Corriere della Sera, 1 maggio 2026
Inflazione al 2.8%. Bce, tassi fermi e Giorgetti: con il debito non si è liberi
A giugno? «Vedremo», ha risposto la presidente della Bce, Christine Lagarde, sulla possibilità di un rialzo dei tassi alla prossima riunione. Il Consiglio direttivo ha discusso anche l’ipotesi di intervenire subito, prima di decidere all’unanimità di aspettare. Sei settimane per raccogliere altri dati, valutare come evolve la guerra in Medio Oriente e capire se l’inflazione, tornata al 3% nella zona euro ad aprile, continuerà a salire.
La decisione di Francoforte era attesa e ricalca quella della Fed mercoledì. Ma il contesto è cambiato. «Ci stiamo allontanando dallo scenario base», ha detto Lagarde. I rischi al rialzo per i prezzi e al ribasso per la crescita «si sono intensificati significativamente». In questo quadro, i mercati stanno rivedendo le aspettative sui prossimi mesi: i rendimenti restano sotto pressione e cresce l’incertezza sulla traiettoria della politica monetaria, mentre famiglie e imprese devono fare i conti con mutui più cari, credito più selettivo e costi energetici ancora elevati.
A muovere tutto è il petrolio, con effetti immediati sui consumi e sulla fiducia: all’alba il Brent ha superato 126 dollari al barile, il livello più alto da quattro anni, per poi ridiscendere intorno a 110 dollari in una seduta molto volatile. Il caro energia pesa sui prezzi al consumo: l’inflazione nell’eurozona è salita al 3% ad aprile dal 2,6% di marzo, il livello più alto da settembre 2023, spinta dall’aumento dei prezzi energetici (+10,9% da +5,1% di marzo). In Italia, secondo le stime preliminari dell’Istat, i prezzi hanno accelerato al 2,8% dal 1,7% del mese precedente, con un balzo dell’1,2% su base mensile. A trainare il rialzo è sempre il prezzo dell’energia, volato al +9,5% dal -2,1% di marzo. Corrono anche gli alimentari non lavorati, dal 4,7% al 6%. L’inflazione di fondo, però, scende a +1,6% da +1,9%: la fiammata è prevalentemente importata. Negli Stati Uniti intanto la corsa dei prezzi misurata dall’indice Pce, uno degli indicatori preferiti dalla Fed, arriva fino al 3,5%.
Lagarde ha escluso il rischio di stagflazione – «è un termine che appartiene agli anni Settanta, a uno scenario molto diverso dall’attuale» – ma ha riconosciuto che le aspettative a breve termine sono «aumentate significativamente». Il dilemma è classico: alzare i tassi mentre il Pil dell’eurozona cresce appena dello 0,1% (nel primo trimestre) significa frenare un’economia già sotto pressione; non farlo rischia di far perdere il controllo sull’inflazione. Lagarde conosce il precedente del 2011, quando Jean-Claude Trichet alzò i tassi nel momento sbagliato. «Vogliamo evitare di muoverci troppo presto, ma anche il rischio di essere in ritardo», ha detto.
Le stesse pressioni pesano sull’Italia, che ha il debito più elevato d’Europa in percentuale sul Pil. A Roma intanto approdava alle aule il Documento di finanza pubblica (Dfp). I leghisti, che per giorni hanno chiesto «più coraggio» e magari strappi con Bruxelles sul Patto di stabilità, cantano vittoria. Ma il più tranquillo di tutti sembra il ministro all’Economia, il leghista Giancarlo Giorgetti. Anche se il discorso è meno rassicurante della sua espressione: «Un Paese indebitato non è totalmente libero», ha detto. «Se qualcuno viene a proporre di spendere senza vincoli, vi assicuro che il debito diventerà un grosso problema». E il Dfp è approvato. Poco più tardi, il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto sul taglio delle accise sui carburanti – la vera urgenza della giornata, con il dl precedente in scadenza oggi – prorogando lo sconto di 21 giorni: 20 centesimi al litro sul gasolio, 5 sulla benzina. Dure le opposizioni. Dal Pd, Francesco Boccia ha parlato di «assenza totale di una strategia per la crescita», citando salari reali in calo e 5,7 milioni di persone in povertà assoluta. Il M5S ha attaccato per il cenno di Giorgetti al superbonus.
Ma il quadro è oggettivamente difficile: il segretario generale dell’Onu António Guterres ha avvertito che la chiusura dello Stretto di Hormuz «strangola l’economia mondiale», e il direttore dell’Agenzia internazionale dell’Energia Fatih Birol è tornato a parlare di «crisi energetica più grave della storia». In questo contesto, sia le banche centrali che i governi navigano senza mappe sicure.