Il Messaggero, 3 maggio 2026
Intervista a Paolo Calabresi
Nel 2022 con il libro autobiografico Tutti gli uomini che non sono, titolo che un po’ scimmiottava Emmanuel Carrère e il suo Vite che non sono la mia, Paolo Calabresi aveva avuto un discreto successo («Giuro: mi sono accorto dell’assonanza soltanto dopo averlo scelto»). Adesso l’ha trasformato in uno spettacolo teatrale che – partito il 21 febbraio 2026 dal Teatro Comunale di Todi – dal 6 al 17 maggio sarà in cartellone all’Ambra Jovinelli di Roma. Al suo fianco sul palco, Carolina Di Domenico, la conduttrice radio e tv che a gennaio è stata licenziata all’improvviso da Rai Radio 2 (dal 2014 guidava Rock and Roll Circus con il marito Pier Ferrantini, ex Velvet). Insieme metteranno in scena le follie trasformiste dell’artista romano, che dal 2000 al 2009 si è calato nei panni di Nicolas Cage, Marilyn Manson, John Turturro e tanti altri. Il giorno della prima capitolina Calabresi sarà anche nelle sale con un nuovo film, L’amore sta bene su tutto di Giampaolo Morelli, commedia sentimentale con Max Tortora, Claudia Gerini, Gian Marco Tognazzi, Ilenia Pastorelli e Monica Guerritore.
Quegli spericolati travestimenti, realizzati quasi tutti a sue spese per il gusto di farli, nacquero nel 1999 dopo tre lutti: perché?
«Perché dopo tre batoste tremende per due anni feci finta di niente. Non mi lasciai andare alla disperazione. Zero lacrime. Niente di niente. Mi anestetizzai».
Cosa accadde?
«Nel 1997 i miei genitori morirono a distanza di dieci giorni uno dall’altro. Prima toccò a mio padre, 69 anni, nel sonno. Poi a mia madre, malata di tumore, che ne aveva 63. Tre mesi dopo se ne andò Giorgio Strehler, la persona che mi ha insegnato tutto della recitazione. Dall’87 al ‘90 frequentai la sua scuola del Piccolo Teatro di Milano, e dal ‘90 al ‘97 mi fece fare tutti i suoi spettacoli. Poi l’amore per la magica Roma cambiò tutto».
Che c’entra la Magica?
«Ero a Milano per uno spettacolo teatrale e a San Siro c’era Milan-Roma. Non trovai i biglietti e pensai di spacciarmi per Nicholas Cage. Abboccarono tutti. Da allora cominciai a fare di tutto: mi sentivo libero, avevo ritrovato l’entusiasmo perso. Per raccontare in un libro quelle follie ho impiegato diciotto anni, per portarle a teatro quattro. Voglio vedere quanto ci metterò a farle diventare un film».
Nel 2010 curò la regia di un corto, “La sottile mensola rossa”: per debuttare come regista di un film vero e proprio non aveva detto che vorrebbe girare una commedia sentimentale tipo “Harry ti presento Sally”?
«Sì, è vero. Ma questa oltre a essere una vicenda drammatica, folle e divertente, è soprattutto una storia d’amore, quella fra me e mia moglie Fiamma. Che mi ha sempre assecondato. A chi, anche in famiglia, le diceva che dovevo smetterla assolutamente, lei rispondeva: Paolo sta bene così. Sa quello che fa».
Lo sapeva?
«Insomma... Diciamo che vivevo in maniera estrema l’aspetto più romantico e creativo del mio lavoro. Lo facevo bene, e davo un senso alla mia vita, ma sfasciavo tutto il resto. Quei travestimenti, poi, diventarono una specie di dipendenza da cui liberarsi».
Addirittura?
«Sì. Io e Fiamma abbiamo quattro figli, a un certo punto c’’era bisogno di un padre presente e con il cervello. Dovevo guadagnare. E da scheggia impazzita entrai nel sistema tv, prima con Italian Job su La7 e poi con Le Iene su Italia 1»
Da scheggia impazzita se l’è mai vista brutta?
«Sì. Nel 2003 per il Galà della pubblicità di Canale 5 mi finsi Marilyn Manson, in Italia per promuovere un ketchup piccante, ovviamente una cazzata colossale. Mi fecero firmare una lettera in cui mi impegnavo a comprare spot da Publitalia. Quando si scoprì tutto, volevano farmi causa. Mi avrebbero spennato, mi salvai perché si accontentarono dei filmati».
È vero che alcune cose girate per “Italian Job” sono state tolte per sempre dalla circolazione?
«Sì, per questioni legali. Mi finsi un imprenditore russo che voleva riaprire un casinò in Italia sapendo perfettamente che la legge lo vieta. Mi rivolsi ai politici di un paesino che ne aveva uno in passato e in cambio di tanti soldi mi dissero che avrebbero cambiato la legge. A Roma conoscevano le persone giuste. Gente molto importante ancora oggi. Non c’è rimasto più niente di quei filmati».
E quello con Fabrizio Corona?
«Mi finsi il regista inglese del nuovo film di James Bond. Lui voleva entrare nel cast e io lo ammisi al provino prendendolo a schiaffi. Gli feci una faccia così... Travestito da Nicolas Cage ne feci un altro anche alla povera Eva Grimaldi. Ma non ne sono fiero».
Come andò?
«Di solito sfidavo istituzioni od organizzazioni grandi. In quel caso mi misi contro una persona sola, un’attrice che stava cercando di fare il suo lavoro, e non era Corona. Lei mi credeva Cage e io le chiesi di dirmi a quale animale associava il suo personaggio. Mi disse un puma. E perfidamente le chiesi di farmi vedere il puma. E lei provò a trasformarsi in puma... La sera stessa, quando venne a sapere che era tutto finto, si incazzò moltissimo».
Con lei?
«No. Con la persona che mi aiutò a organizzare tutto, l’autore Giovanni Benincasa».
Vi siete mai chiariti?
«Sì, dieci anni dopo. Le dissi che mi dispiaceva. Era solo uno scherzo... Mi perdonò».
Il travestimento più riuscito?
«Il presidente del Comitato Olimpico Internazionale, il belga Jacques Rogge. In un’intervista a Mediaset, con Massimo Moratti presente, feci credere che avrebbe cambiato tutte le regole».
Come riusciva a essere così credibile?
«Ero concentratissimo. Bastava un solo errore e sarei stato scoperto. Da quel punto di vista quella tensione era favolosa, una forma di doping. Mi rendeva incredibilmente performante».
E questa sensazione, dopo, senza i travestimenti, le è mai mancata?
«Sì, tantissimo. Ecco perché divenne quasi una dipendenza».
Adesso chi la vede a teatro, dopo, torna a casa pensando di aver visto che cosa?
«Un’avventura umana divertente e commovente».
Fra le sue vittime chi si arrabbiò di più?
«Walter Veltroni non prese bene l’incontro con il mio Mr. Babu, l’ex capo del governo del Botswana, quando lui voleva tanto andare in Africa. John Turturro invece quando seppe che ai David di Donatello nel 2001 mi trasformai in lui, ma venni scoperto da Leo Gullotta, si mise a ridere come un pazzo. Me lo fece conoscere il produttore Domenico Procacci a casa sua. Quando bussò alla porta mi chiese di andare ad aprire e...».
Il travestimento non riuscito?
«A Raffaella Carrà. Mi finsi un ex cieco che aveva riacquistato la vista per partecipare a Carràmba che sorpresa, che proprio in studio avrebbe rivisto il figlio partito per l’Australia dieci anni prima. Mi scoprirono un minuto prima di andare in diretta. Raffaella si infuriò. Fu l’ultimo che feci. Rimasi con un senso di vuoto incredibile, ma anche di liberazione».
L’anno prossimo saranno trent’anni dalla morte dei suoi genitori. E lei compirà 63 anni, l’età di sua madre quando morì. Ci ha mai pensato?
«No. E adesso che me lo dice saranno anche trent’anni dalla morte di Strehler, la persona che mi cambiò la vita. Io non avevo mai pensato di fare l’attore, studiavo giurisprudenza, ma poi a 21 anni mi mollò la fidanzata. Il mio primo grande amore».
Come la prese?
«Come uno che finisce sotto un treno. Un caro amico che studiava a Parigi mi disse di raggiungerlo per cambiare aria per un po’. Un pomeriggio, verso le sette, vidi un capannello di persone di fronte al Théâtre du Chatelet. Mi fermai e subito mi avvicinò una vecchietta, che in francese mi disse di avere due biglietti: “Mio marito sta male, se mi aiuta a salire le scale può entrare con me, va bene?”. Dissì di sì. Era L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht con Milva, regia del grande Giorgio Strehler. Da quel teatro uscii letteralmente folgorato. Quella vecchietta era un angelo. Tornai che volevo fare l’attore. Mi mancavano 5 esami alla laurea in Legge e andai a Milano proprio per studiare con il grande maestro...».
Come sono i sessant’anni?
«Brutti».
Il medico che consulta più spesso?
«Nessuno. Ho fatto da poco l’elettrocardiogramma e fra un po’ di giorni mi controllerò le coronarie. Non ho paura della morte, ma delle malattie invalidanti. Mi terrorizza dipendere da qualcuno. Fra un po’ diventerò anche nonno per la prima volta... È in arrivo il primo figlio di mio figlio Arturo».
Il nome? Tifa per un piccolo Paolo?
«No. In pole position i futuri genitori hanno messo Ettore, Cesare, Romeo e Tommaso».
E lei quale preferisce?
«Va a finire che sceglieranno Tommaso».
Suo figlio e la moglie la prima cosa che gli diranno del nonno paterno qual è?
«Questa è facile. Nonno è matto».