Corriere della Sera, 1 maggio 2026
Omaggio a Buzzati. Firmato Paperino
Dino Buzzati amava i fumetti. Li considerava una perfetta creazione letteraria di cui non si vergognava di essere, da sempre, un lettore appassionato e un sincero estimatore. «Colleghi e amici, quando per caso vengono a sapere che io leggo volentieri le storie di Paperino, ridono di me, quasi fossi rimbambito. Ridano pure. Personalmente sono convinto che si tratti di una delle più grandi invenzioni narrative dei tempi moderni», scrive nel 1968 nella prefazione a Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni, un Oscar Mondadori che raccoglieva sette storie classiche del personaggio ispirato all’Ebenezer Scrooge del Canto di Natale di Dickens. I due paperi protagonisti, i suoi preferiti, lo zio vestito alla marinara, sfortunato, lazzarone e presuntuoso, e lo «zione» con la tuba quasi nuova, avaro inflessibile, capitalista orgoglioso di esserlo, erano per l’autore del Deserto dei Tartari di una statura umana pari a quella dei famosi interpreti delle opere di Molière, di Goldoni, di Balzac. Non macchiette, scriveva, caricature che reagiscono meccanicamente alle più diverse situazioni secondo schemi scontati, ma creature che in ogni situazione sono sempre un po’ diverse da sé stesse, con quell’imprevedibilità tipica degli esseri umani. E quindi, sentenziava, «universali».
Sarebbe quindi felice e fiero, Dino Buzzati, nello scoprire che oggi tre dei suoi più famosi racconti sono stati trasformati in altrettante storie a fumetti, interpretate proprio dai due paperi da lui più amati, che il settimanale «Topolino» edito da Panini Comics si appresta a mandare in edicola per celebrare i 120 anni dalla nascita dello scrittore bellunese. Prima uscita (il prossimo 13 maggio, mercoledì): Paperino al settimo cielo, rilettura del celebre racconto Sette piani; Paperino e la blusa stregata, tratta da La giacca stregata (già reinterpretata nel 2011, nella storia Topolino e il cappotto da 1 dollaro), e la parodia della novella Una goccia, con al centro Paperon de’ Paperoni.
Tre storie che, trasferite nel mondo Disney, stemperano il loro lato più amaro e fantastico, tipicamente buzzatiano – la clinica dove Giuseppe Corte scende di piano via via che la sua salute peggiora diventa un hotel dove Paperino è costretto a cambiare stanza dalla suite del settimo piano fino alla misera cameretta del primo – ma mantengono intatta la forza narrativa originaria. Merito, oltre che dell’abilità di sceneggiatori e disegnatori, anche della personalità dei protagonisti, della costruzione della trama e delle continue trovate che agganciano il lettore fino alla fine.
Perché è questo ciò che dei fumetti pensava Buzzati: che fossero un antidoto alla noia, così frequente in molti libri. Raccontava la moglie Almerina che la sera, quando lo scrittore si stancava di leggere un romanzo che lo aveva incuriosito – «di solito intorno alla pagina quaranta, il traguardo massimo della sopportazione» —, ecco che si voltava verso di lei e le diceva «Dài, passami “Diabolik”!». Una fuga dalla monotonia, dalla scontatezza. Dallo sbadiglio. Sulla quale incidevano l’azione, le invenzioni per portare a segno i colpi e sfuggire alla giustizia e l’eterna sfida tra il bene e il male che caratterizzavano le storie dell’eroe nero creato dalle sorelle Giussani. Se dei personaggi Disney amava l’intelligente e disincantata leggerezza, del criminale in calzamaglia (che diede il nome al suo ultimo cane) lo affascinava l’incarnazione del lato più oscuro e nascosto dell’uomo, quel Mister Hyde che vive in ciascuno di noi e che Buzzati ha saputo raccontare – sui giornali, nei libri, in pittura —, senza censure né moralismi.
Ma attenzione: non era sempre stato così. Nei primi anni Cinquanta, Buzzati, pur non unendosi alla crociata contro i fumetti e fermamente contrario a considerarli «idioti, immorali, rovina dei ragazzi», sosteneva però che il livello di quelli allora in circolazione fosse troppo basso e che, soprattutto, contribuisse a impigrire la fantasia dei giovani lettori; che, a differenza delle illustrazioni di grandi disegnatori come Arthur Rackham o Gustave Doré, la uccidesse. Ma con gli anni le cose erano cambiate. Il genere era cambiato. Ed è forse (anche) per questo che il fumetto, dalla vita privata dello scrittore, era entrato nella sua opera. Come dimostra quel Poema a fumetti, rilettura pop (art) del mito di Orfeo ed Euridice, prima graphic novel italiana premiata da «Paese Sera» come «Miglior fumetto dell’anno», che già nel titolo dava dignità a un genere considerato privo di valore letterario e artistico. E i suoi quadri narrativi confermano: con le tele divise in scene che richiamano la pagina dei fumetti, spesso accompagnate da brevi storie scritte anche direttamente sul quadro e con soggetti che si rifanno a personaggi come Satanik, o a quelle donne legate e seviziate di certi comics americani. Perché parola e immagine sono sempre state per Buzzati due facce della stessa medaglia, due forme di un solo linguaggio, l’unico (come dimostrano le lettere, le pagine di diario, i taccuini di appunti giornalistici) per potersi esprimere completamente e per raccontare fino in fondo le sue storie.
Al punto che nelle sue mani il fumetto può anche diventare qualcosa di più, una fuga dalla realtà, una consolazione. Come accade ad Antonio Dorigo nel romanzo Un amore quando, divorato dalla gelosia, mentre aspetta il ritorno a casa di Laide, prende un «Topolino» dalla scansia, dove «ce n’è un mucchio», e comincia a leggerlo. Per trovare tra le sue pagine un po’ di conforto e di serenità.