il Fatto Quotidiano, 3 maggio 2026
Le frequentazioni oscure di Giuseppe Cipriani
Giuseppe Cipriani è stato presentato al Quirinale come l’uomo che ha redento Nicole Minetti: imprenditore di successo, persona “normoinserita e lontana da contesti di devianza”. È anche per questo che il presidente della Repubblica ha concesso la grazia. Ma chi è davvero Giuseppe Cipriani, sessantenne figlio di Arrigo Cipriani, il patron dell’Harry’s Bar, il più iconico locale di Venezia? C’è un’ansa dimenticata nella sua avventura imprenditoriale, che incrocia pericolosamente gli ambienti della mafia siciliana. Ne troviamo le tracce in un’inchiesta antimafia dei primi anni Novanta: l’operazione Andalusia, realizzata dallo Sco (Servizio centrale operativo della Polizia) e poi dalla Dia (Direzione investigativa antimafia) sotto la guida dei magistrati di Catania. Riguardava affari e traffici internazionali di armi che, nelle prime ipotesi investigative, coinvolgevano personaggi come Felice Cultrera, uomo d’affari catanese, Tanino Corallo, l’imprenditore che partendo dalla Sicilia tentò di conquistare i casinò di Saint Vincent e di Campione d’Italia, e Tommaso Spadaro, il padrone dei casinò dell’isola caraibica di Sint Maarten che tentò di impiantare affari anche in Italia.
Gli investigatori misero il naso in business di tutto rispetto: la costruzione di appartamenti a Tenerife; l’acquisto di quote dei casinò di Marrakech, Istanbul, Praga, Malta, Montecarlo; la commercializzazione e la ricettazione di titoli al portatore; l’intermediazione di armi pesanti e l’acquisto di elicotteri (con la presenza nell’affare di una vecchia conoscenza delle inchieste sul traffico d’armi e droga, il miliardario arabo Adnan Khashoggi); l’avvio di attività finanziarie in Spagna, Arabia Saudita, Israele, Giordania, Egitto, Turchia, Russia… Un vortice d’affari, di contatti, di relazioni.
Alla fine delle indagini, nella rete degli investigatori restò ben poco. Non riuscirono a dimostrare le relazioni degli uomini d’affari con il boss catanese di Cosa nostra Nitto Santapaola. Restano le intercettazioni telefoniche realizzate dalla Dia, che cristallizzano le voci dei protagonisti e i racconti in diretta dei loro business. Tra le voci, quella di Flavio Briatore (non indagato) che era in contatto con Cultrera (poi prosciolto). I due discutono di affari, donne e motori. Nel maggio 1992, Briatore, allora a capo del team Benetton di Formula 1, chiede consigli a Cultrera e gli parla proprio di Cipriani, a quei tempi ancora sconosciuto rampollo della dinastia dell’Harry’s Bar. Racconta Briatore che questi sta cercando di entrare nel business della Formula 1, insieme a un certo Angelo Bonanno. Per convincere Flavio, Cipriani gli aveva squadernato le sue referenze: “Sono amico di Tommaso Spadaro, sono amico di Tanino Corallo”. Nomi pesanti, in Sicilia. Cultrera ascolta e poi consiglia a Briatore di prendere sul serio il giovane Cipriani: poiché Bonanno – dice Cultrera – “è uno pesante, inserito in una famiglia pesante”. Infatti è considerato uomo dei “cursoti”, clan mafioso catanese che aveva affari anche a Milano. L’indagine non riuscì a ottenere condanne. Ciò che resta è l’indicazione dell’ambiente in cui Cipriani si muoveva, fin dai suoi primi passi nel mondo degli affari.
Del resto, bastava consultare fonti aperte per apprendere i rapporti di Cipriani con Paolo Zampolli, il grande amico del presidente Donald Trump che si definisce “rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali”. Ma, prima ancora, con Jeffrey Epstein e con Harvey Weinstein – il produttore cinematografico che scatenò il MeeToo – che usava i locali di Cipriani come “terreno di caccia” per le donne e usava le suite ai piani alti come “covo sessuale” dove portare le sue prede. Il nome di Cipriani nel 2006 emerge in due processi contro la mafia newyorkese di John Gotti jr. E poi in storie di evasione fiscale e truffe all’assicurazione sanitaria Usa. Nel 2007, Arrigo e Giuseppe si sono dichiarati colpevoli di evasione fiscale per aver frodato allo Stato e alla città di New York 3,5 milioni di dollari in tasse. Non era poi così difficile capire com’era davvero l’ambiente esibito da Nicole Minetti per ottenere la grazia.