Corriere della Sera, 3 maggio 2026
Rubio in missione a Roma
Avrà così tante cose da spiegare, che ci sarà l’imbarazzo della scelta. Inizierà da Oltretevere, poi passerà al governo italiano. Giovedì e venerdì prossimi il segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, sarà a Roma per un tour di incontri tra Santa Sede ed esecutivo. Parola d’ordine: «disgelo» delle relazioni bilaterali. Missione non impossibile, ma complicata assai. Per Rubio è la terza visita in Italia, dopo quella dello scorso maggio a Villa Madama e la presenza all’inaugurazione delle olimpiadi invernali, con J.D. Vance, a febbraio.
L’agenda romana di Rubio non è ancora chiusa. Prevede al momento tre incontri. Per prima cosa vedrà il Segretario di stato della Santa Sede Pietro Parolin. Donald Trump ha definito Papa Leone XIV «debole contro la criminalità» e «terribile in politica estera». Arrivando anche ad attribuirsi il merito dell’elezione di Prevost al soglio pontificio («Se non fossi stato alla Casa Bianca, lui non sarebbe Papa»). Affondi che hanno trovato la risposta del Papa: «Non sono un politico, continuerò a parlare contro la guerra».
Il giorno dopo Rubio sarà dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e con lui lo stesso giorno vedrà a pranzo il ministro della Difesa Guido Crosetto. Non è escluso, ma nemmeno confermato, un faccia a faccia tra il Segretario americano e la premier Giorgia Meloni: «La voglio incontrare», ha fatto sapere. E poi c’è un altro punto interrogativo: chissà se Papa Leone XIV gli concederà udienza.
Lo «sbarco» di Rubio è stato anticipato al governo qualche giorno fa con una lettera dell’ambasciatore Usa Tilman J. Fertitta che da diverse settimane lavora con l’omologo a Washington Marco Peronaci per ricostruire il «ponte» fra Italia e America, saltato in aria grazie alla cariche (verbali) di Trump contro Meloni, consapevole a sua volta di quanto ormai sia sempre più pericolosa l’amicizia con il tycoon. Fu vanto, ora è kriptonite.
Clamorosa e fatale è stata l’intervista del presidente Trump concessa a Viviana Mazza del Corriere lo scorso 14 aprile: sette minuti di attacchi alla presidente del Consiglio tra il personale e il politico che hanno fatto il giro del mondo («Pensavo avesse coraggio, ma mi sbagliavo: sono scioccato, non è più la stessa persona, non vuole aiutarci»).
Colpa della posizione di Roma sulla guerra in Iran, ma anche della difesa di Meloni nei confronti di Papa Leone («Parole inaccettabili»). Da quel momento, dopo settimane di tensioni (vedi il caso Sigonella) e distinguo da parte della premier, Trump è andato dritto contro il governo e la sua inquilina. Ancora interviste e dichiarazioni al vetriolo. Un crescendo. Fino alla minaccia di due giorni fa di colpire i «cattivi» della Nato che non lo stanno aiutando in Iran. Da qui l’annuncio del «King dei Maga» di voler ritirare le truppe Usa da Italia, Spagna e Germania. Breve inciso: il nostro Paese ospita sette basi, a dir poco strategiche, e tra i 13 mila e i 15 mila soldati statunitensi. Rubio ago e filo, dunque. Proverà a ricucire con il Vaticano e a tessere la tela fra i due leader ex amici, Giorgia e Donald. Destinati a incontrarsi al G7 di Évian, in Svizzera, fra meno di un mese e mezzo. Quando la tensione è diventata pubblica, Meloni non ha avuto problemi a dire che si «aspettava» la reazione di Trump, a cui però non ha fatto mancare la solidarietà per l’attentato subito alla cena dei corrispondenti e il plauso per gli sforzi messi in campo nel negoziato tra Libano e Israele. Giovedì e venerdì ecco Rubio: se la premier lo incontrerà – al di là dei limiti del protocollo in quanto non è un suo omologo – sarà un segnale. Nessuno a Palazzo Chigi in questo momento è pronto a fare le capriole per rimarcare vicinanza verso il capo della Casa Bianca, che «sta sul gozzo» a oltre l’80% dell’opinione pubblica, a voler dar retta ai sondaggi.
Tuttavia i rapporti diplomatici, militari e commerciali sono un’altra cosa, soprattutto se dall’altra parte c’è l’America: si chiama realpolitik.