La Stampa, 4 maggio 2026
L’industria globale delle truffe online
Una settimana fa, il Dipartimento della Giustizia americano ha incriminato trenta persone, tra cui un senatore cambogiano e due cittadini cinesi, accusati di aver gestito un vasto complesso di truffe informatiche in aziende underground in Cambogia e Myanmar, dove lavoratori sono costretti a realizzare frodi in criptovalute su scala globale. Anche la Cina ha avviato indagini simili nel recente passato, ma, nonostante ripetute operazioni di contrasto, queste strutture non sono scomparse: si spostano oltre i confini, adattandosi più rapidamente delle autorità che cercano di smantellarle. Stiamo assistendo a un cambiamento epocale nella struttura del crimine informatico.
Esiste oggi una vera e propria industria globale della truffa e dell’estorsione: organizzata, radicata territorialmente, capace di coinvolgere centinaia di migliaia di persone. Il caso delle “scam factories” del Sud-Est asiatico rappresenta oggi l’esempio più evidente di questa trasformazione. Qui la truffa online è condotta all’interno di strutture che funzionano come vere e proprie aziende. Gli scontri degli ultimi mesi al confine tra Thailandia e Cambogia hanno costretto alcuni “imprenditori”, spesso di nazionalità cinese, ad abbandonare le loro basi operative, nelle quali è poi entrato l’esercito thailandese e, grazie alle informazioni raccolte, sono partite le indagini negli Stati Uniti. Come riportato da Reuters, gli ambienti da cui partivano le truffe somigliavano a filiali bancarie, con slogan motivazionali sui muri – “Dream Chaser”, “Keep Going”, “Make Money”. Le autorità hanno rinvenuto dossier dettagliati sui bersagli: un pensionato giapponese con numero di telefono ed estratti conto, una donna americana che aveva condiviso dati personali sensibili. Quando una truffa finanziaria falliva, gli operatori passavano all’estorsione sessuale: immagini intime, generate attraverso l’intelligenza artificiale, venivano utilizzate per ricattare le vittime. Secondo Interpol, le frodi potenziate dall’intelligenza artificiale possono essere fino a 4,5 volte più redditizie rispetto a quelle tradizionali.
I “dipendenti” di queste aziende sono sottoposti a regimi lavorativi punitivi e spesso sono vittime della tratta: reclutati con false promesse, privati dei documenti e costretti a lavorare sotto minaccia. Chi non raggiunge le quote giornaliere di truffe viene punito. Negli ultimi mesi, più di 100.000 persone sono fuggite da questi complessi a causa del conflitto. Molte si sono riversate a Phnom Penh in cerca di aiuto, in quella che Amnesty International ha definito una “crisi umanitaria”.
Secondo un rapporto di Interpol pubblicato nel marzo 2026, le centrali della truffa non sono più confinate al Sud-Est asiatico, ma si estendono anche al Medio Oriente e Nord Africa, all’America Centrale e all’Africa occidentale, coinvolgendo persone trafficate provenienti da quasi 80 paesi. Le frodi online hanno causato nel 2025 circa 442 miliardi di dollari di perdite e sono ormai tra le principali minacce criminali a livello globale. Interpol ha coniato il termine “policriminalità": le truffe si intrecciano con la tratta, il riciclaggio, il terrorismo e i mercati digitali illegali. In alcuni casi, gli stessi complessi sono stati utilizzati anche per lanciare droni durante il conflitto tra Thailandia e Cambogia.
In parallelo, anche altre forme di criminalità informatica mostrano un’evoluzione simile verso modelli industriali. Come osserva Anja Shortland in We Know You Can Pay a Million: Inside the Dark Economy of Hacking and Ransomware (aprile 2026), i virus che bloccano i computer (ransomware) non sono più sviluppati da singoli hacker, ma da gruppi specializzati che producono codici, li distribuiscono e negoziano riscatti secondo procedure standardizzate.
Il governo russo tollera l’esistenza di simili “aziende” nel proprio territorio, purché non colpiscano cittadini della Federazione e si rivolgano invece a obiettivi stranieri, anche di interesse politico o militare. L’attacco ai server degli Uffizi di qualche settimana fa rientra in questo schema ed è quasi certamente di origine russa.
Un gruppo di ricerca con base all’Università di Oxford e a Sciences Po di Parigi sta mappando la geografia globale del cybercrime a partire dai luoghi di produzione. Le loro analisi confermano che la criminalità informatica si organizza in cluster geografici distinti, associati a specifiche tipologie di reato. La Romania, ad esempio, è specializzata nel furto di dati e identità; Iran e Corea del Nord negli attacchi e nelle estorsioni; Stati Uniti e Regno Unito nell’incasso dei proventi. Russia, Ucraina e Cina rappresentano snodi cruciali in quasi tutte le tipologie di reato, mentre l’India emerge come nuovo protagonista in questo ecosistema. Non esiste dunque “il” cybercrime, ma una pluralità di economie criminali digitali, ciascuna con basi territoriali, modelli organizzativi e divisioni del lavoro specifiche.
Per contrastare questo fenomeno è necessario un cambio radicale di prospettiva. Non basta proteggere le vittime o colpire singole operazioni: occorre intervenire sui luoghi e sulle infrastrutture della produzione e avviare una cooperazione internazionale efficace. Purtroppo, lo stato attuale delle relazioni tra Stati rende questa prospettiva difficile, nonostante gli sforzi degli investigatori americani. Non si può invocare il diritto di arrestare un criminale straniero quando il proprio paese infrange quasi tutte le norme internazionali.