il Fatto Quotidiano, 3 maggio 2026
Intervista a Vittorio Cosma
Parla l’arte, più della persona. “Non mi interessa l’aspetto egotico, di esibizione; non ho la necessità di venir riconosciuto. Amo i progetti collettivi, lo stare insieme, il costruire. Sono uno da band e alla mia età qualche soddisfazione l’ho ottenuta”.
Vittorio Cosma c’è anche dove uno non crede. C’è con le sue creazioni, i suoni, le collaborazioni, gli anni con Elio e le Storie Tese, gli esordi con la PFM, i festival diventati un mantra a livello europeo (vedi La Notte della Taranta). C’è con i suoi “venti Sanremo”, magari con in mano la bacchetta da direttore d’orchestra davanti ai cantanti, o come un “sarto”, dietro le quinte, attento a cucire sul cantante stesso il brano in gara. Lui c’è, senza bisogno di esserci, tanto che a metà dell’intervista, in maniera totalmente inusuale, mentre racconta di suo fratello di note, Eugenio Finardi, suggerisce: “Lui andrebbe intervistato”. Con il sottinteso: altro che io…
Insomma, lei è uomo-band.
Sempre di più; anche con Stewart Copeland (grandissimo batterista dei Police) potevo pensare a un’esperienza solo io e lui, invece abbiamo creato una band. Anche La Notte della Taranta è poi diventata una super band.
Vittorio Cosma adolescente.
E chi se lo ricorda.
Proviamo.
Sempre stato un malinconicone, mi rifugiavo nella musica.
Esistenzialista.
Non ero bello e non ero tenebroso; credevo e credo ancora nell’amore. Non ero uno smart, leggero con le ragazze. Amavo la musica e la vivevo in maniera romantica, ideale, poi crescendo ho cercato di mantenere intatta questa visione.
Punto di riferimento per gli altri.
Un regista, uno dietro le quinte. Per un periodo, breve, ho provato anche il ruolo di artista, da solo, al pianoforte, ma non è la mia cifra, non sono posseduto dal demone dell’“io”. Mi interessa condividere.
Condividere è fondamentale.
La felicità non condivisa non è per me, non sono uno da buen retiro, da solitudine.
Non ha mai sognato di diventare come Robert Plant…
È un altro mestiere. A me piace più il ruolo di capitano della nave.
Il cantante chi è?
È una domanda pericolosa.
Perché?
Una volta ne ho parlato con Stewart e lui ha trovato una bella definizione: i cantanti sono i “believers”, insomma quelli che “ci credono”; il loro progetto, la loro idea è fondamentale, e tutto viene coniugato, convogliato su quella visione. Io e Stewart siamo altro.
Cioè?
Non viviamo tutte le nostre esperienze per poi inserirle in un progetto artistico. Non ci interessa emergere con il nostro punto di vista; (pausa) Sting è un believer…
E non è una critica.
Senza believers non avremmo grandi artisti; anche Peter Gabriel lo è ed è uno degli artisti che amo maggiormente. È sempre dentro il suo progetto.
Anche dentro il suo rischio.
Eccome. Mentre io non ho voluto e non voglio perdermi i figli e le relazioni umane, i viaggi, le risate, le barzellette, le cover. La vita è così stimolante.
Articolata.
E vivo nella parte fortunata del mondo, mi sembra quasi uno spreco non viverla il più possibile.
I cantanti hanno tratti comuni?
Sting è sempre Sting, anche dentro casa. Non molla mai. E giustamente; (pausa) non ho quel demone.
È un demone, quindi.
Ho sempre la sensazione, in realtà la certezza, che non hanno altro, tutto è filtrato dagli stessi “occhiali”. Invece con i miei amici Elii mi diverto tanto, amiamo provare i pezzi, ridere sui brani, commuoverci.
Oramai voi Elii siete stati sgamati, ma per anni il pubblico non ha capito quanto siete professionalmente preparati e dotati.
A volte, quando siamo insieme, ho la sensazione di stare in mezzo a una gita scolastica e poi penso a quanto è bello avere dei compagni di gita che sono pure dei grandi musicisti.
Com’è Stewart Copeland?
Alto.
Questo, sì.
È una gran persona perché non ha alcuna aura da superstar. Eppure è rispettato da tutti e potrebbe tranquillamente tirarsela.
Una volta che ha detto: “guarda dove sono finito…”.
Sarà l’età ma ultimamente mi commuovo facilmente: magari durante i concerti o se vedo un film per cui ho curato la colonna sonora.
Esempio.
Il film su Franco Battiato (Il lungo viaggio, di Renato De Maria) è una pellicola intelligente e popolare.
Alla Battiato.
Il mio sogno è offrire contenuti profondi non in chiave elitaria.
Non è un radical chic.
Però sono radicale su un punto: quando c’è la variante denaro, il capitale, è la fine.
Chic?
Solo perché ho la fortuna di avere un’istruzione e sapere chi sono Mirò e Pollock? Il canone estetico è pericoloso? Quindi uno, per essere impegnato, deve risultare ignorante?
Per carità.
Cerco di non essere un consumista.
Niente auto sportiva.
Mi fa orrore.
Zero.
In questo momento storico trovo che ostentare sia immorale.
Ha suonato con mostri come Fabrizio De André e Pino Daniele. Con chi si è maggiormente ritrovato?
Con questi giganti è difficile un confronto; ero un ragazzino, ero creta nelle loro mani, gli offrivo la mia gioventù, la mia creatività. Nel tempo qualcosa è cambiato, magari con artisti come Finardi, un fratello, con lui ho inciso nove dischi; Eugenio è una delle persone più intelligenti che abbia conosciuto, un uomo di grande onestà intellettuale. Ci frequentiamo dal 1987.
Una vita.
Eravamo nello stesso studio di registrazione, dove è cresciuto un gruppo straordinario, come Elio, Ligabue, PFM…
Com’è entrato nella PFM?
Ero con Rossana Casale nei Volpini Volanti, una band poi diventata di culto; un giorno Lucio Fabbri viene a vedere un nostro concerto, ci siamo conosciuti, io sono stato abbastanza insistente con la richiesta “dài, fammi lavorare a Milano”. Lui mi ha messo alla prova su un paio di dischi, fino a quando mi ha chiamato per la PFM: “Cercano un tastierista, vuoi venire?”.
Non male.
Sono passato dal liceo, ai locali di nicchia fino agli stadi.
Era fan della PFM?
Loro e degli Area.
Insomma, lei sul palco dello stadio.
Ero un incosciente, nella scaletta era previsto un assolo per ognuno di noi.
Bello.
Ero al Parco delle Cascine a Firenze con davanti ventimila persone. Parte Mussida, poi Franz (Di Cioccio), quindi io, solo sul palco e neanche ricordo a suonare cosa. Oggi per una performance del genere ci vorrebbe prima una seduta con il mio psicanalista.
Scarica di adrenalina.
Forse arriva più oggi da consapevole, allora vivevo il palco come un luna park.
Ha mai pensato: non voglio più salire sul palco?
C’è un club segreto di musicisti, il “club dei fifoni”, e ne fanno parte tutti, anche star internazionali, sono coloro i quali un’ora prima del concerto sono dei disperati: non ci ricordiamo niente e vorremmo essere a casa.
Mimmo D’Alessandro racconta della sofferenza pre-concerto di Miles Davis. Lei ci ha suonato.
Una specie di divinità. Con il viso scolpito. Mi ha rivolto la parola solo una volta, mi ha concesso solo una frase prima del live: “I’m tired…”, “Sono stanco”. Basta.
Miles Davis visto dal palco.
Con lui avvertivi quella perfetta congiuntura astrale quando tutti gli elementi convogliano in una sola direzione.
Quando e come ha capito di avere talento?
È stato una stampella emotiva dentro l’adolescenza, una porticina meravigliosa nella quale entravo e trovavo un mondo fatato, democratico, costruttivo. Dove riuscivo a esprimere quello che non ero in grado di formulare con le parole.
Ancora è così?
Sì, ma non ne sono prigioniero.
La pacca sulla spalla da chi è arrivata?
Dalla Premiata. Sentire loro dirmi “hai una grande musicalità” è stato il tesserino di riconoscimento.
Da giovane ha riconosciuto il talento di Ligabue?
Al momento ci sembrava un pochino derivativo.
Troppo Springsteen?
Sì, poi ho capito che esprime esattamente quel tipo di provincia, è riuscito a dare voce a gran parte dell’Italia. Ho cambiato radicalmente idea.
Risposta da politico.
Rispetto Springsteen, riconosco un live poderoso, ma dopo un po’ ho bisogno di altro.
I suoi preferiti?
Lucio Dalla e Franco Battiato.
Dalla.
Istintivo, popolare, legato alle storie delle persone da cui desumere dei grandi concetti. Ho imparato tantissimo dal suo approccio con il piano. In Anna Bellanna è commovente: Lì ha trovato una sequenza di accordi inusuale. E gliel’ho detto.
Battiato.
È un’evoluzione, un uomo illuminato.
Anche a lui ha manifestato i suoi pensieri?
Con Battiato abbiamo parlato del concetto di morte in occidente e in oriente.
Senza incupirsi.
Assolutamente, della serie “cosa resterà del transito terrestre”.
Una delle domande classiche degli artisti è “cosa resterà di me”.
Non me lo chiedo. Il mio prossimo progetto è creare qualcosa di collettivo che serva. Che sia un po’ utile. Non monadi in cerca di una propria soddisfazione.
Tutto questo ricorda La Notte della Taranta, quando c’era lei.
È così. Eravamo in trenta; come in quel caso si creano delle famiglie affettive, una ricchezza umana straordinaria.
Con lei La Notte della Taranta è esplosa a livello europeo.
Rielaboravamo del materiale originale…
Oggi?
Tende troppo al Festivalbar.
Sono arrivati i soldi.
Il capitale, torniamo sempre lì.
Se li sente 60 anni?
A livello anagrafico, sì. E ce lo siamo confessati con Jovanotti; poi in realtà siamo gli stessi di prima e sono anche cambiati i parametri: oggi il riferimento di un 80enne è Mick Jagger.
Mick Jagger ha provato di tutto. Lei?
Non ho mai esagerato.
Anche qui, saggio.
Alla mia età ho scelto che ogni tanto ci sono delle concessioni, ma non vado altre.
Ha lavorato con Patti Smith…
È una persona in pace con se stessa. Una persona saggia e amichevole.
Pacificata.
Parla anche della morte del suo compagno; “pacificata” è il termine giusto quando si raggiunge un’età.
Lei chi è?
Ah, saperlo.
Proviamo.
Come tutti, come tutto, un meraviglioso e casuale incidente delle leggi delle fisica.