il venerdì, 1 maggio 2026
Cosa resta di Al-Qaeda 15 anni dopo la morte di Bin Laden?
«Giustizia è stata fatta». Con queste parole il presidente americano Barack Obama ha annunciato al mondo l’uccisione di Osama Bin Laden, caduto sotto i colpi dei Navy Seals nel rifugio pachistano di Abbottabad il 2 maggio 2011. Sono passati quindici anni e tutti sembrano avere dimenticato Al Qaeda: un errore, che rischiamo di pagare caro. Perché la creatura di Bin Laden è viva e vegeta: i rapporti investigativi l’indicano in crescita continua, con una forza di 25 mila combattenti e ramificazioni che si estendono in almeno due continenti. E, cosa più pericolosa, con la stessa ossessione del suo fondatore: scatenare un attacco clamoroso, in grado di ripetere lo choc delle Torri Gemelle.
Dopo la morte del magnate saudita che ha consacrato vita e ricchezze alla jihad armata, l’organizzazione ha attraversato una doppia metamorfosi. La prima è stata gestita dal suo erede designato, il medico egiziano Ayman al Zawahiri: l’alter ego di Bin Laden sin dalla nascita durante la guerra contro i sovietici in Afghanistan. Una figura senza carisma, ma con un’idea della supremazia politica dell’Islam proveniente dal salafismo e un odio verso l’Occidente maturato durante gli studi negli States. La sua strategia era di ampio respiro, volta a sopravvivere alla caccia degli americani e poi costruire dal basso un consenso planetario, cavalcando le fratture tribali e sociali: sconvolgere gli Usa o l’Europa non è stato più all’ordine del giorno. Ma si è dovuto misurare con la rivolta degli “scissionisti” dell’Isis, che hanno proclamato il Califfato, occupando parte di Siria e Iraq mentre scagliavano squadre di kamikaze da Nizza a Parigi, da Bruxelles a Berlino.
Vecchi rivali e nuovi alleati
Il richiamo dello Stato islamico ha raccolto decine di migliaia di persone da ogni Paese, inclusi alcuni dei quadri qaedisti, poi trasformati nel bersaglio dei bombardamenti americani o della controffensiva curda e irachena: una fiammata che ha incenerito le schiere fondamentaliste. La loro disfatta ha confermato la visione di al Zawahiri, che è così riuscito ad attrarre persino comandanti formati dall’Isis: il più famoso è Al Jolani, regista della lotta contro la dittatura di Damasco che ora ha ripreso il suo vero nome di Ahmed al Sharaa ed è presidente della Siria. Il grande capo egiziano ha cercato nuove protezioni, rivolgendosi soprattutto agli ayatollah iraniani, sciiti avversari acerrimi nella dottrina sunnita, ma disposti ad assistere il nemico dei loro nemici.
E ha incaricato i suoi missionari di gettare i semi in terre promettenti: un network frammentato e disperso, per questo più difficile da stroncare. L’Afghanistan gli è rimasto nel cuore e nel 2021 il ritorno al potere dei talebani gli è parso l’occasione per tornare. È rientrato a Kabul, dove la sua presenza non è sfuggita alla Cia: i missili di un drone statunitense l’hanno ucciso il 31 luglio 2022.
Un manuale per vincere
Da allora non c’è stata la nomina formale di un successore, ma a tenere le redini c’è un altro egiziano: Muhammad Salah al Din Zaidan, più noto con il nome di battaglia Saif al Adel ossia la “Spada della Giustizia”. Di lui esistono tre foto, la più nitida risale a trent’anni fa e lo ritrae con occhi di sfida: lo stesso spirito con cui sta forgiando la terza stagione di Al Qaeda. La sua biografia ha contorni leggendari. Laurea in Economia, giovane ufficiale dell’esercito del Cairo, quindi la partenza in cerca di lavoro in Arabia Saudita e l’incontro con Bin Laden. È sempre stato un uomo d’azione, ferito almeno tre volte. Sin dall’inizio si è occupato dell’addestramento delle reclute: si ritiene che sia stato lui a trasformare la banda di miliziani accorsi in Afghanistan in una macchina efficiente e spietata. Ha comandato il manipolo jihadista spedito in Somalia nel 1992 e gli viene attribuito un ruolo chiave nella battaglia di Mogadiscio, quella del film Black Hawk Down, in cui sono stati uccisi 18 soldati americani. Quando nell’autunno 2001 i talebani sono stati scacciati dall’Afghanistan, era il numero otto nella gerarchia del movimento.
Dieci anni più tardi gli è stata affidata la guida provvisoria, ma ha spianato la strada all’insediamento di al Zawahiri perché sapeva che era la volontà del fondatore. Ora invece non intende farsi da parte.C’è chi sostiene che sia brutale e incline alla violenza; altri gli riconoscono abilità diplomatiche e la “freddezza di un giocatore di poker”: di sicuro è un buon calciatore e dicono seguisse i campionati europei. Conta su antiche relazioni personali in Sudan, Yemen, Pakistan. Nessuno sa dove si trovi oggi, ma dal 2002 al 2020 ha trascorso gran parte del tempo in Iran, passando da periodi agli arresti nelle galere dei pasdaran ad altri in cui ha goduto di ampia libertà e ha viaggiato nel mondo. Due anni fa ha cominciato a circolare un manuale firmato da lui, in cui fonde le tattiche belliche islamiche con il pensiero militare moderno: la jihad viene descritta come «un programma di lungo termine diviso in fasi a seconda della forza o della debolezza». La guerra è solo uno strumento in una lotta che è pure politica, economica e informativa. La vittoria? Scaturisce da cinque fattori: leadership, economia, organizzazione, strategia e controllo, che insieme costituiscono un sistema integrato. Insomma, è la compattezza della rete a fare la differenza, non i singoli capi.
Sull’orlo del vulcano
Questo è il lavoro che sta portando avanti, in silenzio. Saif al Adel crede nella disciplina e nella preparazione. Le sue istruzioni vengono seguite dalle branche principali in Somalia, nel Sahel, nel Maghreb e pure nella Penisola arabica. I suoi uomini si addestrano a costituire una falange impegnata a conquistare territori. Colpire l’Occidente è ridiventata una priorità, ma solo al momento in cui ci saranno le condizioni per un nuovo 11 Settembre. Quando avverrà? Gli allarmi sono in aumento. Lo scorso autunno il National Counterterrorism Center Usa ha segnalato l’escalation di messaggi che invocavano attentati contro Stati Uniti ed Europa. A febbraio il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha pubblicato un rapporto che radiografa il potenziamento di Al Qaeda dalla costa africana dell’Atlantico all’Estremo Oriente, dove ora la Cina viene vista come un nemico dell’Islam. Il Sahel è un vulcano, dove gli affiliati sono radicati in Burkina Faso, Mali e Niger, allungando i tentacoli nel Nord-ovest della Nigeria, nella Mauritania, nella Costa d’Avorio, nel Ghana, nel Togo: una minaccia che tramite le cellule attive in Libia, Tunisia e Algeria punta sul Mediterraneo.
I droni kamikaze
C’è un aspetto che tutti gli analisti mettono in risalto: lo sviluppo tecnologico dei terroristi. Sperimentano e fabbricano con stampanti 3D droni kamikaze evoluti; investono nel settore cyber; usano l’Intelligenza artificiale per propaganda e proselitismo; perfezionano la contro-informazione e la costruzione di narrative per – come ha sostenuto il leader – «manipolare i fatti, distorcerli e diffonderli per alimentare false realtà». Il condottiero della jihad non conosce limiti e ha un sogno che insegue da vent’anni: impadronirsi di una bomba atomica. «Se puoi ottenere un’arma simile – ha scritto in un pizzino intercettato dall’intelligence – nessun prezzo è troppo alto». Siamo davanti all’incubo di quella che già viene chiamata “Al Qaeda 3.0”.