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 2026  maggio 04 Lunedì calendario

Intervista ad Ambra Orfei

«Io sono la donna delle quattro vite». Ambra Orfei è la donna che visse quattro volte – mejo di Kim Novak che si era fermata a due —, un cognome che fa subito tendone, una dinastia circense che rimanda a domatori e trapezisti. Prima cavallerizza, poi donna di spettacolo e tv, quindi «la vita da sciura quando non lavoravo», infine imprenditrice, «sola, da quando mio marito purtroppo non c’è più».
Come è stato crescere in un circo?
«È stato come vivere nel paese dei balocchi, andavo a dare il pane agli elefanti, giocavo con gli scimpanzé, accarezzavo i leoni. Sembrava di stare sempre in vacanza».
Una vita nomade, diversa rispetto a quella di tutti gli altri ragazzini: le mancava quello che avevano gli altri?
«Al contrario. Li guardavo e pensavo: che tristi, poverini, alla sera vanno a casa ed è tutto buio, da noi invece era una festa di luci, colori e musica».
Vivevate in una roulotte?
«In tir adibiti ad abitazione. La mia casa era fatta come un treno, sviluppata per il lungo. Immagini un vagone con tutte le camere in fila, unite poi da un grande salone con una cucina abitabile. Era un quadrilocale ampio, meglio di molte case di oggi».
La scuola?
«Le elementari erano una scuola parificata all’interno del circo con maestri inviati dallo Stato che ci seguivano in tournée. Alle medie c’era una maestra itinerante con noi: negli ultimi due mesi ci fermavamo in un collegio a Treviso e ci preparavamo per gli esami».
Un debutto papale, lanciata da Paolo VI a soli 11 anni.
«Sono stata la prima artista a esibirsi davanti a un Papa, feci un numero con le colombe addestrate. Quella bimba vestita di bianco con le colombe mandava un forte messaggio di pace che fece il giro del mondo».
Come diavolo si fa ad addestrare un piccione?
«Con tanta pazienza, facendo ripetere brevi esercizi molte volte, a piccole dosi, perché le colombe si stancano subito».
Precoce anche come conduttrice: a 16 anni era al fianco di Buzzanca nello «Scatolone», un varietà sul circo.
«Ho il ricordo di un Lando Buzzanca protettivo, come un papà, molto diverso dal canone del merlo maschio che lui rappresentava. Una persona di una gentilezza estrema, simpaticissimo».
Poi «Drive In».
«A capo delle ragazze Fast Food c’era Tinì Cansino, io ero alla guida delle Acrobate. Facevo gli stacchetti e avevo le gag comiche con Beruschi, gli facevo da spalla, siamo rimasti amici ancora oggi».
L’atmosfera?
«Tra un blocco e l’altro scherzi a tutto spiano».
Il più indisciplinato?
«Ezio Greggio. Si aggirava dietro le scenografie con la sigaretta accesa e faceva impazzire i vigili del fuoco che vedevano il fumo e non capivano cosa stesse bruciando. E poi organizzava finte convocazioni alle 5 del mattino per noi ragazze: le più tontolone ci cascavano, a me non mi ha mai fregato».
A stereotipi come andava: bella, bionda e dunque scema?
«Alla prima occhiata venivo letta come la belloccia incapace di fare qualunque cosa, di parlare in modo sensato. Poi si ricredevano».
Rimpiange di non aver proseguito la carriera televisiva o è stata una scelta?
«In realtà non è stata una scelta, è stata la combinazione di una serie di circostanze: la bella tv in cui ero cresciuta non c’era più ed è iniziata l’era dei reality dove venivi trattata come carne da macello».
Nel frattempo la sua vita aveva preso una strada diversa.
«Ho cominciato a lavorare come organizzatrice di eventi per aziende, una professione che con la Sceniko Events è diventata la mia attività principale. Oggi sono sola, mio marito è morto il giorno di Natale di 4 anni fa per un infarto, davanti a nostra figlia che aveva 7 anni: è stato un dramma».
Un altro dramma fu quando suo padre Nando fu costretto a uccidere uno dei suoi leoni.
«Fu una tragedia. Durante uno spettacolo per le scuole a Napoli, ancora non sappiamo come, venne liberato un leone che stava per attaccare i bambini. Mio padre si mise in mezzo e si ritrovò addosso una bestia di 350 chili che gli azzannava un braccio, è caduto a terra e stava per morire soffocato. Mia mamma è riuscita a passargli una pistola e lui ha sparato».
La questione animalista ha portato al declino di quel tipo di circo.
«Colpa dei Verdi, che all’epoca hanno usato una categoria debole per farsi pubblicità. Il circo ha iniziato a non essere più amato dai bambini a causa di queste accuse, è stato raccontato come un luogo dove venivano maltrattati e torturati gli animali, dove prosperavano i loro aguzzini».
Però la tigre e l’elefante non sono fatti per vivere a Milano o Palermo. Qui savana non ne abbiamo...
«Il mondo si evolve, gli animali non devono stare nel circo, sono d’accordo. Però quando abbiamo iniziato noi era un altro mondo, il circo era l’unico modo per vedere un animale: non c’era internet, la gente non poteva permettersi di viaggiare con pochi euro come si fa oggi. Oggi il circo non è morto, si è semplicemente evoluto».
Lei non ha mai visto maltrattare nessun animale?
«Mio padre era molto diverso da come uno se lo aspettava: non era un gladiatore, ma la persona più buona del mondo, non ha mai trattato male un animale in vita sua. Io ho passato notti intere a massaggiare le pance dei cavalli e degli elefanti perché avevano le coliche».
Cosa risponde a chi dice che il circo lucrava sugli animali?
«Ci sono ancora oggi attività dove non lavori con gli animali, ma li usi per fare scarpe, pellicce, vestiti. Ci sono attività dove vengono utilizzati gli animali per le corse, dove vengono venduti, c’è un mercato incredibile: non è uguale?».
Suo papà ha recitato in tre film per Fellini, tra cui «Amarcord», in cui aveva un ruolo rilevante.
«Erano entrambi romagnoli, amavano la stessa cucina. Quando eravamo a Roma, Federico chiamava mio papà e chiedeva a mia mamma Anita di preparare i tortellini. Poi si presentava a mezzanotte, spesso con gli artisti del suo set: Donald Sutherland, Magali Noël, Anita Ekberg...».
Mangiavate nel tir?
«No, no, proprio nel circo, Fellini lo amava».
Moira Orfei e suo padre erano cugini, figli di fratelli, ma Moira era rimasta orfana a otto anni e sono cresciuti insieme. Che ricordo ne ha?
«Come tutte le primedonne, Moira era molto accentratrice. Era piena di voglia di vivere, eccentrica, colorata, molto simpatica con le persone a cui voleva bene. Ma se gli eri antipatico era faticosa, difficile: aveva un carattere molto particolare».
Con lei come era?
«Purtroppo in una parte della mia vita mi vedeva come una sua rivale e quindi abbiamo passato anni difficili. Lei aveva la sua struttura con suo marito, io avevo il mio circo con la mia famiglia, quindi non ci siamo incrociate per molto tempo, anzi ci siamo trovate a essere concorrenti. Eravamo come la famiglia Ewing di Dallas: quando ci sono tanti personaggi che vogliono primeggiare, può immaginare quante battaglie».
Moira litigava anche con suo papà?
«Almeno 200 milioni di volte: si riappacificavano e litigavano di nuovo, anche con l’altra mia zia Liana, la più dotata di tutti».
Nella vita da conduttrice nel suo curriculum ci sono anche tre anni al «Processo di Biscardi».
«Ero nel posto giusto al momento giusto, una connection perfetta. Ma con Aldo il rapporto è stato complicato perché era accentratore e maschilista: per lui dovevo solo stare lì a fare da tappezzeria. Avevo una raccolta di lividi sul braccio, perché ogni volta che parlavo mi dava i pizzicotti e mi diceva: “Stai zitta, non parlare”. A me non stava bene fare la figura della muta».
Però era geniale.
«Aldo prima metteva uno contro l’altro, poi diceva: “State facendo tutto da soli, io non c’entro niente”».