle condizioni insegnare era difficile».
Un giudizio a posteriori sulla contestazione sessantottina?
«La contestazione mi considerava uno che cercava di mantenere privilegi che io non avevo avuto, anzi dopo il diploma di geometra, ero stato obbligato a un nuovo impegno per ottenere quello del liceo. Ero semmai io a poter contestare i miei contestatori, che avevano goduto di un privilegio che io ho faticato a ottenere. È nel 1969 che il diritto di frequentare le università venne esteso ai diplomati di tutte le scuole».
Così lei colse al volo la proposta della Nasa.
«Si segni la data: 1968. Nel deserto bianco di Alamogordo, nel Nuovo Messico, gli americani coltivavano un sogno, riassumibile nella definizione “Progetto Luna”. L’idea iniziale, infatti, era quella di mandare sulla Luna non gli uomini, bensì gli scimpanzè. Io avevo fatto degli esperimenti sulle anfetamine, modificando la molecola per eliminare alcuni effetti collaterali, come l’insonnia. Gli studiosi della Nasa mi mandarono a chiamare: “Professore, prenda un aereo”».

E lei partì con il carico di anfetamine?
«Esattamente. La cosa incredibile fu quando arrivai ad Alamogordo, nello stesso territorio nel quale, nel 1945, fu effettuato il Trinity test, la prima esplosione nucleare della storia. Mi ritrovai in un posto desertico ma con una colonia di 150 scimpanzè. L’idea era quella di addestrarli per poi spedirli nello spazio alla conquista della Luna, meta che i sovietici accarezzavano da tempo. Io dovevo occuparmi di alcuni di loro, cercare di aumentare la loro capacità di concentrazione per poter svolgere i compiti necessari nell’attivazione di una navicella spaziale».
Sì, ma l’anno dopo sulla Luna ci andarono degli uomini, non degli scimpanzè.
«Vero, e lo sa perché? Perché quei primati cominciarono ad avere problemi alla vista, sviluppavano irritazioni e congiuntiviti.
E così la Nasa decise che quella missione sarebbe stata umana. Io c’ero».
Perché ci si poneva il problema di mandare un essere umano nello spazio?
«Era prima di tutto un problema etico: la tecnologia era ancora sperimentale, non si sapeva che cosa sarebbe potuto succedere. Ma la competizione con la Russia ebbe la meglio».
Un altro importante suo «frammento di esistenza» è legato alla lotta alla droga. Ha cambiato idea sulle cosiddette «droghe leggere»?
«Ho sostenuto e sostengo che, se un prodotto contiene un principio attivo che produce effetto tossico di natura somatica o psichica, il danno dipende da più fattori, dalla quantità, dalla via di somministrazione, dalle condizioni fisiche e mentali di chi lo assume. Così può succedere che una droga, indicata come leggera, su queste variabili diventi pesante e viceversa».
In Italia ci sono stati (e ci sono) grandi preti che hanno dedicato la vita al recupero dei tossicodipendenti.
«Don Mazzi, don Rigoldi, don Ciotti. Sa come li chiamo io? Dei matti. Nel senso nobile che per me ha questa parola. Ormai i lettori del Corriere sanno che io ho amato e amo quelli che chiamo “i miei matti”, perché nessuno di noi può dirsi “non matto”. E i miei amici preti lo sono stati nel senso che hanno rischiato la vita per gli altri. Penso a don Rigoldi, che ha persino adottato dei ragazzi da recuperare. Penso a don Mazzi, che ultimamente è stanco, ma lotta come un leone. È energia, è coraggio, è intuizione».
Lei pensa che oggi il tema della droga sia passato in secondo piano?
«C’è una farmacologia raffinata, che non ha l’ombra della cocaina o dell’eroina, ma sempre stupefacenti diffonde. E studiati per ogni esigenza, con medici compiacenti. Basta chiedere e ogni desiderio viene esaudito».