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 2026  maggio 03 Domenica calendario

Gaza, gli ordigni inesplosi che seminano morte

Sei punti di sutura proprio nel mezzo del suo petto di bambino, altri sulla fronte, poi le mani bucherellate dalle bruciature e, sul fianco, i segni chiari della traiettoria del fuoco dell’ordigno esploso. Jude Al-Anqar, di sei o forse sette anni, sfollato in una tenda a Gaza City, racconta in un video girato dal servizio media dell’Onu quello che gli è capitato lo scorso autunno: «Mentre raccoglievamo cartone, all’improvviso qualcosa è scoppiato e ci siamo sentiti volare in aria per la forza dell’esplosione». Anche Zain Al-Anqar, poco più grande di lui, era lì. Ha le stampelle, una gamba fasciata, la pelle con buchi e ustioni: «A mezzogiorno dovevamo preparare da mangiare, così siamo andati a raccogliere legna, cartone e plastica. Abbiamo sollevato qualcosa che copriva un oggetto, che allora è esploso. Ci siamo ritrovati a cadere sulle macerie, io da una parte e lui dall’altra».
Ordigni disseminati non si sa dove, seppelliti sotto l’enorme quantità di macerie, abbandonati lungo le strade degli scontri più feroci. E siccome nella Striscia lo spazio vitale è ridotto e ci sono persone dappertutto, è quasi impossibile stare alla larga dalle aree contaminate. Così a novembre, quando gli sfollati di un campo di Gaza City hanno rinvenuto nel terreno dentro una tenda un residuato sospetto, le famiglie vicine non hanno avuto altra scelta che conviverci, aspettare gli artificieri e sperare che non esplodesse. Sono numerosi i gazawi che, sopravvissuti alle bombe, restano vittime di mine o detonazioni accidentali. Il 21 aprile l’Unmas, il Mine Action Service delle Nazioni Unite (che smina i Territori Occupati dal 2012 e dal 2024 coordina i partner sul terreno) ha pubblicato il suo rapporto annuale che comprende anche i dati di Gaza.
Solo lo scorso anno, nella Striscia, si sono registrati almeno 52 morti e 267 feriti in centotrenta incidenti.
Rilevamenti completi delle aree a rischio sono difficili da eseguire, ma nel corso del 2025 sono stati individuati almeno 228 ordigni in 68 siti, là dove gli artificieri sono stati chiamati per dare supporto alle attività umanitarie. Le squadre coordinate dall’Unmas sono, infatti, determinanti per consentire agli aiuti di arrivare alla popolazione, per rimuovere le macerie e riaprire in sicurezza ospedali, rifugi, scuole. Di frequente i team hanno guidato convogli umanitari procedendo a piedi davanti ai veicoli per ispezionare il terreno, o ritornando in luoghi perlustrati appena il giorno prima, per la possibilità di ricontaminazione. Il Mine Action Service ha ricevuto 1.260 richieste di valutazione del rischio e di supporto a missioni di altre agenzie nel corso dell’anno, in media oltre tre al giorno. Centosettanta interventi sono avvenuti lungo strade, snodi infrastrutturali e nello sgombero di macerie, settantotto in rifugi, una quarantina in centri sanitari danneggiati. Così è stato, ad esempio, all’European Gaza Hospital di Khan Younis. Ad ottobre l’Unmas ha condotto un sopralluogo di valutazione di tre giorni. La struttura aveva subito danni pesanti ed era stata chiusa, facendo perdere i servizi di neurochirurgia, cardiologia, oncologia. L’Unmas ha anche fornito supporto a missioni di recupero di attrezzature mediche e generatori, o per l’installazione di pompe idriche come nel febbraio 2025 all’ospedale Kamal Adwan nel Nord della Striscia, dove l’Unicef voleva riavviare gli screening per la malnutrizione. Le valutazioni del rischio sono state, poi, essenziali in operazioni di salvataggio, come nell’aprile del 2025 per il recupero di una famiglia di una ventina di persone bloccate nel mezzo degli scontri allora in corso a Rafah. L’Unmas è intervenuta al fianco dei soccorritori e così un artificiere ha effettuato una valutazione in tempo reale lungo il percorso di fuga e un’ispezione in un raggio di 25 metri attorno al rifugio. Una volta dichiarato sicuro il terreno, la famiglia, composta da tre generazioni diverse, è uscita dal nascondiglio.
«I volti dei diciassette bambini, delle quattro donne e dei quattro uomini si sono illuminati quando hanno visto il convoglio», hanno raccontato gli operatori. Tutti, in quella missione, sono stati portati in salvo.