Corriere della Sera, 4 maggio 2026
2.400 firme di matematici contro il congresso (a Filadelfia)
Mai nella storia gli Stati Uniti hanno provato l’esperienza di un isolamento internazionale imposto dall’esterno. Lo avevano perseguito fino all’ingresso nella Prima guerra mondiale e in seguito, per un lungo periodo, fra le due guerre. Non lo avevano mai subito prima.
Che questo possa accadere adesso si inizia a notare da alcuni segnali anche al di fuori della diplomazia ufficiale. Il più evidente sta passando piuttosto inosservato fra le democrazie avanzate, mentre i media di Paesi emergenti come Messico, Vietnam, Brasile o nella stessa Cina iniziano a parlarne: due accademici – Tarik Aougab dello Haverford College della Pennsylvania e Ila Varma dell’Università di Toronto – hanno lanciato una petizione per boicottare il Congresso internazionale dei matematici previsto quest’anno a Filadelfia fra il 23 e il 30 luglio.
In poche settimane il loro appello ha raccolto oltre 2.400 firme da 76 Paesi anche di studiosi di spessore internazionale e di intere associazioni: sottoscrivono in blocco le società matematiche di Francia, Australia, Brasile, l’associazione degli scienziati delle Filippine e del Portogallo, oltre alle associazioni di Iran e Cuba. Fra le firme ci sono quelle di due vincitori della Medaglia Fields, equivalente a un Nobel per la matematica: il britannico Tim Gowers (che insegna in Francia) e il curdo-iraniano naturalizzato britannico Caucher Birkar (che insegna alla Tsinghua University a Pechino).
La petizione è spietata nell’illustrare le ragioni del boicottaggio. Ricorda che il congresso precedente avrebbe dovuto tenersi in Russia nel 2022 fa ma fu boicottato per le minacce alla libertà di espressione o ai partecipanti Lgbtq. E aggiunge: «Non c’è argomento valido per sostenere che i partecipanti internazionali siano più sicuri» a Filadelfia. «L’attuale governo americano ha dimostrato il suo odio sfrenato per gli immigrati», continua il testo, che cita gli omicidi commessi dall’Immigration and Customs Enforcement a Minneapolis e Los Angeles e due decessi sospetti di freddo e per mancanza di cure di altre due persone fermate dall’Ice. Secondo la petizione gli Stati Uniti, «un Paese sull’orlo della legge marziale», potrebbero creare problemi o negare l’ingresso a matematici di decine di Paesi. Quindi l’appello cita «il rapimento illegale del leader del Venezuela» Nicolas Maduro, i continui «omicidi extragiudiziali nei Caraibi», il sostegno alle politiche di Israele su Gaza, la guerra «sfacciata e sconsiderata» contro l’Iran (inclusa l’uccisione di 150 allieve di una scuola a Minab) e «l’assurdo tentativo di colonizzare la Groenlandia».
La lista delle adesioni dà un’idea del rischio di isolamento dell’amministrazione in Occidente: la Francia esprime il maggior numero di firmatari del boicottaggio (363), seguita dagli Stati Uniti stessi (288), con i matematici italiani terzi più numerosi nell’appoggiare la petizione (206). Fra gli italiani figure di spicco, che in edizioni passate avevano ricevuto l’invito a parlare al Congresso internazionale dei matematici: Barbara Fantechi della Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste, Matilde Marcolli (California Institute of Technology), Giovanni Forni (Università del Maryland) e Fabio Toninelli (Università tecnica di Vienna).
È significativo che le dieci nazionalità più rappresentate nell’appello siano di democrazie avanzate come Germania o Canada, o emergenti come India, Messico o Brasile. Molto meno numerose le adesioni cinesi, 24, ancora meno quelle russe. Di rado le autocrazie sono interessate a legittimare i boicottaggi nei confronti di governi accusati di violare i diritti dell’uomo e il diritto internazionale. Pechino e Mosca potrebbero essere riluttanti a creare nuove tensioni con la Casa Bianca: Vladimir Putin ne coltiva la benevolenza per avere mano libera in Ucraina, mentre Xi Jinping si prepara a ricevere Trump a metà di questo mese.
Non è chiaro se il congresso dei matematici, che si tiene ogni quattro anni e assegna le medaglie Fields, cambierà programma. Lo è invece il peso psicologico che questo nuovo isolamento americano inizia ad avere, se non sul presidente, sull’establishment di politica estera a Washington.