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 2026  maggio 03 Domenica calendario

Intervista a carlo Conti

Carlo Conti, lei ha scritto un libro sulla pesca. Perché?
«Perché la pesca assomiglia alla mia vita».
In che modo?
«Sono uno che sa aspettare. Che non rincorre mai. Che dà tempo al tempo».
Un esempio.
«Come tutti i pescatori sanno bene, ogni cosa arriva al momento giusto. Per esempio, prima di dire sì alla conduzione di Sanremo, nel 2015, ho saputo aspettare».
Perché, aveva rifiutato la proposta in precedenza?
«Sì, mi era stato chiesto qualche anno prima ma avevo detto no: non ero pronto».
E quale edizione ha rifiutato?
«Si figuri se glielo dico».
Carlo...
«Non sarebbe corretto nei confronti di chi poi ha condotto quella edizione».
Sì, Carlo Conti sa coltivare bene i rapporti. Anche quelli informali, professionali. Si presenta al nostro appuntamento puntualissimo, videochiamata dalla sua casa di Firenze. Sullo sfondo si intravvedono i vinili dei Pink Floyd e una foto che tornerà più volte nel corso di questa conversazione: raffigura il conduttore insieme a Pippo Baudo, Renzo Arbore e Mike Bongiorno.
Conti, le riflessioni sulla pesca sono dedicate a Matteo, suo figlio dodicenne. Parliamo di lui?
«Matteo è arrivato quando io avevo cinquantadue anni. Mi sono ritrovato a fare il padre senza aver mai conosciuto il mio. Non ho potuto attingere a un modello preciso, cerco di fare il possibile, anche se ogni giorno mi chiedo se sto facendo la cosa giusta».
Suo padre è morto quando lei aveva diciotto mesi.
«Sì, mia madre ha incarnato entrambi i genitori. E poi sono diventato io genitore a mia volta. È curioso inventarsi un modo di essere padri e, per giunta, cinquantenni».
Peraltro Matteo è nella preadolescenza.
«Indossa le cuffie per tutto il giorno, risponde a monosillabi, se gli chiedi com’è andata a scuola, la replica è sempre “bene”. Però siamo molto uniti, pensi che è rimasto con me e con Francesca, mia moglie, per tutta la durata dello scorso Sanremo».
Che avete fatto nel giorno della vigilia del Festival?
«Siamo andati a pesca».

Ma è un’ossessione.
«Nel libro racconto anche l’impresa eroica della pesca del tonno».
Un «marcantonio» di un metro e settantaquattro per ottantaquattro chili.
«Con Matteo lo portammo a casa, sfidando le ire di Francesca ma non resistemmo: lo adagiammo sul lettino prendisole del giardino solo per guardarlo: era bellissimo, lucente, maestoso. Quando mia moglie lo vide strabuzzò gli occhi: “Ma siete impazziti? Sul lettino dove mi sdraio io?!”».
È vero che una delle sue migliori amiche, Antonella Clerici, ha avuto un ruolo rilevante nella sua decisione di sposare Francesca Vaccaro?
«Antonella, come tutti i miei amici cari, Leonardo e Giorgio per primi (Pieraccioni e Panariello, ndr), era convinta che io sarei rimasto lo scapolone della compagnia. Poi però conobbi Francesca».

Che cosa accadde?
«Dopo anni di tira e molla (per colpa mia) confidai ad Antonella che ero sicuro dei miei sentimenti e che sarei tornato da Francesca per l’ennesima volta. Lei mi ascoltò con attenzione, poi mi disse: “Carlo, hai poco tempo, se non vuoi che se ne vada per sempre, vai da lei col brillocco e falle la proposta”».

E lei che cosa fece?
«Andai da Francesca con il brillocco in mano e le dissi, semplicemente: “Sposiamoci”. Per fortuna arrivai in tempo, prima che lei si stufasse. Siamo sposati da quattordici anni, anche se stiamo insieme da oltre venticinque».

Avete scelto di vivere a Firenze.
«Be’, a Roma ci sarebbe stato il rischio che Matteo non tifasse Fiorentina. Scherzo. Firenze è la mia casa».
E la parola «papà» diventa inevitabilmente «babbo».
«Io questa parola, babbo, non ho mai potuto pronunciarla. Sarà per questo che oggi la pronuncio spesso, la voglio nei titoli dei miei libri».
Sua mamma che faceva?
«Quando è rimasta vedova, con un figlio di poco più di un anno, di lavori ne faceva mille. Assisteva gli anziani, faceva le pulizie, l’infermiera. Cercava in ogni modo di farmi condurre una vita normale. Però non potevo avere tutto: appassionato di musica, avrei voluto un mangiadischi nuovo, ma mi dovevo accontentare di quello ricevuto in regalo alla Prima Comunione».
È stato difficile?
«Molto. Pensi che per me un regalo enorme, all’epoca, era il pezzo di sughero con filo e piombo che mi regalava ogni estate nonno Marino. Oggi una delle mie migliori amiche, Maria De Filippi, ha regalato a Matteo una bella cassetta di attrezzi per la pesca».
Pescare è anche godersi il tempo lento. Stare nel presente. E lei di cose belle ne ha fatte tante. Un aneddoto legato a qualche personaggio che ha incontrato.
«Sylvester Stallone. Molti ricorderanno la sfida a braccio di ferro tra me e lui, nel 2006 durante Miss Italia. Ma non tutti sanno che, dietro le quinte, mi ha sollevato di peso, come fossi un bilanciere!»
Liza Minnelli.
«La invitai a I migliori anni e ai ragazzi che facevano da pubblico lei disse: “Il successo arriva quando talento e fortuna s’incontrano”».
Bruce Willis.
«Ospite a Miss Italia, capii subito che era una persona molto gentile, ma c’era un problema: io parlo un inglese non perfetto e temevo di non capire le sue parole. La mia fortuna fu che ci incontrammo dopo che lui aveva bevuto qualche bicchiere di buon vino toscano, era rilassato, parlava lentamente e così feci un figurone, perché scandiva ogni sillaba».
Nelle riflessioni sulla pesca, lei cita la correntina, tecnica che permette di sfruttare la corrente e catturare così pesci più piccoli, sfuggenti, difficili. Ricorda un personaggio «difficile» da gestire sul palco?
«Direi Gino Paoli, ma solo in apparenza. Quando si presentava sentivi il peso del suo personaggio, un gigante della musica, ma poi, parlando, metteva tutti a proprio agio».
Da poco ci hanno lasciato sia lui che Ornella Vanoni.
«Una volta ospitai Virginia Raffaele che fece l’imitazione di Ornella. Nella sua versione, Vanoni raccontava di aver fatto l’amore con Paoli sul deltaplano e follie simili. Il giorno dopo squilla il telefono. Era Ornella: io temevo che si fosse arrabbiata, ma lei, serena, mi disse: “Per la precisione, sul deltaplano non lo abbiamo fatto mai”».

La foto che la ritrae con Renzo, Mike e Pippo è una sintesi della sua carriera?
«Più umilmente, dico che potrebbe essere una metafora delle mie tre anime. Quella arboriana, come spalla di comici, poi arriva la versione Bongiorno con i quiz e infine quella baudiana, da cerimoniere delle prime serate e degli appuntamenti classici come Sanremo».
Lei ha voluto dedicare il suo ultimo Festival di Sanremo a Baudo.
«Quando l’autorevole critico del suo giornale (Aldo Grasso, ndr) ha scritto che io baudeggio, per me è stato un grande complimento, perché è come dire a un calciatore che ha battuto una punizione come Maradona».
Un ricordo di Pippo?
«Quando ci incontrammo per la prima volta lo vidi in mutande».
Racconti.
«Lo incontrai negli studi Rai, io ero molto acerbo, lui un mito. Mi abbracciò e poi disse “Mi devo cambiare”, scusami. E si mise in mutande».
Come ci si rilassa prima di Sanremo?
«Non dimenticherò mai Elton John. Poco prima di esibirsi sul palco dell’Ariston andai a cercarlo. Lo trovai serenamente seduto con il tablet in mano: stava seguendo una partita di calcio inglese».
Meditazione singolare.
«Ormai lo sappiamo: Sanremo non è Sanremo se non ci sono polemiche. L’importante è difendere le proprie scelte fino in fondo».
Lei lo ha fatto più volte, per esempio nel caso della partecipazione contestata di Tony Effe.
«Non solo, ho difeso Emis Killa e tanti altri. Se credo in un artista, ci credo davvero».
Televisione, radio, grandi kermesse. Che cosa vorrebbe fare ora Carlo Conti?
«Una rubrica di pesca all’interno di Linea Blu. Cara Donatella Bianchi, sei avvisata».