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 2026  maggio 01 Venerdì calendario

Intervista ad Antonio Forcellino

Se c’è oggi un uomo che ricorda il genio rinascimentale, capace di lavorare con le mani e con la mente, di restaurare il Mosè di Michelangelo e le Sibille di Raffaello e di scrivere bellissimi libri su Michelangelo e su Raffaello, quest’uomo è Antonio Forcellino.
Qual è la sua storia?
«Sono nato a Vietri sul Mare da genitori poveri, papà muratore, mamma operaia. Ma vivevo nella casa di un vescovo, in custodia di mio nonno, bellissima, con affreschi di angeli. C’era una grande libreria».
Il primo libro?
«In terza elementare. Una maestra molto brava mi ha dato Salgari. Il giorno dopo le dissi: “L’ho letto, ne voglio un altro”. Non mi ha creduto. Dieci bacchettate. Poi mi ha adorato. A tredici anni scoprii Senofonte».
E il Rinascimento?
«All’Istituto Centrale del Restauro ho fatto una tesi sullo stucco rinascimentale. Quella e altre scoperte mi hanno portato in mano a Frommel, che aveva tutti i difetti del mondo, però era grandissimo e mi ha aiutato. Abbiamo scoperto insieme il colore di Roma».
Qual era?
«Chiaro. Il colore del Rinascimento è quello delle pietre».
Chiaro come il Quirinale oggi?
«Sapeste che battaglia lì... Frommel fu convocato e mi portò perché, ragazzetto presuntuoso, avevo trovato dei documenti. Sono uno che ha fatto il ’77 ad architettura... non eravamo mammolette...».
Che c’entra il ’77?
«Avevamo preparato la famosa manifestazione di marzo. Momenti terribili. Ho avuto paura. Mi sono fermato, perché o stavamo di qua o di là...».
Di là c’era la lotta armata?
«Sì. Potevo salvarmi solo con l’arte, l’altra mia grande passione».
Chi è il più grande tra Leonardo, Michelangelo e Raffaello?
«Sono tre uomini molto diversi, che si guardano. Raffaello è l’uomo a cui ti rivolgi quando sei depresso. Riesce a immaginare il mondo felice come potrebbe essere».
Michelangelo?
«È l’artista che ti assolve dal conflitto, proprio perché lo vive sempre. Ed è l’unico politicamente impegnato. Prima per la Repubblica fiorentina. Poi, accanto agli Spirituali del cardinale Pole e di Vittoria Colonna, per la riforma della Chiesa. In entrambi i casi, fu sconfitto».
E Leonardo?
«Quando penso a lui, rido. Vive in un altro mondo. Gli uccidono Ludovico il Moro? Lui se ne va altrove. Venezia è minacciata? Lui parte per Firenze. Lavora pure per Cesare Borgia. Capisce che esiste un’armonia del mondo a cui devi collegarti per andare oltre la miseria degli uomini».
Ad esempio?
«Scopre che la luce prende il colore dei corpi che la rifrangono. Una rivoluzione per la pittura. La Vergine delle Rocce è una rivelazione: i colori del manto colorano le zone in ombra. Prima di lui esistevano solo la luce e l’ombra. Invece no. L’ombra ha un colore».
Lei ha restaurato il Mosè di Michelangelo a San Pietro in Vincoli.
«Non vi dico le gelosie... non so come sono sopravvissuto. Ho studiato tutta la bibliografia. Cominciato il restauro, le cose non tornavano. E mi è crollato il mondo».
Come ha intuito che Michelangelo aveva girato il volto del Mosè?
«Una mattina mi sono presentato con un calibro. Vedevo incongruenze: un ginocchio diverso dall’altro, la faccia da un lato appiattita, la barba tutta da una parte. Soprattutto, dietro c’è un altro vestito. Con un gesto tecnico che solo uno scultore come lui poteva fare, Michelangelo aveva girato lo sguardo del Mosé».
Perché?
«Secondo me perché non fissasse le catene di san Pietro. Michelangelo era insofferente verso le reliquie. Era infastidito da quella che considerava superstizione. Pensate che nella Cappella Paolina rappresenta san Pietro crocifisso senza i chiodi nelle mani e nei piedi».

Cos’altro ha scoperto?
«Michelangelo, a differenza di tutti gli altri scultori, non usava la raspa, che appiattisce tutto. Si serviva solo dello scalpello. Gli storici dell’arte, non essendo restauratori, non hanno una creatività delle mani, ma delle idee. Producono un’idea e la difendono come fosse un’opera».
Michelangelo aveva un pessimo carattere.
«Gli importava solo dell’arte. Era solitario, introverso, trascurato. Miuccia Prada dovrebbe accendere i ceri a Michelangelo, che ha inventato l’infinito understatement. Stava sempre con lo stesso giubbone».
Lei ora pubblica «Roma. Il Sacco del 1527». Tutto nasce da un graffito che scopre restaurando gli affreschi del Sodoma a Villa Farnesina.
«Sì. Come se il lanzichenecco che lo ha fatto non volesse sfregiare l’opera, ma appropriarsene. Per il resto hanno distrutto i reliquiari, fuso l’argento e l’oro, stuprato, ammazzato. Furono violentate anche le suore. Morì un terzo della popolazione, trentamila persone, forse più. Una devastazione che non si era vista neppure al tempo delle invasioni dei barbari. Provocata da un esercito cristiano».
Anche a Palazzo Nardini, dove sta lavorando ora, nel centro di Roma, trova tracce del Sacco.
«È riaffiorato uno splendido affresco monocromo, sono convinto che sia del Perugino. Raffigura un soggetto raro: il banchetto profano del re Baldassarre, con la mano misteriosa che scrive sulla parete una maledizione in aramaico. Ai soldati parve un ammonimento per la loro empietà di dissacratori di Roma. Con le loro picche cancellarono i volti di alcuni convitati. Lì è nata l’idea di scrivere questo libro. E sono partito da Guicciardini, il più informato. Poi sono passato a Marino Sanudo, che ha tutti i documenti sul Sacco».
Cosa è emerso?
«Una storia diversa da quella raccontata dagli storici, secondo cui si voleva punire la Chiesa corrotta. In realtà gli invasori erano dei morti di fame. L’imperatore Carlo V voleva mettere le mani sull’Italia per pura avidità. Clemente VII aveva ragione quando diceva che bisognava cacciarlo».
Carlo aveva previsto lo spaventoso massacro?
«Per me sì. Già nel 1526, 500 anni fa, aveva commissionato a Pompeo Colonna la prima devastazione di Roma. Colonna tentò anche di assassinare il Papa. Ed era il 20 settembre, data fatale».
Poi cosa accade?
«Si firma la tregua. Clemente è convinto sia tutto risolto. Disarma Roma. Ma Carlo V e il viceré di Napoli Lannoy avevano già deciso di punire il Papa, di saccheggiare la città. Certo, non in quei termini...».
Giovanni dalle Bande Nere viene tradito e ucciso. Una storia che ispirò Ermanno Olmi e il suo film «Il mestiere delle armi».
«Il marchese di Mantova Federico II Gonzaga lascia passare i lanzichenecchi e blocca le truppe di Giovanni, l’unico coraggioso che combatteva in difesa del Papa. E il duca di Ferrara Alfonso I d’Este fornisce ai tedeschi i falconetti, pezzi d’artiglieria in grado di perforare qualsiasi armatura. Giovanni è ferito da uno di quei falconetti. E muore nel palazzo del marchese di Mantova. Assistito dall’uomo che l’aveva tradito».
Il Rinascimento è terribile.
«Tutto è giustificato. Se riesci nel tuo obiettivo sei un eroe. Francesco della Rovere era una canaglia. E anche Isabella d’Este, la madre del marchese di Mantova, tradisce».
Cosa fa Isabella d’Este?
«Intanto la ricettatrice. Compra i tesori rubati dai tedeschi a Roma. Media per i riscatti. Il figlio, oltre ad aiutare i lanzichenecchi, manda le ostriche a Frundsberg, il loro comandante».
Siamo cambiati rispetto ad allora?
«Il Sacco di Roma è tutta questione di forza. Sono angosciatissimo da questa politica degli eserciti. Di fondo Carlo V non capiva le conseguenze, pensava solo all’oro. Nei documenti del Rinascimento, del resto, si parla quasi sempre di soldi: fiorini, ducati... L’imperatore ne uscì sconfitto e depresso».
Si ritira nel monastero di Yuste, in Estremadura, e muore contemplando la Gloria di Tiziano, che lo raffigura già in paradiso.
«E dopo la storia del Sacco è stata rimossa. Troppa vergogna. Roma fu violentata per mesi. Per fortuna arrivò la peste, che uccise indistintamente e indusse gli invasori alla fuga. I superstiti non perdoneranno mai né l’imperatore Carlo V, né Francesco Maria della Rovere, che non li difese».
Uno specchio del carattere italiano?
«Sì, c’erano invidia, competizione, opportunismo».
Però il Rinascimento è anche magnifico. Perché avviene in Italia?
«Perché è un Paese ricco, bello, dove la natura fa vivere bene, invita a superare il limite. Qui abbiamo radici classiche dappertutto. Io scendo di casa col cane, lo porto sull’Aventino e mi trovo di fronte la casa di Augusto. Volete che questo non abbia effetti sulla mia vita?».
Non ha detto chi è il più grande.
«Io vorrei essere Raffaello. Ma l’incontro con la perfezione è difficile. Di fronte alla Scuola di Atene ti manca il fiato. È più facile che dentro le nostre vite miserabili ci sia il conflitto, l’infelicità. Quante volte siamo stati pienamente felici?».
Quante?
«Nel Gattopardo si legge: “Faceva il bilancio consuntivo della sua vita, voleva raggranellare fuori dall’immenso mucchio di cenere delle passività le pagliuzze d’oro dei momenti felici...”».
Lei quando è felice?
«Quando mio figlio viene a suonare il pianoforte e io mi metto di là a leggere. Quando sono in poltrona e mia figlia mi si siede in braccio».