Il Messaggero, 3 maggio 2026
Intervista ad Alessandro Gassmann
Alessandro Gassmann, il 7 maggio debutterà al Teatro Bellini di Napoli con “Stato contro Nolan (Un posto tranquillo)” di Stefano Massini. Teatro e impegno, sembra una sintesi della sua vita, non solo professionale.
«È un dramma ambientato nella metà degli Anni 50, in un ipotetico Midwest americano. Parla di manipolazione dell’informazione. Lo fa in altri luoghi, in altri tempi, ma la grande penna di Massini ha la capacità di riportare la discussione su un tema, l’identificazione della verità, molto attuale. Attraverso la rete siamo inondati di notizie smentite mezz’ora dopo, vediamo filmati di guerra che scopriamo essere stati realizzati con l’intelligenza artificiale. Questa è la grande sfida che tutti noi, e voi giornalisti in particolare, dovremo affrontare».
Lei si è mai sentito manipolato?
«Spesso. Sono un personaggio pubblico che esprime le sue opinioni, a volte scontentando qualcuno. Le mie campagne sui cambiamenti climatici e sul Green Deal spesso vengono attaccate. Capita di essere strumentalizzato. Ma sento anche la responsabilità di scrivere qualcosa che viene letta da 800 mila persone. Per questo cerco di documentarmi».
A un certo punto uscì da Twitter. Non ha avuto ripensamenti?
«No, troppi insulti. Su Instagram va meglio, non avverto la stessa aggressività. La verità è che nel tempo ho imparato a moderarmi. Pubblico meno e penso di più. Perché scrivo anche un sacco di fesserie, è bene riconoscerlo».
Il suo rapporto con Roma è cambiato?
«È sempre lo stesso da 61 anni. I romani hanno perso un po’ l’amore per Roma. Dicono che è la città più bella del mondo, cosa peraltro vera, poi però la trattano a pesci in faccia. Sono abbastanza vecchio da ricordarmi quella romanità paciosa, aperta. Oggi “che te frega” ha assunto il significato di “me ne frego”. È tutto sporco? Chi se ne frega. Invece all’epoca “che te ne frega” era un po’ come dire “dai, t’aiuto io, non ti preoccupare, va tutto bene comunque"».
Lei è figlio di un grandissimo attore, e a sua volta padre di un artista che si sta facendo strada. Come si resiste al peso del cognome?
«Intanto non mettendomi in competizione con un attore irraggiungibile. Non ci ho neanche provato perché non era nel mio interesse. Ho cercato la mia strada. Sono nato privilegiato e, a inizio carriera, il cognome mi ha avvantaggiato. A parità di qualità, un produttore sceglieva me. I “figli di” mentono quando dicono di sentirsi discriminati. Sono un attore diesel, migliorato negli anni, ormai 42 di carriera. Ho studiato tanto e con la maturità ho trovato una mia personalità. Ho capito che tipo di storie mi piaceva raccontare, che tipo di personaggi si adattavano alle mie caratteristiche. Da lì sono arrivati i premi, le serie importanti. Ho fatto film brutti, medi e anche qualche film bello. Mi sono concentrato sul teatro, che è la mia vera casa. La regia teatrale è qualcosa a cui tengo moltissimo, forse il momento di massima gioia. Sono molto felice che la prossima stagione riapra il Teatro Valle, e che il mio spettacolo passerà da lì. È una notizia fantastica per Roma, che per anni ha visto chiudere l’Eliseo, ha rischiato di perdere il Quirino e adesso il Teatro delle Vittorie. Abbiamo bisogno dei teatri, perché i teatri, al contrario del cinema, vanno bene. La gente ha voglia di andarci».
Come se lo spiega?
«Siamo tutti chiusi in un telefono o in un computer. A teatro assisti a qualcosa che avviene lì, quella sera, solo per te, magari ci scappa la battuta sbagliata, l’errore. È il luogo della fallibilità umana, così lontana dall’intelligenza artificiale».
Qual è stata la lezione più importante di Vittorio Gassman?
«Era molto severo, come i padri di una volta. Non a caso il nostro cognome è tedesco. Lui era ossessivamente tedesco. Il risultato? Eccomi: arrivo sempre 20 minuti prima agli appuntamenti, dico grazie 50 volte, dico prego 20 volte, faccio la fila. Seguo pedissequamente le regole, anche in maniera un po’ punitiva nei miei confronti. Con mio figlio Leo posso dire che il mio rigore unito alla dolcezza di mia moglie hanno tirato fuori una persona benvoluta e rispettosa. Obiettivo raggiunto».
Un altro Gassmann senza il peso del cognome?
«Lui nasce cantante, quindi fa un mestiere diverso, con un talento suo, che io e mio padre non avevamo. Poi ha provato a fare l’attore con successo in una miniserie su Franco Califano, che gli è valsa un Nastro d’Argento. Il mio inizio non è stato così fulminante. Lui ha vinto Sanremo Giovani, è stato tre volte all’Ariston e ha fatto X Factor. Ha avuto una notorietà immediata che riesce a governare. È un ragazzo con le spalle larghe, più strutturato di quanto non fossi io alla sua età».
Talmente orgoglioso di lui da creare un caso con Morandi al Festival.
«Ma no, lì c’è stato un fraintendimento. Dovevo andare a Sanremo non per mio figlio ma per promuovere la serie di Guerrieri, che andava in onda la settimana dopo. A dire il vero a me Sanremo dà ansia. Ho cercato di evitarlo ma la Rai ha insistito. Poi mi avvisano che sul palco non possono salire i parenti di cantanti in gara. E io dico a mia moglie: “Amore, che figata. Me ne sto a casa”. E che succede? Davanti alla tv mi ritrovo Morandi che canta con il figlio. Ma come, a me hanno detto che non si poteva fare... Poi mi spiegano che quella regola non c’è mai stata e semplicemente sul palco non volevano fare promozione per le produzioni Rai. La questione dei parenti era una fesseria, non si è ancora capito da chi sia uscita. Ma io adoro Morandi: il mio primo 45 giri è stato “Scende la pioggia"».
Il rapporto con sua madre rimane sempre sullo sfondo. Perché?
«Non era una donna desiderosa di diventare madre. Le è capitato di avere un figlio ma non è stata una madre affettuosa, vicina, che aiuta, insomma una madre canonica. Era un’artista che ha viaggiato molto, e che io ho visto poco. Negli ultimi 20 anni ha vissuto in un posto sperduto in Messico, molto bello, che si chiama San Miguel de Allende, nel mezzo di quel Paese, lontano da tutto, difficile da raggiungere. Con la terza età ho cercato di avvicinarmi a lei, di farle capire che le volevo bene, ma è stato un rapporto decisamente non risolto. Ci ha pensato mio padre a farmi anche da madre. Non c’era solo il lato severo. Era molto affettuoso. Avevamo un rapporto fisico di baci, abbracci, lotta. Facevamo sport insieme. Un rapporto molto maschile e semplice. Goliardico, se vogliamo. Quante risate».
Lei e sua moglie, Sabrina Knaflitz, state dando una prova di resistenza come coppia.
«Finché mi mantiene e mi sopporta... tocchiamo ferro. Sono stato molto fortunato, spero che lei possa dire altrettanto. In amore la casualità è decisiva. Era bellissima, è ancora una bellissima donna: ma poteva accadere che dietro un bellissimo involucro ci fosse poco altro. Invece il meglio dovevo scoprirlo: è intelligente, forte e più matura di me».
È vero che a scuola era un po’ bullo?
«Sono stato un bullo, sì. Ero molto alto e forte: me la rifacevo con i più piccoli. I bambini possono essere decisamente crudeli tra di loro, e io ero di quel tipo. Forse è dipeso da un’infanzia diversa da quella dei miei coetanei e dal fatto che venissi considerato solo in quanto figlio di una persona importante. Erano tutte cose che mi facevano arrabbiare. E mi costringevano a stare al centro dell’attenzione, che io non amo. Non sono un attore accentratore, non sono una persona che quando va a cena parla soltanto di se stesso. Sono più uno che ascolta».
Con che occhio osserva i bulli di oggi?
«Riconosco la stupidità che era in me. Sono molto preoccupato da questa gioventù così violenta, soprattutto una gioventù abbandonata a se stessa. Io abito in centro. Quando torno a casa la sera, vedo questi gruppi di ragazzini minorenni ubriachi, con i bicchieri di plastica. Mi chiedo: è possibile che dei giovanissimi girino ubriachi alle 3 del mattino? I genitori di questi ragazzi sono contenti, non gliene frega niente, pensano sia giusto? Certo, non si può generalizzare. Ci sono giovani fantastici, quando giro “Un Professore” mi capita di lavorare con i diciottenni. Quelli che sanno utilizzare in maniera sana i social sono fortissimi, molto informati, trovano soluzioni sorprendenti».
Qual è il ruolo in cui si è più immedesimato?
«Amo tutti i personaggi delle serie tv che mi hanno dato visibilità negli ultimi anni: “I bastardi di Pizzofalcone”, “Un professore” e “L’avvocato Guerrieri”. Ma il cuore sta con il Professore. È un uomo empatico, che ha grande attenzione verso gli ultimi. Ecco, se io avessi avuto un docente come Dante Balestra, la mia carriera scolastica sarebbe stata migliore. E forse non sarei stato un bullo».
La condizione del cinema italiano è così disastrosa?
«Spesso leggo sui social che il cinema sta sulle spalle dei contribuenti. Tutte banalitá. In realtà, se andiamo a vedere, il cinema è sempre in attivo, perché attraverso le vendite televisive, le piattaforme, i produttori riescono a far quadrare i conti. Gli incassi non sono così alti perché in media i film italiani raccontano sempre la stessa storia, non c’è stata una vera evoluzione. Ma il problema sono le 65.000 persone che vivono di cinema con paghe di 8,5 euro l’ora. Non potrebbero sopravvivere a ulteriori tagli al settore. Mi sembra che il ministro Giuli abbia aggiunto dei soldi, spero che ci si possa confrontare».
Perché si racconta sempre la stessa storia?
«La gamba zoppa del nostro cinema è la scrittura. Non tanto la regia, non l’interpretazione, abbiamo nuove leve bravissime, molto più brave di quanto non fossimo noi alla loro età. Ma la scrittura langue. Il cinema è diventato un gruppo di circoletti semi-chiusi, e alla fine mi sembra di vedere ai premi sempre le stesse persone che parlano. Ma rispetto a chi parlava in passato, dicono cose meno interessanti».
Lei ha affrontato pubblicamente il tema degli attacchi di panico. E suo padre soffriva di depressione. Da cosa dipende questa fragilità?
«Innanzitutto esiste una componente genetica. I miei problemi per fortuna sono superati, da anni sto bene. Però ho sofferto tanto. Avevo il terrore di andare in scena e dovevo prendere dei calmanti. Per me era come saltare con il paracadute. Non è così naturale esibirmi davanti a tante persone, vorrei fare tutt’altro. Però tutt’altro non so farlo. Mio padre e gli attori della sua generazione, penso a Ugo Tognazzi che ha finito i suoi anni con una forma di depressione molto simile, hanno condotto vite talmente incredibili, sono sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale, sono diventati famosi, erano dei vincitori. E poi, quando sono invecchiati, le forze hanno cominciato a mancargli, è scemata l’attenzione nei loro confronti, vedevano un Paese declinante. Che siano entrati in depressione è comprensibile».
Negli ultimi anni ha avuto dei lutti importanti.
«Nel giro di pochi mesi ho perso mia madre e mia sorella Paola. Noi eravamo quattro figli da quattro mogli diverse, quindi il rapporto non era da fratelli, ma da fratellastri e sorellastre. Un po’ più distaccato. Volevo bene a Paola, una donna fantastica, la più spiritosa di tutti noi, molto intelligente, coltissima. Però mi sarebbe piaciuto conoscerla meglio. Lo stesso con mia madre, devo dire che alla fine il rapporto era diventato quasi di amicizia. Quando è scomparsa è stata una perdita grave ma paradossalmente meno grave che se fosse stata una madre di quelle che ti tirano su, ti abbracciano, ti preparano da mangiare. Sì, è stata una sensazione un po’ strana».