corriere.it, 4 maggio 2026
Perché, per difendere l’economia Usa, a Trump ora serve l’Ue
L’unico caso di doppio assedio nella storia della guerra, che io ricordi, si ebbe in Gallia nel 52 avanti Cristo. Giulio Cesare intervenne per stroncare una rivolta dei galli guidata da Vercingetorige, re degli arverni. I romani cinsero d’assedio la città-guarnigione di Alesia, nell’attuale Borgogna, ma furono a loro volta cinti d’assedio da altre tribù galliche accorse in soccorso di Vercingetorige. Cesare assediava Alesia – racconta lui stesso nel De Bello Gallico – ma era a sua volta assediato alle spalle dai nemici che volevano liberare la città.
Qualcosa del genere sta accadendo attorno allo stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti cingono d’assedio impedendogli di esportare petrolio e importare farmaci e alimenti, o almeno ci provano. Intanto il regime di Teheran stringe d’assedio l’economia mondiale impedendo o complicando molto i transiti dal Golfo di petrolio, gas naturale, fertilizzanti, alluminio e altre materie prime essenziali. In altri termini Donald Trump cerca di portare a cedere l’Iran per fame, come fece Cesare contro Vercingetorige. Intanto l’Iran cerca di rendere così costosa l’azione dell’America, in termini economici e politici, da indurla ad ammorbidire per prima le proprie richieste. Chi terrà più a lungo, il regime di Teheran o l’economia internazionale?
Nel caso del 52 A.C. prevalse Cesare e si fece consegnare le armi ai propri piedi da Vercingetorige.
Ma l’Iran e gli Stati Uniti la faccenda è un po’ più complessa, perché essa si incrocia sempre di più con altre situazioni delicate: i rapporti commerciali sempre più tesi fra l’America e l’Europa; il trattamento un po’ brutale che ancora una volta, dopo l’accaparramento dei vaccini durante il Covid, i Paesi avanzati stanno riservando alle economie meno ricche; i primi passi che i Paesi arabi del Golfo stanno muovendo per ridurre il peso del petrodollaro, a vantaggio di contratti sul greggio e i carburanti anche in yuan cinesi o in rupie indiane. Vediamo.
La lezione dimenticata del Covid
In teoria – molto in teoria – malgrado la chiusura di Hormuz, l’economia mondiale non rischia di restare molto presto senza petrolio né prodotti derivati. La scarsità di carburanti è un problema che per qualche tempo può presentarsi solo selettivamente. Un recente rapporto della banca Jp Morgan stima, di fronte a un calo dell’offerta da circa dieci milioni di barili al giorno sui venti che passavano da Hormuz (il resto viaggia ora negli oleodotti o aggira i blocchi navali), il consumo mondiale sia calato di 4,3 milioni di barili al giorno in marzo e di oltre cinque milioni di barili al giorno in aprile. In altri termini, di fronte a un consumo mondiale di circa 100 milioni di barili al giorno prima della guerra, ora ne manca il 5%. Consumiamo ogni giorno un ventesimo più di quanto produciamo.
Per quanto tempo può continuare così? E chi ha ridotto i suoi consumi di ben cinque milioni di barili al giorno? Non lo ha fatto certo l’Europa, nella quale anzi una ventina di Paesi (fra i quali l’Italia) hanno semmai introdotto degli sgravi fiscali per ridurre il prezzo alla pompa di benzina, sostenere così i consumi, ma limitando quanto possibile l’impatto sull’inflazione. Sono stati, a introdurre razionamenti e ridurre i consumi, i Paesi dove vive gran parte della popolazione della Terra in condizioni di povertà: Cuba, Libano, Nigeria, Etiopia, Vietnam, Sri Lanka, Filippine, Bangladesh, Pakistan, Sudan, Nepal. Sono loro e altre economie con un simile reddito per abitante a essere tagliate fuori dai prezzi superiori che adesso noi siamo in grado di offrire per un petrolio che è diventato più scarso. Essi dunque ci aiutano a contenere quel prezzo, perché si stanno facendo carico di tutta la riduzione della domanda mondiale.
In questo, nella crisi di Hormuz, si sta ripetendo la partita del Covid. Allora noi Paesi ricchi accaparrammo i vaccini perché li potevamo pagare di più, lasciando scoperto il mondo in via di sviluppo. Oggi facciamo lo stesso con il petrolio. Ma abbiamo dimenticato la lezione di allora: il risentimento maturato in India, in Turchia, in Africa subsahariana nel 2020-2021 verso l’Europa fece sì che quei Paesi si rifiutarono di seguirci quando nel 2022 chiedemmo loro di aiutarci a isolare la Russia. Al contrario, comprando il suo petrolio, finanziarono l’attacco all’Ucraina.
«Abbiamo ancora tempo»
Del resto oggi, a torto o a ragione, che lo confessiamo o meno, noi nei Paesi avanzati ci sentiamo relativamente sicuri. Certo, non siamo contenti di pagare la benzina il 6,7% più che all’inizio dell’anno. Ma siamo ancora molto sotto i livelli del 2022. È probabile che non riusciremo a ridurre la domanda di 9,4 milioni di barili al giorno per riportarla in linea con l’offerta e raffreddare così i prezzi mondiali. Quel calo avvenne durante il lockdown pandemico del 2020 e oggi i Paesi ricchi non sono disposti a tornare in recessione, come allora, per sterilizzare l’impatto del blocco di Hormuz sulle quotazioni del greggio.
Dunque, per ora continueremo a bruciare petrolio come prima. Lasceremo che siano i poveri della Terra a stringere la cinghia. Il totale degli stoccaggi mondiali in teoria è molto alto: siamo entrati nella guerra con 8,4 miliardi di barili fra riserve strategiche, riserve commerciali o varie forme di petrolio conservate sulle navi, negli oleodotti o a terra. Colmiamo l’eccesso di consumi con quella.
La disponibilità di riserve facili da mobilitare è molto meno di 8,4 miliardi di barili, secondo JpMorgan: forse 500 milioni. Ma dà spazio per continuare a gestire senza troppi problemi i contraccolpi del blocco di Hormuz almeno fino al cuore dell’estate.
Braccio di ferro euro-americano
Fin qui, la storia consolatoria su quanto sta accadendo. Ma che la realtà sia più complessa si capisce dall’ultimo rapporto mensile dell’Autorità internazionale dell’energia (IEA) uscito a metà aprile. Sapete cosa si vede lì? Che Donald Trump è meno autosufficiente sull’energia di quanto crede di essere. In marzo gli Stati Uniti bruciano ogni giorno in media 20,6 milioni di barili di prodotti raffinati (il greggio non c’entra qui, perché dentro i serbatoi non serve a niente). Ma sempre gli Stati Uniti raffinano 15,9 milioni di barili. Ergo, il poderoso Paese di Trump deve importare 4,7 milioni di barili di carburanti al giorno per non fermarsi.
L’America non è affatto autosufficiente, dipende dalla raffinazione del resto del mondo. E non una raffinazione qualsiasi – mi fa presente l’ex capo del trading dell’Eni Salvatore Carollo – ma di prodotto con i più alti standard ambientali che si applicano nelle raffinerie dei Paesi avanzati. Qui il primo problema di Trump è che quel prodotto si fa quasi solo in Europa – zona di Rotterdam, Sicilia, Sardegna – dunque deve comprarlo da noi; il secondo problema di Trump è che anche noi europei abbiamo una potenziale carenza di prodotto raffinato di qualità (dobbiamo importare circa tre milioni di barili al giorno, sui 14 che consumiamo). Dunque più vanno avanti il blocco di Hormuz e gli insulti di Trump, meno avremo voglia di rifornire gli americani dei carburanti raffinati in Europa.
È possibilissimo che il tycoon abbia alzato di nuovo i dazi sulle auto europee al 25% nei giorni scorsi proprio come prima mossa intimidatoria in questa partita, sotterranea, sui carburanti. Va risposto a Trump con il solo linguaggio che capisce.
La resistenza di Teheran
Se quanto sopra rappresenta il quadro del resto del mondo sotto assedio, vediamo ora quanto può resistere all’assedio l’Iran. Spoiler: non poco; forse persino più delle economie occidentali. Perché? Fra i primi di gennaio del 2020 e circa metà del 2022 l’Iran è già andato avanti per anni con esportazioni frazionali, da duecentomila, centomila o poche decine di migliaia di barili al giorno (quando in tempi normali è più vicino ai due milioni di barili al giorno di vendite). Siamo di fronte a un regime spietato con la popolazione e addestrato da decenni a resistere sotto sanzioni internazionali.
Inoltre, malgrado il blocco americano, oggi l’Iran continua ad esportare quantità forse persino superiori a quelle del 2020-2022. Ha fatto sensazione quanto trapelato ieri: una grande petroliera iraniana da 1,9 milioni di barili è uscita da Hormuz senza incidenti. Ma non è un caso isolato, sta accadendo da settimane: i siti di rilevazione satellitare come Tanker Trackers registrano passaggi da Hormuz di vari milioni di barili iraniani, da quando il 7 aprile è in atto il blocco americano. L’Iran ha inoltre ottime capacità di tenuta perché, come ho scritto giorni fa, continua ad essere alimentato di prodotti alimentari e forse farmaci dalla Russia attraverso la rotta del Caspio. Non solo: usando il canale fra il Volga e il Don, può far esportare qualità limitate di prodotti raffinati attraverso il Mar Nero.
In sostanza, malgrado le tensioni euro-americane, l’economia internazionale può resistere ancora vari mesi all’assedio iraniano (tanto ne pagano le conseguenze i Paesi poveri). E l’Iran può resistere ancora forse persino per più tempo all’approssimativo assedio americano. Non stupisce che i maggiori segni di impazienza ora li stia dando Trump, non il regime dei pasdaran. Non credo alle previsioni – specie alle mie – e mi lasciano scettico le affermazioni apodittiche profferite senza dati né fatti a supporto. Dunque tutto può ancora succedere. Ma sono oggettivamente riunite condizioni che possono portare a un doppio assedio all’Iran e all’economia mondiale in grado protrarsi ancora parecchio.
C’è qualcosa che però sta già accadendo: in questo stallo, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la loro uscita dal cartello dell’Opec. Con quale obiettivo, proprio ora che il loro export è limitato dalla guerra nel Golfo? Salvatore Carollo, l’ex capo del trading dell’Eni, ha una lettura: al governo di Abu Dhabi interessa soprattutto avere mani più libere per affermare le varietà di greggio del Golfo – il Dubai, il Murban e l’Oman – come riferimenti per il prezzo internazionale. Al posto del Brent dell’Atlantico del Nord. Ma quest’ultimo ha il prezzo denominato in dollari – osserva Carollo – mentre le varietà mediorientali potranno fissare i prezzi dei contratti internazionali anche in yuan cinesi o rupie indiane. Così il biglietto verde perde terreno come valuta per le transazioni commerciali globali. La stessa Arabia Saudita non appoggia, ma lascia che accada: può coglierne i frutti domani. Del resto negli Emirati Arabi Uniti è partito un dibattito pubblico anche sull’opportunità di espellere le basi militari americane.
Così, mentre continua il suo assedio, Trump impercettibilmente, piano piano, passo passo, sta gestendo la guerra (molto) peggio di Cesare 2078 anni fa: a perdere è l’America, nel suo ruolo di sola superpotenza dominante.