Corriere della Sera, 1 maggio 2026
Scontro Giuli-Salvini sulle Soprintendenze
«Sono un fattore di freno da limitare il più possibile. Dirò di più: le Soprintendenze le raderei al suolo». «Io, no perché difendo l’articolo nove della Costituzione». Silenzio. «Anzi, caro Matteo, se hai coraggio esci fuori e ripeti questi dichiarazioni davanti alle telecamere e vediamo cosa succede. Visto che ci siamo, cari colleghi, voglio mettere a verbale che se non cambia la norma il ministro della Cultura della Repubblica italiana non voterà il Piano casa».
Palazzo Chigi, metà pomeriggio, Consiglio dei ministri: Matteo Salvini e Alessandro Giuli si scambiano queste «carezze». Lo scontro è «totale», anche se non inedito fra i due sempre sullo stesso argomento. È una giornata particolare per il vicepremier della Lega: finalmente vede materializzarsi il suo decreto in qualità di titolare delle Infrastrutture. Un piano annunciato e accarezzato da mesi se non da anni, addirittura.
Invece eccoli: la tensione si taglia con le forbici a Palazzo Chigi. Tanto che Giorgia Meloni, dinnanzi ai duellanti, è costretta a intervenire: «Ragazzi, basta spocchia, vi prego: cerchiamo una mediazione, troviamo una soluzione».
Il ministro della Cultura freme: ha saputo della «manina» all’ultimo momento, non vuole cedere. Ce l’ha anche con gli uffici del governo perché in questa occasione non si è svolto il pre consiglio, appuntamento durante il quale i tecnici dei rispettivi ministeri coinvolti sminano i testi da possibili conflitti.
E così davanti all’invito della premier, Giuli risponde fissando il leghista: «Cara Giorgia, non sono l’unico ad avere la spocchia qui dentro». I ministri restano attoniti: doveva essere una passeggiata di salute alla vigilia del ponte del 1° Maggio. Non mancano nemmeno momenti surreali e comici. C’è chi non capisce se Giuli si riferisca all’articolo nove della Costituzione o se stia parlando dell’articolo nove del decreto, quello che va a depotenziare le Soprintendenze, secondo i desiderata di Salvini. Giuli cita il passaggio della Carta che recita: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Tra nervosismo e accademia, ecco Francesco Lollobrigida, capo delegazione di Fratelli d’Italia: «Non facciamo scherzi: un provvedimento simile non può essere licenziato dal Cdm senza l’unanimità». Viene investito della faccenda il sottosegretario Alfredo Mantovano. Lavorano gli uffici legislativi di Palazzo Chigi. Giuli non cede: «Non sapevo niente di questa norma. Se non cambia non voto il decreto: è semplice». Alla fine la spunterà il ministro della Cultura. Tutto resta com’è.
Salvini voleva inserire un articolo che prevedeva in caso di avvio dei lavori negli «immobili popolari» nei centri storici una semplice autocertificazione, tipo la Scia: le Soprintendenze avrebbero avuto tempo 30 giorni per intervenire in caso di irregolarità accertate, altrimenti amen.
Giuli ha difeso l’esistente: in caso di lavori negli immobili popolari servirà prima il via libera delle Soprintendenze che dovrà arrivare entro e non oltre 40 giorni. «Dovranno correre, certo», ha detto Giuli.
Il decreto alla fine ha ricevuto il via libera dopo una riunione dei tecnici, con l’obiettivo di lavorare a un «piccolo ritocco» per mediare sul tema delle Soprintendenze, sulla falsa riga, è stato spiegato, di quanto fatto in un altro provvedimento sugli immobili per gli studenti. Il testo finale è atteso nei prossimi giorni.
Appianato questo «piccolo» dissidio, Giorgia Meloni è di nuovo scesa in conferenza stampa. Un record: due volte in tre giorni. Al suo fianco Salvini con il sorriso dei giorni migliori. Al tavolo anche il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti e il capo di gabinetto di Palazzo Chigi Gaetano Caputi. In collegamento il presidente della Conferenza Stato-Regioni Massimiliano Fedriga e quello dell’Anci Gaetano Manfredi, entrambi molto soddisfatti del Piano casa. La cui scritta, a caratteri cubitali sul maxi schermo dietro i protagonisti, ha accompagnato la conferenza stampa dell’annuncio. Un parto complicato.