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 2026  maggio 03 Domenica calendario

Cina, un tribunale vieta di sostituire i lavoratori con l’Ia

Le aziende non possono licenziare i dipendenti per sostituirli deliberatamente con l’intelligenza artificiale. Quantomeno in Cina, dove la sentenza di un tribunale può creare un precedente di enorme rilievo. I giudici di Hangzhou, città natale del colosso Alibaba, hanno dato ragione al ricorso di Zhou nella sua battaglia contro un’azienda tecnologica. La sua mansione era quella di verificare l’accuratezza delle frasi generate dai modelli linguistici di Ai. A causa dei progressi dell’Ai, al dipendente è stato imposto un trasferimento di mansione con drastica riduzione dello stipendio, da 25mila a 15 mila yuan (circa 1.900 euro) al mese. Al suo rifiuto, il lavoratore è stato licenziato. Il problema è globale. Negli Stati Uniti, gli algoritmi hanno portato al taglio di quasi 100 mila posti di lavoro in tre anni. E la tendenza sta accelerando, con Big Tech e aziende di diversi settori che operano tagli, col placet di Wall Street. In Europa si teme un ampliamento della sostituzione del lavoro, Italia compresa: a marzo, l’azienda InvestCloud di Marghera ha avviato procedure di licenziamento collettivo per 37 dipendenti nell’ambito di una riorganizzazione basata sull’Ai.
Dalla Cina arriva un segnale contrario. I giudici di Hangzhou hanno dichiarato illegittimo il licenziamento e ordinato all’azienda di pagare un risarcimento a Zhou. La sentenza stabilisce che l’adozione dell’Ai è una scelta imprenditoriale volontaria finalizzata a migliorare la competitività. Non si tratta di un “cambiamento oggettivo sostanziale” o di un evento imprevedibile, come una crisi aziendale o una modifica normativa. Di conseguenza, «il rischio derivante dall’adozione della tecnologia non può essere scaricato integralmente sui dipendenti». Tradotto: il fatto che una macchina possa svolgere a costi inferiori le mansioni di un dipendente non autorizza l’azienda a licenziarlo.
Sui media cinesi, a partire dal media finanziario Caixin, se ne sta parlando molto. Pechino sta investendo cifre monstre sullo sviluppo dell’Ai, componente cruciale dello sviluppo di alta qualità voluto dal presidente Xi Jinping. Fin qui, molte aziende hanno agito partendo da un presupposto relativamente semplice: se l’automazione riduce i costi, allora il taglio del personale è una conseguenza naturale della trasformazione tecnologica. La sentenza di Hangzhou cambia invece la prospettiva e suggerisce che, in caso di ristrutturazione basata sull’Ai, la priorità dovrebbe essere la riqualificazione del personale. Eppure, la Cina non sta rallentando la corsa all’Ai. Al contrario, sta accelerando in maniera impressionante. Il piano “AI Plus” è uno degli snodi strategici del nuovo piano quinquennale, appena approvato dal governo. L’obiettivo dichiarato è integrare l’Ai in tutti i comparti dell’economia, dal manifatturiero alla sanità, dal turismo al commercio. Le applicazioni sono multiformi. La Cina domina il mercato dei giocattoli dotati di Ai, mentre sta esplodendo il business dei griefbot, sistemi per simulare i propri cari defunti. Nelle scorse settimane, è stato lanciato un piano per trasformare il settore dei servizi in un’industria da 100 mila miliardi di yuan entro il 2030, mettendo l’Ai al centro della strategia nazionale.
Allo stesso tempo, Pechino sta cercando di capire come intervenire per ridurre i rischi dell’Ai sull’occupazione. Soprattutto in una fase in cui la crescita rallenta e la disoccupazione giovanile ha toccato il 16,9%. Quest’anno ci si aspettano 12,7 milioni di laureati, molti già rassegnati a non trovare sbocco nel settore di riferimento. A far scattare l’allarme è stata la “saga dei robotaxi” di Wuhan. Quando Baidu ha iniziato a introdurre i taxi autonomi Apollo Go nella città, i tassisti hanno reagito con proteste e campagne online contro le aziende tecnologiche. Il dibattito è diventato virale sui social cinesi e ha mostrato quanto il tema occupazionale possa trasformarsi in una questione di stabilità sociale. Uno spauracchio, per il Partito Comunista. Da qui, il duplice obiettivo della Cina di Xi: diventare leader nell’Ai, senza però compromettere i posti di lavoro. La sentenza di Hangzhou potrebbe non essere l’ultima.