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 2026  maggio 01 Venerdì calendario

Intervista a Levante

Un tour nei club, partito da Padova, che la porterà in giro per l’Italia e una piazza importante, quella del Primo Maggio, oggi a Roma a San Giovanni. Il dopo Festival di Sanremo, per Levante, è un abbraccio con il pubblico. «Mi fanno piacere i sold out del “Dell’amore tour”», spiega l’artista «voglio essere preparata sempre, per non deludere le aspettative: le mie». È candidata ai David di Donatello («Un onore») per la miglior canzone originale, Follemente, scritta e interpretata per l’omonimo film di Paolo Genovese. Con Francesca Michielin e Margherita Vicario sarà ambassador del Roma Pride, il 20 giugno, sfileranno insieme alla comunità LGBTQIA+. «Essere al Pride significa scegliere da che parte stare», dice Levante. «scelgo di stare accanto a chi lotta ogni giorno per essere semplicemente sé stesso, senza paura».
La battaglia dei diritti non finisce mai. Per lei che valore ha?
«Metterci la faccia è una cosa bella, non mi sono mai tirata indietro. Essendo persona e cittadina prima che artista, mi piace relazionarmi con i problemi e gli scogli che affrontiamo come essere umani. È sempre necessario schierarsi, ci sarà sempre il primo folle che discrimina. La direzione da seguire è che gli altri siamo noi. Ci sono e spero che qualcuno scenda in piazza per me, se ci fosse bisogno».
Il palco del Primo Maggio è simbolico, ci sono in ballo i diritti dei lavoratori da difendere.
«Nei primi anni della mia carriera so quanto quel palco fosse importante per determinarmi in maniera politica. Salivo a esibirmi con grandi ragioni, papà è morto per causa di servizio. Nessuno quanto me poteva gridarlo, anche se tutti hanno un motivo reale, a Taranto e altrove, per rivendicare che i diritti vanno difesi e non si può morire per il lavoro».
La emoziona?
«Ho già cantato con quel tipo di passione e di trasporto, e sono ancora qua. Ci sono e ci credo, sono motivata ma forse meno arrabbiata rispetto alla ventiseienne che ero. Sono più matura, meno istintiva, per certi versi. Però trovo ancora il motivo per essere là sopra, c’è una parte di me che scende sempre in piazza e che manifesta».
Piazza San Giovanni fa paura?
«Durante il live non ho mai paura del pubblico, ma è facile. Quando è un pubblico pagante ti ha scelto, ti senti amata. Nelle piazze come quella del Primo Maggio non sono tutti lì per te, devi catturare l’attenzione di chi magari prima di allora non ti aveva ascoltato».
Com’è stato il dopo Sanremo?
«Meraviglioso. Il festival quest’anno me lo sono veramente goduto, l’ho vissuto come avrei voluto vivere gli altri due, con la leggerezza e il sorriso. Al terzo capisci il meccanismo, che non stai salvando vite. L’ho svuotato del pathos che ci mettevo. Festival 2026, trent’anni da quando è morto mio padre. Pensavo: devo cantare la canzone per lui. Ho portato Sei tu, che racconta come ci si innamora».
Il suo bacio con Gaia,non inquadrato, la sera dei duetti, quando avete proposto “I maschi”, ha fatto notizia: si sarebbe mai aspettata tante polemiche? Tanti hanno gridato alla censura, c’è attenzione su certi temi.
«Questo fa molto piacere ma lo ripeto, non sono stata censurata. Il regista Pagnussat è una persona che stimo moltissimo, è stato solo un problema tecnico. Avrei baciato Gaia altre mille volte, mi è venuto naturale. È bella dentro – e fuori – una di quelle persone che abbracceresti continuamente. Non c’era notizia».
Dopo l’esperienza da attrice nella serie su Messina Denaro continuerà a recitare?
«Mi piacerebbe, non ho mai studiato. Prima del film tv sono andata da Irina Galli, grande insegnante di teatro. Mi ha dato due o tre dritte, mi ha detto: “Tu sei donna da palco”. Ci tornerò. Voglio imparare. Sul set c’era Michele Soavi, che ha una grande intelligenza emotiva, abbiamo la stessa sensibilità».
È sempre stata la prima giudice di sé stessa?
«Sono di una cattiveria mostruosa con me stessa, ma sta succedendo una cosa bellissima: mi avvicino ai 40 anni e mi sto perdonando. Lascio andare quando sbaglio».
Tipo?
«L’altra settimana ero ospite da Fabio Fazio, vedo passare Luciana Littizzetto e mi confondo. Le dico: “Ciao Tiziana”, volevo sprofondare. Le ho chiesto scusa. Fosse successo anni fa, mi starei ancora torturando. Oggi dico: può succedere. È un momento in cui accolgo tutto. Facile non sbagliare se non si fanno le cose».
Che madre è?
«Pure questo è stato un percorso parallelo. Io e il mio compagno, Pietro, siamo finiti in terapia di coppia. Certe cose non stavano funzionando, mi sono detta: capiamo. Amo mia figlia Alma. Mi sono dipinta come la merda del trio, tutto ricadeva su di me, non perché Pietro me lo dicesse ma perché mi dicevo che non ero una brava madre. Era lui che stava sbagliando e io mi sentivo in colpa. Per fortuna abbiamo avuto l’intelligenza, la voglia, la possibilità di fare questo percorso che ci ha svoltato la vita».

Da bambina com’era?
«Ultima di quattro figli, a nove anni orfana di padre. Cresco con questo dolore, divento madre di mia madre. Ripeto: “Tranquilla ce la faccio”, divento grande troppo presto. La depressione infantile l’ho curata da piccola dicendomi: “Ce la fai a stare da sola”, “Non chiedere aiuto, sei in grado di salvarti”. Non è così. Mi dispiace non avere avuto quindici anni. Il massimo della ribellione fu il piercing al naso».
La bellezza che peso ha avuto?
«A casa mia non c’era questa attenzione. Mia madre mi diceva: “Tu sei molto affascinante”. La bellezza non era un tema, contava essere preparati e saper parlare, essere più intelligente che bella».