la Repubblica, 3 maggio 2026
Si valuta una norma per alzare l’età pensionabile delle toghe
Il tempo della giustizia, ancora una volta, si misura in scadenze. Non quelle dei processi, ma quelle anagrafiche. Settant’anni oggi, forse settantadue domani. È questo il confine attorno al quale il governo sta ragionando da settimane: riportare a 72 anni l’età pensionabile dei magistrati. Un’ipotesi che prende forma mentre gli uffici giudiziari iniziano a fare i conti con un vuoto sempre più concreto.
Perché il problema è prima di tutto numerico. Nei prossimi mesi andranno in pensione molti magistrati, e non si tratta di uscite marginali. A lasciare saranno soprattutto figure apicali, con il rischio di scoprire interi uffici. Il caso più evidente è quello della Cassazione, dove il turn over rischia di tradursi in uno svuotamento progressivo, con effetti immediati sulla capacità di reggere i carichi di lavoro.
Dentro questo scenario si inserisce un altro nodo, che riguarda direttamente la riforma della giustizia. L’introduzione del gip collegiale, nelle intenzioni del governo, avrebbe dovuto rafforzare le garanzie. Ma questo è stato uno dei punti su cui si è aperta la frattura con le toghe. I magistrati lo hanno detto fin dall’inizio: così com’è, è una misura destinata a rallentare i procedimenti. Con gli organici attuali, il modello è semplicemente irrealizzabile. E senza un intervento strutturale sulle risorse, quella previsione rischia di restare sulla carta. C’è poi l’effetto domino che i pensionamenti produrranno nei prossimi mesi. Un vero e proprio risiko delle procure, con spostamenti e nuove nomine destinati a ridisegnare gli equilibri. Il primo banco di prova sarà nei due uffici giudiziari più importanti del Paese: Roma e Milano. Qui i procuratori Francesco Lo Voi e Marcello Viola sono ormai prossimi alla fine del loro incarico. Due caselle centrali che si aprono nello stesso momento, dentro un sistema già sotto pressione.
L’idea di riportare l’età pensionabile a 72 anni, in realtà, è un ritorno al passato. Fino al 2014, infatti, la soglia ordinaria era fissata a 75 anni. Fu il governo guidato da Matteo Renzi ad abbassarla a 70 anni, innescando una stagione di pensionamenti anticipati e, di conseguenza, una lunga catena di nomine negli uffici giudiziari italiani. Un meccanismo che ha avuto effetti profondi sugli equilibri interni alla magistratura e che, secondo molte ricostruzioni, ha contribuito a rafforzare il cosiddetto sistema legato a Luca Palamara. Oggi quel percorso potrebbe essere invertito. L’ipotesi è stata messa sul tavolo, ormai a inizio legislatura, dalla Lega. Sembrava destinata a non trovare spazio, anche per l’ostilità del resto della maggioranza e del sottosegretario alla Presidenza, Alfredo Mantovano, il magistrato che fa da ponte tra Chigi e Palazzo Bachelet. Ma l’idea ora si fa strada in Forza Italia, diventa oggetto di ragionamenti ai vertici dell’esecutivo, e insomma è tornata sul tavolo negli ultimi giorni. Non solo per tamponare l’emergenza degli organici, ma anche per dare un segnale alla magistratura, dopo la debacle del referendum, di una minore ostilità. Non a caso, risulta a Repubblica, nelle ultime settimane si sono moltiplicate le interlocuzioni con magistrati di prima fascia, alcuni dei quali direttamente interessati dal possibile slittamento dell’età pensionabile.
Sul piano tecnico, si ragiona sulla collocazione normativa della misura. Tra le ipotesi emerse, l’inserimento nel decreto del primo maggio oppure, in alternativa, in un nuovo decreto legato al Pnrr, che transiterebbe dalla Commissione Affari costituzionali. Due strade diverse, che per ora restano aperte.