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 2026  maggio 03 Domenica calendario

Eitan Bondì ai domiciliari. Si scava nel suo passato

«Mi assumo la responsabilità di questo gesto deplorevole, mi vergogno di quanto ho fatto». Davanti al giudice, Eitan Bondì sceglie di non rispondere. Solo dichiarazioni spontanee, prima che il quadro cautelare cambi perimetro: niente carcere, ma arresti domiciliari. E soprattutto una contestazione che arretra rispetto all’impianto della procura.
Non più duplice tentato omicidio, ma – secondo il gip – «tentate lesioni aggravate dalla premeditazione». Un ridimensionamento formale che non attenua il peso specifico dell’episodio: il ventunenne, vicino alla comunità ebraica di Roma, ha sparato con una pistola ad aria compressa contro due persone che partecipavano alla manifestazione per la Liberazione indossando un fazzoletto dell’Anpi.
La difesa – gli avvocati Cesare Gai e Gianluca Tognozzi – riporta le parole del ragazzo: «La pistola non era modificata, l’ho gettata in un cassonetto». E incardina l’agguato dentro un’altra grammatica: un «gesto del tutto irrazionale».
Che genera un ulteriore campanello d’allarme e aumenta il valore della celerità con cui il caso è stato risolto. Perché un ventunenne capace di gesti simili aveva un arsenale. Al settimo piano di una palazzina residenziale, tra adesivi della Lazio e bandiere israeliane, c’era «una pistola semi-automatica Glock modello 9x19, una pistola semi automatica Para Ordnance calibro 45, una rivoltella Taurus calibro 38, un fucile a pompa Hatsan calibro 12, un fucile monocolpo Chiappa calibro 22, una carabina semi-automatica Smith & Wesson calibro 223». Sette caricatori. Mille proiettili. Una santabarbara detenuta legalmente e un gesto «irrazionale». Che non esclude la competenza. L’azione del 25 aprile viene definita come «fluida, professionale, determinata, rapida, puntuale, ma soprattutto fredda, da colpire entrambi i bersagli con assoluta precisione».
Succede tutto in pochi secondi. A pochi metri dalla basilica papale più a Sud di Roma, San Paolo fuori le mura, nella piazza dove converge il corteo della Liberazione. Un Sh bianco arriva. Il braccio si distende e partono raffiche di pallini bianchi che colpiscono Rossana Gabrielli, 62 anni, e Nicola Fasciano, 65. Ferite al collo, alla spalla, alla mano.
Un gesto eclatante. Ma non isolato. Perché il nome di Eitan Bondì, negli archivi della Digos, esiste già. Viene annotato mesi prima, la notte tra il 26 e il 27 gennaio 2025, quando uno striscione compare sul muro dell’Università La Sapienza: «Il nemico di 80 anni fa, ieri Nazi oggi Hamas». Un’azione organizzata da cui emerge che il ragazzo non si muoveva da solo ma faceva parte di un contesto più ampio.
Da allora, Eitan Bondì viene monitorato. E anche il padre, Fausto Bondì. Viene infatti identificato durante un controllo, il 25 aprile, poco prima che il figlio entrasse in azione. L’uomo ha alle spalle tre precedenti, un arresto recente: il 19 luglio, per rapina aggravata dall’odio razziale. Con un complice ha aggredito «tre cittadini extracomunitari verso i quali gli arrestati pronunciavano anche ingiurie a sfondo razziale».
Dinamiche da cui il figlio vuole discostarsi. Davanti al gip è apparso rammaricato: «Esprimo solidarietà alle persone ferite. Non faccio parte di nessun gruppo: non ci sono moventi politici e ideologici dietro il mio gesto. Non ho legami con la Brigata Ebraica», riportano i suoi legali. Uno dei due, Cesare Gai, ha sottolineato: «Da uomo e da avvocato, manifesto la mia solidarietà alle persone colpite. Eitan è un giovane che si vergogna di quanto fatto. Bisogna stemperare i toni e noi siamo i primi a volerlo fare».