Il Messaggero, 4 maggio 2026
Teatro Delle Vittorie, no della Rai ad Arbore e Fiorello
Ormai è deciso e la governance della Rai è fortemente impegnata nella vendita del Teatro delle Vittorie. Se Renzo Arbore aveva firmato a suo tempo una trasmissione cult per il servizio pubblico intitolata “Indietro tutta”, la Rai sul Teatro delle Vittorie, applica l’avanti tutta. La richiesta di stop alla vendita che è arrivata da star del calibro di Arbore Fiorello e molti altri non è riuscita a bloccare o almeno a rallentare la scelta della governance guidata dall’ad Giampaolo Rossi in merito alla dismissione di questo luogo fondamentale della storia della Repubblica televisiva italiana.
Il dogmatismo
Ma siamo sicuri che la fretta sia una buona consigliera e non il suo opposto? Le questioni contabili, la cultura dell’economia sana e del bilancio finanziario senza buchi a danno dell’erario cioè dei cittadini sono criteri sacrosanti. Principii di responsabilità. Segni pratici di rispetto verso la collettività. Ma ogni dogmatismo, o semplice fretta da quadratura dei bilanci e da ripianamento del deficit, e il bilancio della Rai ha difficoltà certamente non attribuibili all’attuale governance, dovrebbe tenere conto di un dato che si chiama storia e come si sa la storia vuol dire futuro.
Crescere o tappare i buchi
Bisognerebbe chiedersi a proposito del Teatro delle Vittorie – quello a cui il giornale dei romani, Il Messaggero, è assai affezionato e lo si è visto in queste settimane nella campagna di sensibilizzazione a difesa di questo luogo cittadino e nazionale – quanto la sua vendita veramente può costruire nuovo senso, nuova creatività e nuovo sviluppo per un’ azienda come quella di Viale Mazzini, ora traslocata a via Alessandro Severo, e insomma da Prati alla zona Colombo e quasi Eur, che ha dato e continua a dare tantissimo alla cultura italiana o quanto, viceversa, finisce per essere esclusivamente una iniziativa di risanamento dei conti e poi chissà che fine faranno i soldi, 7 milioni di euro, ricavati dalla possibile vendita. Sono in molti a chiedersi: vendere per crescere o svendere per tappare buchi? Dismettere può avere senso, questo direbbe il buon senso, se la vendita finanzia progetti e progetti da individuare subito, da divulgare al più presto, da valutare se davvero valgono il sacrificio di un pezzo di storia.
I simboli
Ecco, questo verrebbe prudentemente da dire: i simboli sono simboli e come tali vanno maneggiati. Il Vittoria è un simbolo non solo di ciò che siamo stati e di ciò che abbiamo creato ma lo può essere anche di un approccio meno rigido rispetto al patrimonio nazionale. Non è un museo, ma anche se lo fosse che male ci sarebbe? Allora ci vendiamo anche il Colosseo, visto che è una struttura obsoleta come la Rai considera il teatro che fu di Pippo Baudo e di Raffaella Carrà in Prati? Forse parlare di “crimine”, come fa Fiorello a proposito della vendita, potrebbe essere troppo (ma gli artisti hanno i loro linguaggi, ed evviva) ma di sicuro una mossa come questa della vendita fa sorgere il dubbio che non sempre, anche se in certi casi sì, tra la manutenzione e la valorizzazione di un luogo della creatività e il primato dei conti debba prevalere la seconda delle due.
Il caso Napoli spinge a pensare che un surplus di cautela in questioni così ci starebbe bene. Anni fa si intendeva ridimensionare la sede produttiva Rai del capoluogo campano. Poi però propri da lì, scegliendo di darle una chance, si decise di realizzare, grazie all’idea di Giovanni Minoli, Un posto sole. E si è visto il risultato: la soap ha stravinto nella qualità e nel successo, è diventata – partendo da un posto difficile e a rischio dismissione o quasi – un pezzo centrale dell’immaginario italiano. Quando ci si inventa un prodotto, si inventa un progetto, ci si crede, lo si sostiene e anche lo si localizza come base produttiva, si può superare l’emergenzialismo e ridare vita a ciò che si crede non poterla avere più. Perché non ripensare, insomma, il Teatro delle Vittorie, invece di darlo per spacciato?
L’esempio di Napoli
Proprio il caso Napoli-Un posto al sole – che è un caso pilota di indotto economico: perché intorno a quella soap si sono create occupazione locale, filiera tecnica e creativa, sviluppo professionale – dimostra che bisogna sapere dove non tagliare. E sapere dove andare. La Rai oggi ha ancora tutte le possibilità e le professionalità per proiettarsi oltre, come in molto settori sta facendo in ossequio alla mission dell’ad che è quella di rendere la vecchia Mamma Rai una digital media company in grado di competere con i broadcaster internazionali, in un mercato molto largo, sfaccettato e difficile ma in cui l’industria audiovisiva italiana ha il know how per gareggiare e anche per vincere.