Corriere della Sera, 3 maggio 2026
Biagio Antonacci parla di famiglia e di carriera
La coppia, i «baci come regola» e risposta ai grandi traumi universali, i «missili» e le guerre e le piccole difficoltà quotidiane, il traffico che «tanto non puoi parcheggiare». «Cerco leggerezza, non allegria, con questa canzone» spiega Biagio Antonacci, tornato dopo due anni con «You&Me», una ballad pop ad alto contenuto romantico.
Fa il family man?
«L’idea mi è venuta una mattina in auto: io e Paola (Cardinale, la compagna ndr) stavamo portando a scuola nostro figlio Carlo. La guerra soffiava in radio, la sentivo sulla pelle, c’era talmente tanta tensione che abbiamo rinviato una vacanza... Vedevo la gente in fila, il semaforo, le telefonate al cellulare, i bambini da accompagnare... insomma la vita che scorreva e mi domandavo se queste persone avessero anche un tempo per loro, per essere anche uomini e donne. Io sono fortunato, ma vedo i miei amici, gente del ceto medio, che faticano. Oggi quasi ci si pente del voler creare un nucleo, dell’aver messo in moto un’operazione sociale di questo tipo. Fra Tinder e le tentazioni dei social ci si sente fuori moda...».
È iscritto al celebre sito di appuntamenti?
«Noooo...»
Ha usato la parola nucleo e non famiglia...
«È un termine più contemporaneo. La parola famiglia oggi è riduttiva, a volte escludente. Penso alle coppie arcobaleno oppure a quei nuclei che si creano fra chi vive insieme per dividere le spese».
Lei di nuclei ne ha formati più di uno...
«Sono passato attraverso burrasche ma tutte arrivate dopo solidità durate decenni. Non mi sono mai sposato, ma ho sempre sentito la stessa responsabilità».
Nemmeno per tutelare i diritti di chi le sta vicino?
«Non ne ho mai sentito la necessità. Per proteggere chi ti sta vicino bastano testamenti chiari. Se mai dovessi sposarmi, però, vorrei che a celebrare fosse il mio amico Antonio Albanese».
Nel video è in campagna...
«Sono nella mia casa di Bertinoro. Ho voluto mostrare quello che vivo ogni giorno. Questo sono io, senza Ai o effetti speciali. C’è mio figlio, anche se non lo si riconosce, e mi si vede in sella a una delle mie moto, passione superata solo da quella per le chitarre, una Bmw del 1984 che sognavo da ragazzo».
Sempre nel video ha un libro in mano, cosa legge?
«Dico la verità: è finto. Non ho mai letto un libro. Ho una forma di dislessia che non aiuta: mi perdo dopo poche righe e un dottore specializzato in disturbi cognitivi mi ha detto che potrebbe essere proprio quella la causa. Ogni tanto leggo poesie, amo Giorgio Caproni. So che tanti colleghi si ispirano a dei romanzi per le loro canzoni, io rubo dalla gente, gli anziani sono libri umani».
Quest’estate ha 40 concerti in agenda, dieci per ciascuno di quattro luoghi pieni di storia: il Teatro greco di Tindari, l’Anfiteatro romano di Lucera, il Vittoriale di Gardone e il Teatro Grande di Pompei...
«Andiamo in provincia in spazi che hanno una storia da raccontare. Mi porto dietro la famiglia e so che fermandomi così a lungo si formerà una piccola comunità intorno allo show. Sarà un concerto acustico, mezz’ora addirittura solo chitarra e voce, più poetico che rock, con anche una parte di racconto per spiegare chi ero quando ho scritto certe canzoni».
«Liberatemi», 1992, il primo successo?
«La mia ultima chance. Ero al terzo disco e pensavo di non potercela fare a vivere di questo: fosse andata male sarei tornato a fare il geometra».
«Iris», 1998, la più ascoltata ancora oggi...
«Le cambiai nome. Nasceva dalle lettere di una fan che usava un pennarellone blu per farsi notare. Iniziava così “Sara tra le tue poesie”, ma c’era già la Sara di Venditti e un amico suggerì una serie di nomi di fiori, tra cui Iris, come sua madre. Alle fan che mi fermano per strada la dedico mettendoci il loro nome».
Nel 2026 arriva l’album...
«Sarà l’ultimo disco pop della mia vita. Poi mi piacerebbe andare verso il minimalismo voce e chitarra o verso l’ elettronica spinta. Sono un uomo pop, difficile uscire da lì, ma sono attratto da altro».
Nel 2007 al suo primo San Siro ci furono polemiche per i biglietti regalati: ha anticipato di 10 anni il tema dei sold out gonfiati...
«Però io arrivavo a quel concerto dopo anni di successi enormi e 20 concerti al Forum. Me lo meritavo. Oggi tutto va più veloce e questi ragazzi sono parte di un sistema che corre più veloce di quanto non riesca a svilupparsi il loro talento. Poi certo, ho visto cose esagerate a San Siro, ma non voglio fare nomi».
Tornerebbe a Sanremo in gara?
«È qualche anno che alla prima puntata penso: “sarei dovuto andare questa volta”. Ma alla fine mi dico: “è andata meglio così”».