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 2026  maggio 03 Domenica calendario

Milcho Manchevski parla della Macedonia e di sé stesso

«Nella vita la cosa importante è non perdere mai di vista l’umorismo, altrimenti resta solo la tragedia». In un ristorante romano, sotto il sole di primavera, il regista macedone Milcho Manchevski, nato a Skopje nel 1959, Leone d’oro alla Mostra di Venezia del 1994 con Prima della pioggia, racconta le sue vicissitudini, il dilagare della corruzione nel suo Paese, le battaglie, i problemi, le difficoltà. Tutte cose che potrebbero risultare pesanti se lui non avesse la ricetta giusta per affrontarle: «Ho imparato, nel tempo, che se non si guarda il lato comico, si rischia di diventare vittimisti, anche un po’ miserevoli». Insomma, non è un caso se il suo nuovo film, già inviato al Lido, con la speranza che il direttore della Mostra di Venezia Alberto Barbera possa considerarlo per la prossima edizione, si chiami Sorella Fratello Tombino: «Sì sì, ha capito bene, tombino, poi le spiego».
È vero che ha subito ritorsioni, per aver denunciato comportamenti illeciti?
«Ho vissuto una situazione kafkiana. Nel 2020 e poi nel 2022 ho denunciato casi di gravi irregolarità che si erano verificati nella Macedonia Film Agency. Mi sono rivolto al Ministero della Cultura e alla specifica Commissione che si occupa di perseguire i casi di corruzione, sono state fatte indagini che hanno confermato le mie denunce, si è scoperto che erano stati erogati finanziamenti governativi per 39 film che poi non sono mai stati girati e i responsabili sono stati rimossi dai loro incarichi».
Quindi ha ottenuto una vittoria.
«Sì. Ma sa che cosa è successo? Che il governo e la mafia del cinema abbiano tentato di vendicarsi, promuovendo una campagna diffamatoria nei miei confronti. I miei progetti, già approvati, sono stati bloccati dall’Agenzia, si è fatto di tutto per tentare di impedirmi di continuare a svolgere il mio lavoro. Per fortuna è arrivato il sostegno internazionale, dalla Mostra di Venezia, dalle associazioni che raccolgono gli autori italiani, dalla Fipresci, dalla Southeast Europe Coalition on Whistleblower Protection. In più c’è stata un’indagine della “Transparency International”, il mio caso è stato messo in luce, ha assunto una rilevanza europea, e così, alla fine, i soldi per realizzare questo mio nuovo film sono arrivati».
Come mai la corruzione ha preso così piede nel suo Paese?
«I politici sono i primi a praticarne i meccanismi, come accade sempre a quelli che hanno in mano le redini del potere. La gente ha ormai accettato il principio secondo cui l’unica maniera per andare avanti sia entrare in un partito e fare carriera attraverso quel sistema. Tutto questo ha contribuito a diffondere un senso di sfiducia, i giovani non trovano lavoro e hanno cominciato ad andarsene, un quarto del Paese ha scelto di lasciare la Macedonia. Un conto è la povertà, un altro è sentirsi condannati a vivere in un sistema basato sull’ingiustizia».
Quindi oggi qual è l’aria che si respira nel suo Paese?
«Stiamo vivendo da 30 anni lo stesso tipo di cambiamenti e questioni che adesso riguardano l’America, a iniziare da quello dei politici che quotidianamente distruggono ogni regola. In generale mi sembra che, attualmente, in Macedonia, ci siano due gruppi di problemi, quelli interni, e quelli legati al rapporto con l’Europa. I primi hanno a che vedere con povertà e corruzione, i secondi con il fatto che l’Europa non abbia mantenuto le sue promesse».
In che senso?
«La Macedonia sta cercando di diventare membro dell’UE da 30 anni, mentre la pressione dei Paesi vicini è sempre più forte, soprattutto quella della Grecia e della Bulgaria, il risultato è che i cittadini macedoni hanno perso fiducia nei valori europei. Un piccolo Paese come il nostro avrebbe bisogno di grandi strutture, in grado di garantire legalità e funzionamento delle istituzioni. Certo, non ci si può aspettare che le soluzioni vengano dall’esterno, ma il buon esempio, anche se arriva da fuori, sarebbe sempre utile. Insomma, la relazione tra Europa e Macedonia è ormai compromessa, siamo un piccolo Paese e ci siamo sentiti molto soli».
È diventato famoso grazie al Leone d’oro, qual è il suo rapporto con l’Italia?
«Amo l’Italia, ed è naturale, perché il mio trampolino di lancio è stata, appunto, la Mostra di Venezia. Nella ex-Jugoslavia siamo tutti cresciuti con il mito del vostro Paese, e siamo stati molto influenzati dalla vostra cultura. Non da quella storica, antica, ma da quella contemporanea. La prima macchina usata dalla mia famiglia era una Fiat, il primo spettacolo che ricordo di aver visto è il Festival di Sanremo, la prima fiction di cui ho sentito parlare è “Il mulino del Po”, era in bianco e nero e aveva la regia di Sandro Bolchi. Siamo tutti cresciuti con questo tipo di esperienze e così, io, da adulto, ho cominciato a considerare l’Italia come la capitale della bellezza. Non solo dal punto di vista artistico, ma da quello della vita di tutti i giorni, delle relazioni, del modo di passare il tempo».
Che cosa le è rimasto più impresso del giorno in cui ha vinto il Leone d’oro?
«Mi sono sentito come se fossi stato investito da un treno, non ero abituato, all’improvviso ho avvertito su di me una grande pressione. Naturalmente ero anche felicissimo, soprattutto perché la realizzazione di “Prima della pioggia” era stato molto faticosa e traumatica, ci sono voluti quasi dieci anni per poter essere nella condizione di girare il film. Il premio mi è sembrato, in primo luogo, una ricompensa per tutto quello che avevo vissuto».
Che cosa ha imparato da quell’esperienza?
«Dal giorno successivo al Leone ho cominciato a ricevere offerte dagli studios americani, è stato parecchio difficile, in seguito, ritrovare il mio equilibrio. La cosa più importante che ho imparato è che Hollywood non è un posto adatto a me. Ho vissuto a New York, sono andato a scuola di cinema lì, pensavo di conoscere l’industria hollywoodiana, ma non era così. Il punto è che, da quelle parti, non esiste rispetto per l’artista, l’unica cosa che conta sono i soldi. Faccio un esempio. Quando si acquista un quadro d’autore, se ne diventa possessori, ma il quadro e l’autore che lo ha dipinto restano quelli. A Hollywood pensano, invece, che, siccome sono padroni di un certo film, allora possono decidere come dipingere il quadro… Risultato? Sono molto felice di essere in Europa e di fare film qui».
Di che cosa parla “Sorella Fratello Tombino”?
«È una vicenda drammatica, ma anche piena di humour nero. Racconta la storia di un fratello e di una sorella, Malina e Viktor, che sono rimasti orfani e si guadagnano da vivere rubando tombini e statue di bronzo di eroi nazionali per poi fonderli. Abbiamo girato a Skopje che è una città molto particolare. Era stata edificata dai romani, ha subito una forte influenza ottomana, poi, dopo il terremoto del 1963, è stata completamente ricostruita. Inoltre, circa 15 anni fa, c’è stato un rifacimento in stile neo-classico. Direi che adesso è una specie di Las Vegas, ma in Macedonia».
Che cosa, soprattutto, le interessava raccontare?
«Quando giro un film non penso mai al messaggio, piuttosto mi concentro sul potere di provocare emozioni nello spettatore. L’arte non deve essere mai didattica. A dispetto delle loro difficili condizioni di vita, i miei due protagonisti sono giovani, vitali, divertenti. Il film è diretto, emotivo, un road movie che parla di che cosa significhi perdere una famiglia e poi acquistarne un’altra, tutta diversa».