repubblica.it, 3 maggio 2026
La crisi del debito Usa. Il digitale sarà il nuovo biglietto verde
L’attacco dei caccia israelo-americani che ha decapitato il 28 febbraio la gerenza dell’Iran innescando una guerra furibonda di cui ancora non si intravvede il termine, ha avuto tra i tanti drammatici effetti quello di cancellare, o perlomeno rimettere in profonda discussione, il concetto di petrodollaro nel lessico finanziario globale dopo oltre mezzo secolo di onorata carriera.
Tutto era cominciato nel luglio 1974 con un accordo firmato a Riad da Henry Kissinger e re Faisal d’Arabia per porre definitivamente fine alle vicende del 1973: una specie di gigantesco quantitative easing dove al posto delle banche centrali c’era l’Opec.
«Il modello dei petrodollari “security for oil” ha sostituito quello di Bretton Woods, che peraltro era già stato abolito da Nixon con lo sganciamento nel 1971 della valuta dall’oro», spiega sul Wall Street Journal l’economista Diana Choyleva. «Il nuovo sistema si reggeva su tre gambe: petrolio prezzato e pagato solo in dollari da parte di tutta l’Opec, tutela militare Usa sull’intera area (Iran compreso perché c’era ancora lo scià), entrate da petrolio reinvestite completamente da questi Paesi in asset denominati in dollari, principalmente Treasury Bond. Il greggio è talmente importante per l’economia dove tutto è “dollarizzato”, dai risparmi alle riserve, che gli sconvolgimenti attuali e la perdita di fiducia nel dollaro (-16% sulle principali valute dall’inizio dell’anno, ndr) stanno facendo crollare l’intero edificio».
È da oltre cinquant’anni che il Tesoro Usa emette senza problemi i suoi titoli decennali con la certezza che saranno ricomprati a piè di lista. L’accordo doveva essere rinnovato per altri 80 anni proprio in queste settimane ma ovviamente non se ne è fatto nulla. Eppure erano il bene rifugio per antonomasia, i Treasuries: tutti erano convinti di investire in modo saggio i loro risparmi, garantendosi interessi non eccelsi ma comunque sicuri, e finanziando nel complesso l’economia americana. Quando negli anni ’80 Valery Giscard d’Estaing denunciò il «privilegio esuberante», l’allora segretario al Tesoro, John Connally, gli rispose sprezzante: «Our dollar, your problem».
Tutto questo è sconvolto. La fiducia nella forza economica e militare degli Stati Uniti viene meno, e così la fiducia nel dollaro come provano i downgrade delle agenzie. Per colmo di sventura l’epicentro della crisi è nello stesso Medio Oriente dove sono nati i petrodollari. Il segreto dei petrodollari, e in seguito di tutti i dollari creati dalle banche, era che l’America emettesse titoli di credito a profusione senza dover pagare interessi troppo alti vista la fiducia in quei titoli e quel Paese. E così è arrivata a 39 trilioni di debiti. Chiunque alto se vuole emettere più titoli del normale deve alzare i tassi, l’America no.
I dazi, le minacce alla Nato, il tentato takeover della Groenlandia, Minneapolis, la cattura di Maduro e infine la guerra d’Iran, hanno scavato un solco fra Washington e il resto del mondo, sempre meno disponibile a finanziare gli Usa. «Una valuta per essere credibile, e gli acquisti nella finanza si fanno sulla fiducia, deve essere agganciata a qualcosa di fisico, di prezioso, riconosciuto da tutti», spiega Sergio Vergalli, economista dell’università di Brescia. «Anche la Gran Bretagna prima della guerra era correlata all’oro. Poi a Bretton Woods nel 1944, nonostante le proteste del capodelegazione britannico John Maynard Keynes, la palma passò alla divisa Usa: ogni dollaro era cambiabile “a vista” con l’oro a 35 dollari l’oncia. Ma nel ’71 arrivò la “rottura” di Nixon – dovuta all’iperinflazione causata dalla guerra in Vietnam, poi nel ’73 arrivò l’embargo Opec per protesta contro il riarmo americano a Israele nella guerra del Kippur (nell’occasione i nemici erano Siria ed Egitto), infine si arrivò all’accordo “security-for-oil”». I sauditi chiesero che il patto dollari-sicurezza restasse segreto per evitare di indispettire gli alleati arabi visto che stringevano la mano al miglior amico d’Israele. E tale era rimasto fino ad oggi.
E ora? Risponde Brunello Rosa, economista della London School of Economics: «Gli Stati Uniti e l’intera finanza mondiale, hanno bisogno di riancorare il dollaro a qualche bene fisico, visto il livello ormai insostenibile del debito pubblico americano, la cosiddetta “ancora fiscale” che è fortemente compromessa insieme con la credibilità di Trump. Distrutte sotto i colpi della guerra d’Iran le speranze di riprendere in mano gli equilibri petroliferi, con l’Opec spaccata dall’uscita degli Eau, persa la fiducia delle monarchie del Golfo che hanno subito la loro dose di distruzioni, gli esperti americani stanno cercando invece di tesaurizzare la risorsa dove oggi sono più forti: la potenza di calcolo, la tecnologia e l’intelligenza artificiale in cui le compagnie americane hanno investito oltre 500 miliardi di dollari, quello che tutto insieme viene descritto nel mondo della finanza come “compute”».
È un legame tutto da inventare quello tra il “compute” e il dollaro, in formato anch’esso digitale. Il primo passo potrebbe essere quello degli stablecoin, purché si riesca ad evitare il “signoraggio” della famiglia Trump. L’energia potrebbe giocare un ruolo fondamentale di “ancora”, ma stavolta protagonista è l’elettricità: «Va considerata – riprende Rosa – la concorrenza di Pechino nella generazione elettrica. La Cina, prima electro-country del mondo sta utilizzando proprio questo veicolo per imporre pagamenti in yuan alle sue forniture».
Siamo su livelli minimi rispetto al gigante Usa, l’equivalente di 200 miliardi di dollari contro 39mila miliardi di Treasury Bond in circolazione (che diventeranno 43mila in otto anni grazie al Big Beautiful Bill), ma non va sottovalutata la potenza della penetrazione cinese in Africa, nel sud-est asiatico e negli stessi Iran e Russia. Si può ipotizzare in prospettiva uno scontro fra dollaro digitale basato sul “compute”, ed electro-yuan cinese, con il Bitcoin terzo incomodo. «Ma i cinesi balzano in pole position se si afferma la valuta digitale, dato che sono anni che circola lo yuan digitale, in grado di bypassare qualsiasi precedente sistema dei pagamenti».