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 2026  maggio 01 Venerdì calendario

Intervista a Geolier

Santo Romano e Giovanbattista Cutolo: sono soltanto due dei molti giovani innocenti uccisi a Napoli. Li ricorderà, insieme a tanti altri, Geolier, campione dell’urban italiano, stasera sul palco del Concertone in piazza San Giovanni a Roma. «Voglio pronunciare i loro nomi – racconta —. Non facevano parte di nessun clan o sistema camorristico, erano studenti, musicisti, lavoratori che si sono trovati nel momento sbagliato di fronte alle persone sbagliate».
Perché stasera?
«Perché non voglio che queste morti vengano considerate “normali”. Quello del Primo Maggio è un palco importante, ogni tua parola viene amplificata. Dicendo quei nomi posso anche smuovere qualcosa nelle teste dei ragazzi della mia generazione. Non voglio dare il solito messaggio che si trasforma in una frase fatta. Sono sincero, dico sempre quello che penso, se no sto zitto».
«Tutto è possibile», il suo ultimo album, è molto emotivo.
«È il mio disco più sentito perché ho deciso di non rispettare standard, temi e forse anche le aspettative che c’erano su di me. Ho capito che le persone fragili come sono io non devono nascondersi».
Qual è la sua fragilità?
«Ho un’emotività più elevata degli altri. Però mi sta bene. Perché altrimenti non sarei mai riuscito a dare voce a Napoli».
Come la vive?
«Ci sono abituato, sono sempre stato così, fin da ragazzino, l’ho presa da mia madre. Mi ripeteva: “Tu sei emotivo come me”. Ma è una parte del mio carattere che mi aiuta a fare musica, mi fa vedere oltre le apparenze: mi emoziono vedendo un libro consumato, oppure mi fermo per ore a guardare il cielo».
La famiglia di Pino Daniele le ha regalato un inedito con la sua voce. E lei su quel nastro ha costruito un duetto virtuale.
«A Napoli Pino è una bandiera, anche io voglio esserlo e per me lui è un punto d’arrivo. Ho due certezze: che mamma mi vuole bene e che Pino avrebbe apprezzato la canzone».
Che rapporto ha con sua madre?
«È l’unica persona sulla terra per la quale non sono cambiato dopo il successo. Per lei rimango sempre un bambino che ha bisogno di essere accudito, anche adesso che sono indipendente e vivo da solo, con la mia ragazza».

In «Desiderio» racconta che la sua missione era rendere orgoglioso papà. C’è riuscito?
«Sì, pochi giorni fa mi ha chiesto: Emanuele, ma quello che ti sta capitando non sarà eccessivo? C’è un limite alle emozioni che si possono sopportare.
I miei erano con me prima, durante, dopo Sanremo e nei miei concerti agli stadi. Io sono ambizioso però loro non riescono a vedere cosa ci potrà essere dopo».
Il Festival le ha cambiato la vita?
«Ho preso tutto quello che potevo da Sanremo, anzi me lo sono conquistato. Per me era già una vittoria essere in gara con una canzone tutta in napoletano. Il Festival è una specie di acceleratore di particelle: in una settimana è come se avessi lavorato dieci anni e mi ha permesso di affrontare in maniera diversa i palchi di tutta Italia».
Ci ritornerebbe?
«Non adesso: non ho persone a cui dare voce, non ho niente per cui combattere».
A giugno arriveranno gli stadi. Dopo Edoardo Bennato sarà il secondo napoletano a esibirsi a San Siro. Le è venuta l’ansia?
«No, per niente. Io mi diverto tantissimo. Anzi, non vedo l’ora di salire sul palco indossando la maglietta del Napoli. Mi piace pensare che ero pronto a tutto questo, l’ho sognato così tanto che poi si è materializzato davanti a me».
Come è nata questa ambizione?
«Sono l’ultimo di cinque figli e i miei fratelli mi sfottevano: Emanue’ questo mese che mestiere vuoi fare?».
Perché glielo chiedevano?
«Da ragazzino qualunque cosa decidessi di affrontare mi veniva benissimo: nuoto, pugilato, il pianoforte, poi mi sono messo a ballare... ero talmente bravo che mi chiamavano tra i professionisti».
E la musica?
«A casa mia si è sempre respirata. Prima ancora che io venissi concepito, papà era il batterista di una band e uno dei miei fratelli suona il piano. Ma è ascoltando i dischi di Michael Jackson che mi ci sono dedicato completamente. 50 Cent, invece, mi ha indicato la strada del rap».
Avete collaborato in «Phantom». Com’è andata?
«Benissimo, era esattamente come me lo aspettavo. Però tornando dall’America sentivo un vuoto. E alla fine ho capito: io non volevo incidere un brano con 50 Cent. Io volevo essere 50 Cent».