Sette, 3 maggio 2026
Intervista a Raf
A Sanremo è tornato con una canzone romantica, scritta con il figlio Samuele e dedicata alla moglie Gabriella: Ora e per sempre. Ma non chiamatelo «l’ultimo dei romantici».
«Non solo l’ultimo, non sono solo – sostiene Raf – è vero che ci sono colleghi che non credono più alla musica come prima, lo senti da come ne parlano, io invece non ho mai smesso di sognare, di avere un’idea romantica della vita. Non sono solo anche perché vedo nei giovani un certo risveglio idealistico, lo si è visto con le manifestazioni in piazza e con il voto al Referendum».
Intervistiamo Raf via zoom mentre si trova a Formello, vicino Roma, dove vive quando non è a Miami. «Devo abituarmi a considerare Miami casa mia, così quando mi capita l’ufficiale dell’immigrazione tutto fila più liscio», racconta.
Il discorso cade su Trump non perché Raf sia un artista militante, ma perché il trumpismo s’infila nella vita di chiunque abbia a che fare con l’America e non sia trumpianamente americano. «Molti pensano che oggi accettare il diverso che viene dall’estero, vuol dire automaticamente non rispettare la propria tradizione, e io credo che le due cose non siano in contraddizione, sono sempre stato convinto che ci si arricchisce di qualcosa, ho fatto musica così, dal punk alla musica più melodica…»
Lei vive da anni tra l’Italia e gli Usa, com’è cambiato il rapporto degli americani con gli stranieri? Con il diverso?
«Miami è sempre stata una città ispanofona, poco statunitense. Lì a Trump non conviene fare delle retate, come ha fatto in alcune città del nord, guarda caso nei paesi dove c’è un governatore democratico. È proprio una questione politica. A Miami non gli conviene fare tutto questo casino, questo gioco politico. Perché lui ha fatto queste deportazioni, chiamiamole così, per un’immigrazione più regolare, ma Obama l’ha fatto senza sollevare tutto questo casino. A Miami però il clima non è cambiato così tanto».
E i controlli negli aeroporti?
«Quelli sì, ci sono maggiori controlli, gli officer dell’immigration ti fanno più domande, diciamo che a me è successa una cosa strana nel senso che ho iniziato a lavorare su di me, a convincermi che sono un residente negli Stati Uniti per rispondere bene alle domande. E poi tutte le volte che torno negli Usa devo controllare prima il telefonino, non avrei mai pensato di fare una cosa del genere. Ma quando una democrazia si trasforma in qualcos’altro non hai la libertà di usare il tuo strumento».
Tornando al romanticismo in musica, lei ha scritto con suo figlio un brano per sua moglie, in cui si canta l’amore «Ora e per sempre». Qual è il suo più antico per sempre?
«Fare musica, è la mia vita, e non mi sono mai disinnamorato, a differenza di altri, che dopo tanti dischi, tanti concerti, si sono stancati».
Che cosa invece è solo legato al qui e ora, nella sua vita? Qualcosa che non resterà o qualcosa che ha vissuto e perso?
«Beh, lo sport, non posso più giocare a calcio come un tempo. Ho dovuto mollare anche il padel, perché mi infiammavo alle articolazioni. Posso fare solo sport da vecchietti…»
Biliardo all’italiana?
«Ah no, anche se mio padre ci giocava. Io ci ho provato, ma non ero molto bravo, ma lo facevo per stare un po’ con lui, che giocava a biliardo con gli altri operai (nelle saline di Margherita di Savoia, in Puglia, ndr) e faceva tornei locali, e io lo seguivo. Poi l’ho anche comprato, un biliardo, l’ho messo a casa, giocavo non all’italiana, ma tipo carambola, con la 8 e la 15… ma alla fine non ci giocavo, ero da solo, e l’ho venduto».
Ci sono persone che credeva potessero essere per sempre e invece non lo sono state?
«Forse certe amicizie, rapporti che credevo di amicizia, quando per fare musica non era come ora che in una settimana produci un disco. No, passavi mesi interi con queste persone, nella stessa casa-studio. Era la tua famiglia… ecco io ho sempre avuto l’idea romantica di avere non dei collaboratori, ma degli amici, degli amici fraterni di cui potevi fidarti in qualsiasi cosa. E spesso ho scoperto che mi sbagliavo».
In «Ora e per sempre» parla di un brivido che vorrebbe rivivere, quello del primo incontro con sua moglie. Qual è stato il vero primo incontro?
«Ero a Napoli, metà anni 90, per la promozione di un disco, lei era nel corpo di ballo di una trasmissione Rai, lei mi ha riconosciuto, perché ci eravamo visti precedentemente, e come direbbe Sal da Vinci non ci ha capito più niente, Pingitore, il regista, l’ha pure richiamata durante le prove, diceva “Gabriella dove vai?”. Poi ci siamo rivisti e sono restato a Napoli per passare del tempo con lei. All’epoca stavo a Milano, lei a Roma, ma poi si è trasferita, ha trovato lavoro a Milano, ma Napoli resta un posto speciale per noi».
Vi siete sposati nel 1996, a Cuba. Lei ha chiesto al prete di sostituire il «finché morte non vi separi» con la frase che poi ha usato per la canzone, «ora e per sempre». Che Cuba era?
«Qualcosa di simile alla Cuba di oggi, che per colpa di Trump e dell’embargo vive un periodo economico davvero difficile. All’epoca era il periodo especial, dove la gente faceva la fila per prendere i beni di prima necessità con la tessera, le farmacie erano vuote di prodotti… e le gelaterie, erano negozi di lusso, solo per turisti. Allo stesso tempo mi colpiva la dignità e l’ordine dei bambini con le loro divise da scuola perfetta, qualcosa che in qualsiasi altro Paese in quelle condizioni economiche sarebbe stato impossibile… È un posto che ti fa capire le storture del capitalismo che noi viviamo e pure il fatto che il sogno di eguaglianza del socialismo alla fine non si realizza mai. Mi colpivano i messaggi di propaganda, erano tutti belli e colorati, ma erano messaggi di propaganda. Hanno un sapore esotico, lo stile non era quello di Mosca, ma il messaggio era lo stesso».
In Cosa resterà degli anni 80 faceva un bilancio rivolto al futuro. Oggi, di questi primi anni del nuovo millennio, anni zero, anni dieci o venti, cosa pensa che resterà?
«Spero che resti nei giovani la voglia che hanno dimostrato, soprattutto negli ultimi tempi, di partecipare a una vita sociale. Possono prendere in mano le redini della situazione, lo hanno dimostrato quando scesi in piazza, quando hanno votato al referendum. Ci sono stati dei segni che hanno fatto ben sperare che in fondo, voglio dire, non è tutto scontato».
Non sono così apatici come vengono dipinti.
«Esatto, non sono così apatici, manifestano il loro dissenso in maniera chiara e forte, verso le ingiustizie di cui siamo testimoni negli ultimi anni. Spero che questa voglia resti, che questa sensibilità e questa voglia di partecipare, di esserci, si moltiplichi. È qualcosa di romantico, di ideale, il voler cambiare il mondo. Non è vero che è tutto perduto, non è vero che non si può fare più niente, non è vero che siamo purtroppo vittime di un sistema che ci comanda come degli automi...».
Cosa spera invece che non resterà?
«Questa visione del mondo espressa da slogan come “America First” o “prima gli italiani”, sono delle aberrazioni del linguaggio che poi ci fanno pensare in una maniera aberrante. Prima io e poi gli altri, che vuol dire? Capisco che facciano presa su chi è deluso, su chi si considera escluso, non realizzato, ma non producono niente di buono, ti fanno credere che è colpa dell’immigrato che ti toglie qualcosa, ma è sbagliato, come è sbagliato far credere che tu sei migliore di altri. L’aberrazione maggiore è in questa idea, questa profezia che un popolo possa aggredire un altro popolo».
E in ambito musicale, cosa speri che non resterà?
«La musica fatta con l’intelligenza artificiale. Trovo sia inquietante che la stessa tecnologia che decide chi è un obiettivo militare e chi no possa poi scrivere le canzoni giuste per i gusti di un certo consumatore. Non sto demonizzando, in ambito medico può fare cose ottime. Ma per la musica trovo inquietante quello che può fare. Mi sono sentito il pezzo che era in cima alla classifica di una piattaforma digitale, credo il numero uno. La cosa che mi ha più inquietato è che mi piaceva. E allora ho smesso di ascoltarlo. Perché non voglio che abbia il controllo su ciò che può piacermi».