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 2026  maggio 04 Lunedì calendario

Se i caccia militari «rubano» il carburante ai voli civili

Non bastassero la Russia alle porte e una certa instabilità nel mondo, la Nato ora ha un ulteriore problema da affrontare: la disponibilità di carburante in Europa per i caccia militari.
Il cherosene che sta facendo lievitare i prezzi dei biglietti aerei e che rischia di mandare in fumo le vacanze di milioni di europei – il jet fuel costa il doppio con lo scoppio del conflitto nel Golfo Persico e rischia di scarseggiare perché la chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto le importazioni – è lo stesso che alimenta gli F-16 belgi, i Typhoon tedeschi, i Rafale francesi. Ed è quello che rifornisce le basi americane disseminate sul continente, da Ramstein in Germania ad Aviano in Italia, ricorda al Corriere Michelle Brouhard, capo di Policy and Geopolitical Risk di Kpler.
«Non si combatte una guerra con un jet elettrico», ha scritto l’esperta in una nota di pochi giorni fa e che sta attirando l’attenzione dei diplomatici. Il cuore del problema è «architettonico». Le basi militari americane in Europa non vengono rifornite con carburante spedito dagli Stati Uniti. «Attraverso la Defense Logistics Agency, le forze armate Usa acquistano il jet fuel dagli stessi fornitori commerciali (Shell, Bp, TotalEnergies) che riforniscono le compagnie aeree», ricorda l’analista. Attingono agli stessi depositi, scorrono attraverso le stesse tubature. Non esiste una riserva militare americana separata in Europa per le operazioni quotidiane. Quando le scorte civili di cherosene scendono, calano anche quelle per i jet militari.
Un F-16 in combattimento consuma migliaia di litri di carburante. Alla massima intensità, un’ora di volo può richiedere oltre 19 mila litri, «una quantità pari a quella utilizzata in media da un automobilista americano in tre anni». L’F-35 richiede tra 5 mila e 9 mili litri l’ora, due o tre volte il consumo di un Boeing 737 in fase di crociera.
«In tempo di pace, le forze armate americane consumano tra 110 mila e 140 mila barili al giorno di jet fuel – calcola l’esperta di Kpler —. In uno scenario di conflitto attivo, come l’attuale, quel numero sale a 160-240 mila».

Ma dall’inizio della crisi dello Stretto di Hormuz, le scorte nell’hub «ARA» (Amsterdam, Rotterdam, Anversa) – il principale centro europeo per lo stoccaggio – sono calate di circa il 28%. Con le basi avanzate in Medio Oriente danneggiate o «politicamente» compromesse, le operazioni di rifornimento si spostano più lontano dal teatro, sottolinea Brouhard: ogni missione brucia più carburante, prelevato da un sistema europeo già sotto stress.
Ecco perché «se la situazione dovesse persistere, l’Europa sarà costretta a dare priorità all’approvvigionamento di carburante militare a scapito dell’aviazione commerciale».