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 2026  maggio 03 Domenica calendario

Trump torna alla carica contro l’Iran e Cuban

La guerra in Iran è finita? Non era una guerra? Donald Trump da sempre gioca con le parole e con i fatti, nega realtà evidenti. Stavolta lo fa con un atto solenne: il messaggio inviato venerdì al Congresso col quale presenta l’attacco all’Iran (tuttora minacciato di enormi devastazioni se non accetterà le condizioni poste da Washington) come rispettoso dei limiti legali ai poteri di guerra del presidente. Nella lettera Trump afferma, infatti, che le ostilità iniziate il 28 febbraio con l’attacco congiunto Usa-Israele, «sono terminate». In realtà il leader americano non sta annunciando accordi imminenti o la rinuncia a usare la forza militare: pretende di cambiare la natura del conflitto cambiando le parole che usa e di azzerare l’orologio che gli impone di ottenere entro 60 giorni l’approvazione del Congresso per operazioni belliche prolungate. Infatti poi in serata precisa che c’è la «possibilità» che gli attacchi contro Teheran riprendano.
Le regole
Il presidente, in quanto capo delle forze armate, può decidere anche interventi militari. La «War Powers Resolution», una norma votata dal Congresso nel 1973, dopo la guerra del Vietnam, per limitare questi poteri bellici, stabilisce, però, che la Casa Bianca può impegnare il Paese in una guerra solo col voto del Congresso o se c’è un’emergenza nazionale per un attacco al Paese o a basi Usa nel mondo. Le altre azioni militari giudicate necessarie dal presidente e non votate dalle Camere possono durare al massimo 60 giorni (si può arrivare a 90, ma solo per il ritiro delle truppe).
Giochi dialettici
Trump fin qui ha scavalcato il Congresso di continuo con un gran numero di ordini esecutivi presidenziali. Sulla guerra è più cauto, sapendo che l’attacco in Iran è impopolare tra gli americani, nel suo elettorato, perfino tra i fedelissimi Maga. Con una maggioranza parlamentare risicata e tre senatori repubblicani orientati a votare una richiesta del Congresso di porre fine alla guerra, Trump ha preso carta e penna e il Primo maggio, 60esimo giorno dalla notifica dell’attacco all’Iran, ha informato le Camere che i vincoli della norma del 1973 non si applicano all’offensiva in Iran. Come ha fatto Putin con l’attacco all’Ucraina, anche lui ora definisce la sua non una guerra ma un’«operazione militare» o un’«incursione». E aggiunge che l’orologio dei 60 giorni è stato azzerato dalla tregua, visto che «dal 7 aprile non ci sono stati scambi a fuoco tra Usa e Iran». I democratici hanno respinto queste tesi ribadendo che per loro la guerra è illegale. Perplessità anche tra i conservatori. Del resto Trump, che non ha la stessa disciplina di Putin ed è abituato a contraddirsi senza dover mai pagare pegno, non si è risparmiato nemmeno stavolta: venerdì stesso, appena consegnata la lettera, ha tenuto un comizio in Florida nel quale da esclamato: «Lo sapete, no, che siamo in guerra!». Per i giuristi, poi, la precaria tregua non può essere considerata la fine delle ostilità: il blocco navale Usa dello stretto di Hormuz è un atto di guerra per il diritto internazionale (e le navi americane hanno sparato su quelle iraniane che hanno tentato di passare).
Tocca a Cuba
Il Parlamento non può fare molto, oltre a respingere a parole le tesi di Trump. I precedenti non sono incoraggianti: quando (1999) Bill Clinton autorizzò l’intervento Usa in Kosovo, le operazioni durarono 78 giorni. Il Congresso non votò, approvò né disapprovò e la magistratura si dichiarò incompetente quando un deputato repubblicano denunciò il superamento del limite dei 60 giorni. E anche Obama, nel 2011, lo superò nell’intervento internazionale in Libia, durato 222 giorni, senza alcun voto delle Camere. E, allora, Trump già «si allarga»: «Prenderò Cuba, appena avrò finito con l’Iran». E, mentre vara nuove sanzioni contro l’Avana, immagina che un Paese allo stremo, vedendo arrivare le portaerei Usa, dirà: «Molte grazie, ci arrendiamo».