La Stampa, 1 maggio 2026
Intervista a Milo Manara
Negli ultimi cinquant’anni il tratto di Milo Manara ha cambiato il modo di guardare le donne, dunque ha cambiato il mondo. Ha reso i corpi femminili soggetto e non più oggetto di desiderio, ha riconosciuto in loro il potere e le chiavi della rivoluzione. Eppure, oggi che è uno dei maestri indiscussi dell’illustrazione, rimane fedele a un’idea artigianale del fumetto. Carta, matita e inchiostro, in originale alla Sala delle Arti del Parco Dalla Chiesa di Collegno, per la mostra che Torino Comics gli dedica. Come sempre, lui ridimensiona: «Il fine del fumetto non è di essere esposto, ma stampato. Osservare gli originali è però una curiosità, uno sguardo intimo sull’autore. A me, un po’ perfidamente, piace vedere la quantità di correzioni degli altri».
Quand’è entrato il disegno nella sua vita?
«Nei primi ricordi d’infanzia avevo già una matita in mano. Mi piaceva da matti disegnare l’asinello del presepe, era accosciato e mi evitava la fatica di disegnargli le gambe».
Che bambino è stato?
«Sono cresciuto in un paesino di pescatori sul Lago di Garda, quando le rive erano ancora canneti. È stato un tempo avventuroso, di scoperta del mondo, anche se magari il mondo era il cortile di casa»
Che cos’era allora il proibito?
«Una balera di Bardolino caldamente sconsigliata dal parroco. La descriveva come la sentina di tutti i vizi, i ragazzi non potevano nemmeno avvicinarsi. Naturalmente io e i miei amici ci andammo».
Com’è il peccato visto da vicino?
«Noioso. C’era l’orchestrina dal vivo che suonava liscio, foxtrot, il primo jazz. La gente ballava. Tutto lì. Spesso le incursioni all’inferno si rivelano piuttosto deludenti».
Quand’è entrato l’erotismo nella sua vita?
«Al liceo artistico. Noi ragazzi eravamo educati a un continuo desiderare, le ragazze a un continuo negarsi. Poi arrivò la minigonna. Citavamo Marcuse, che in Eros e civiltà teorizzava come non possa esistere libertà senza quella sessuale. In sostanza ci provavamo adducendo finalità sociali».
Come definisce l’erotismo?
«È l’elaborazione culturale del sesso, così come l’alta cucina è l’elaborazione culturale del cibo. La pornografia invece è l’esibizione brutale di un atto sconvolgente, come sempre il sesso è. Oppure, per dirla con Woody Allen, “la pornografia è l’erotismo degli altri”».
Da dove nascono le ragazze dei suoi fumetti?
«Sono il frutto spontaneo del mio sguardo. Le ho sempre disegnate secondo i miei canoni ideali: maggiorate, con le forme a violoncello. Fortuna ha voluto che nel tempo siano diventati i parametri condivisi della bellezza femminile, e dal corpo di Marilyn si è passati a quello di Brigitte Bardot».
Parlando di B.B., in mostra c’è anche il disegno usato come modello per la statua eretta in suo onore a Saint-Tropez. Perché la Divina si rivolse a lei?
«Con il marito Bernard d’Ormale mi proposero di farle 25 ritratti da vendere all’asta, per la loro associazione animalista. Lei mi incoraggiò a osare. Alla fine per la statua venne scelto il ritratto di lei nuda in una conchiglia, nata come Venere dalla spuma del mare».
Cosa ricorda della vostra prima conversazione?
«La voce roca da fumatrice. E che parlava bene l’italiano. Fu la prima e unica volta che un francese pronunciò il mio nome come si deve, anziché “Milò Manarà”».
Sua moglie Luisa è mai stata gelosa delle sue donne di carta?
«Macché. È gelosissima di quelle in carne e ossa».
Che cos’ha rappresentato per lei Hugo Pratt?
«Tutto, a partire dall’orgoglio di fare fumetti. Lui li considerava arte, e nel suo caso era vero. Certo dipende dall’autore, come in tutte le discipline espressive. La musica è arte? Se è di Vivaldi certamente sì. La letteratura è arte? Se parliamo di Thomas Mann lo è di sicuro».
Com’è nata la sua collaborazione con Fellini?
«Era il 1984 e Vincenzo Mollica aveva chiesto a diversi disegnatori di realizzare un’illustrazione per il sessantaquattresimo compleanno del regista. Io impazzivo per Fellini, come le ragazzine per i Beatles. Disegnai una storiella di quattro pagine dentro cui infilai i sogni che aveva raccontato».
Gli piacque?
«Nemmeno speravo la guardasse, invece mi invitò a Cinecittà per conoscermi. Da lì nacque la nostra amicizia. Mi chiese di disegnare i manifesti dei suoi ultimi due film, Intervista e La voce della Luna, e i fumetti Viaggio a Tulum e Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet».
Ha mai avuto problemi con la censura?
«Solo una volta in Sudafrica, all’epoca dell’apartheid. Un giornale locale pubblicò una lista delle opere proibite dal governo e in mezzo c’era una mia storia di Giuseppe Bergman. Ne fui lusingato, nemmeno sapevo che mi leggessero da quelle parti».
Molto scalpore aveva suscitato la sua vignetta di papa Wojtyla circondato da angiolette nude. Se n’è mai pentito?
«Decise tutti i dettagli il mio amico Stefano Disegni, compresa la palpatina del Papa. Non immaginavo che avrebbe suscitato quel casino. Ci fu addirittura un’interrogazione parlamentare e venni convocato in caserma dalla Digos. Per fortuna finì lì».
Il più bel ritratto di Andrea Pazienza l’ha firmato lei, ed è esposto in mostra. L’artista è seduto a terra con un braccio disteso e una mano che suggerisce il gesto di bucarsi. Era questo il senso?
«Mi interessava mettere in luce la sua mano destra, con cui è stato capace di cose sublimi, ma anche di uccidersi. Mentre disegnavo mi tornavano in mente i versi dell’Iliade, quando il vecchio Priamo si presenta alla tenda di Achille, l’uccisore di suo figlio Ettore. Per supplicarlo di restituirgli il corpo, si umilia a baciargli la mano che l’ha ucciso. “La tremenda baciò destra omicida”. Ecco, se quel ritratto avesse un titolo sarebbe quello».
Come le sembra lo stato dell’arte del fumetto?
«È chiuso da altre forme di narrazione sempre più sofisticate e fidelizzanti, come l’animazione, le serie tv, i videogame. Sono più facili da fruire rispetto al fumetto, che non ha il movimento, né la colonna sonora».
Che rapporto ha con l’AI?
«Di interesse. Mi sembra ottima per fare il lavoro sporco, ma si nutre dell’esistente, non è in grado di innovare. Non saprebbe disegnare Les Demoiselles d’Avignon se prima non l’avesse fatto Picasso. L’intelligenza artificiale è onnisciente ma non ha talento».
Un bilancio dei suoi cinquant’anni di carriera?
«Sono stato molto fortunato. Ho incrociato le parabole di alcuni dei grandi artisti che ammiravo, a volte collaborando con loro. E ho avuto quel minimo di successo editoriale che mi ha consentito un rapporto vantaggioso con gli editori, potendomi mantenere con il lavoro che amo».