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 2026  maggio 03 Domenica calendario

Intervista a Nathalie e Virginie Droulers

Nathalie Droulers e la sua sorella gemella Virginie sono (nella foto piccola con i loro cani) sono nate a Milano nel 1973. Nathalie si è laureata in architettura al Politecnico di Milano, Virginie si è laureata in Graphic Design alla Parsons School di New York. Nel 2007, Nathalie e Virginie hanno creato Droulers Architecture, che oggi si specializza in architettura e design d’interni, anche per yacht di lusso.
Il cognome Droulers è di origine francese?
«Sì, il cognome è fiammingo, ma abbiamo sempre vissuto a Parigi. Mio nonno aveva comprato Villa d’Este sul lago di Como, ma è morto giovane, e mio padre, che studiava in Francia, decise di trasferirsi in Italia per gestire la Villa».
Siete nate sul lago?
«No, a Milano, ma siamo cresciute sul lago fino ai vent’anni. Il lago di Como non era come è oggi, era povero, tranquillo e per nulla alla moda. Oggi c’è un po’ troppo turismo, ma è ancora bello, anche se si stanno costruendo alberghi ovunque e si finisce imbottigliati nel traffico. Se però vi spostate in barca potete andare ovunque».
Di recente avete creato appartamenti di lusso a Miralago sul lago?
«Sì, siamo state richiamate a lavorare per Villa d’Este. Lavoravamo con nostro padre, ma quando ha venduto l’albergo alla famiglia Fontana avevano deciso di prendere un’altra direzione. Due anni fa però hanno capito di non voler cambiare l’essenza della villa e ci hanno richiamate perché la conoscevamo molto bene. Abbiamo progettato nuovi appartamenti lussuosi nel cuore di Cernobbio».
Ha deciso di fare l’architetto perché le interessa la parte strutturale?
«Sono nata per questo lavoro, ho sempre voluto farlo. Quando ho iniziato a lavorare la parte tecnica era la più difficile, e mi sono sempre occupata più di questo aspetto perché mi viene più naturale che a Virginie».
La sua gemella ha scelto invece il graphic design e la cura degli interni?
«Virginie era il mio esatto opposto, sempre confusa rispetto a quello che doveva fare. Io lo sapevo a tre anni, lei non lo sapeva nemmeno a 25».
Come funziona tra di voi?
«Siccome abbiamo entrambe una grande forza di volontà, i primi dieci anni sono stati una battaglia permanente. Poi piano piano abbiamo capito che io ero più portata al lato tecnico, Virginie era più attratta dai tessuti. Se dice qualcosa sui tessuti io approvo anche se non sono convinta, perché lei tende all’abbondanza mentre io sto diventando sempre più minimalista. I nostri gusti sono all’opposto, e insieme combiniamo due stili».
Come siete riuscite ad avere tanti clienti internazionali?
«Per fortunata coincidenza. Tornata da New York, avevo iniziato a lavorare con mia madre, che aveva già uno studio di architettura. Mia madre non parlava benissimo inglese e Maria Pia Bassani aveva un amico londinese che stava cercando un architetto e mi passò il progetto. Quando abbiamo poi diviso lo studio io mi sono tenuta i clienti internazionali. Lavoriamo a Londra da circa vent’anni, da più tempo che in Italia, grazie al passaparola».
Molti vostri clienti collezionano opere di artisti importanti, voi riuscite a combinare tappezzerie e mobili con questi lavori?
«Una delle nostre qualità più importanti è ascoltare i nostri clienti. Oggi ci sono diversi architetti meravigliosi, il cui ego però a volte prevale sui desideri dei clienti. Virginie e io abbiamo sempre lavorare come una volta, ascoltiamo quello che i nostri clienti desiderano».
Dovete avere una splendida organizzazione e persone d’eccellenza che lavorano per voi. Come funziona?
«Un cliente arriva in ufficio, e lo incontriamo con Virginie. Nella prima fase lavoriamo insieme, a quattro mani, decidendo la base del progetto: l’atmosfera, il concept e i rendering. Una volta che il cliente è contento, una di noi porta avanti il progetto, con project manager che hanno junior designer. Siamo molto strutturati».
Come vi dividete il lavoro?
«Io mi concentro più sul Regno Unito perché conosco meglio i regolamenti, mentre Virginie conosce meglio l’Italia. Abbiamo una struttura di project manager, abbiamo molti progetti, credo una quindicina. Il design di interni un tempo era più facile, oggi siamo sommersi dai documenti: disegni e contratti, e a volte il processo è più importante del risultato. Per gestire grandi progetti oggi bisogna avere le spalle robuste ed essere bene informati».
E avete spalle robuste?
«Sì. Abbiamo due caratteri forti».
Qual è lo stile Droulers?
«Non lo sappiamo ancora. Probabilmente possiamo descrivere il nostro lavoro come modernista. È qualcosa a metà: volumi e spazi puliti, con decorazioni che possono essere più o meno ricche, secondo i desideri del cliente. I dettagli sono importanti perché definiscono la qualità del lavoro. E poi c’è lo stile, che per noi è la parte divertente. Esiste probabilmente un filo conduttore, ma non cerchiamo di rendere il nostro stile facilmente identificabile».
Il vostro approccio femminile attira clienti?
«La gente riconosce nel nostro lavoro una architettura senza tempo, moderna ma non troppo contemporanea, né troppo vecchia. Noi partiamo dall’inizio, proporzioni e spazi. Siamo architetti che fanno anche design d’interni, una combinazione di professionalità difficile da trovare».
Avete in progetto di fare anche edifici?
«No, non ce l’hanno mai chiesto. Gli esterni sono tutta un’altra storia, e ci sono persone più brave che li sanno fare. Quello che la gente riconosce nel nostro lavoro è un lusso pulito. Non è contemporaneo perché la gente non riconosce il lusso nei progetti contemporanei».
Cercate anche di non alzare troppo i costi?
«Assolutamente, molti clienti non vogliono spendere troppo e per noi è un’altra sfida. Gli alberghi non vogliono spendere, e a volte è difficile far apparire un prodotto lussuoso senza pagare tanto. Ovviamente siamo contente se il progetto viene fuori come l’abbiamo voluto, ma la maggior parte delle volte a rivederlo dopo un anno vogliamo morire perché non tengono le cose come l’abbiamo progettato, hanno aggiunto duecento milioni di oggetti che non ci piacciono. Ma il nostro lavoro finisce quando consegniamo un progetto. Da lì in poi, appartiene al cliente».