Corriere della Sera, 1 maggio 2026
Minacce continue tra Iran e Trump. In Libano la tensione risale
«In fondo al mare» del Golfo Persico. È questo, secondo l’ayatollah Mojtaba Khamenei, il posto dove dovrebbero stare gli americani. Dall’8 marzo, il giorno in cui il peso della Guida suprema è ricaduto sulle sue spalle, non si è né visto né sentito, ma ogni tanto torna a farsi «vivo» via comunicati stampa. Ieri, il leader della Repubblica islamica ha riprovato a dettare la linea facendosi leggere dai media statali in occasione della Giornata del Golfo Persico. Nel messaggio, dal tono tagliente, indica la presenza militare statunitense come «il fattore più importante di insicurezza nella regione».
«Le basi fantoccio dell’America non hanno nemmeno la forza e la capacità di garantire la propria sicurezza, figuriamoci se può offrirla ai suoi dipendenti e alle persone che la amano nella regione». Ha poi ribadito che l’Iran proteggerà senza esitazioni le infrastrutture nucleari e missilistiche, un avvertimento che risponde alle pretese di Donald Trump di smantellare l’intero arsenale della Repubblica islamica. Per gli iraniani, ha detto Khamenei jr., queste capacità tecnologiche e militari vanno considerate «come il loro capitale nazionale e le proteggeranno come confini marittimi, terrestri e aerei». Si tratta di una presa di posizione che, di fatto, riafferma la postura intransigente dei negoziati con gli Stati Uniti, ormai da settimane in stallo.
Sulla stessa lunghezza d’onda, anche il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf che ha colto l’occasione della ricorrenza per esacerbare lo scontro: «Nel 1622, dopo 115 anni di occupazione, cacciammo i colonizzatori europei dal Golfo Persico e celebriamo questa giornata in onore della vittoria. Oggi, inoltre, l’Iran, esercitando il controllo su Hormuz (che Trump vorrebbe chiamare Stretto di Trump, ndr.), garantirà a sé stesso e ai Paesi vicini il prezioso beneficio di un futuro senza la presenza e l’ingerenza Usa».
Intanto, a Washington, l’amministrazio prepara ogni scenario. E il presidente posta su Truth: «La tempesta è inevitabile». I vertici del Centcom gli avrebbero presentato opzioni militari che includono piani per raid brevi, intensi e chirurgici, per piegare Teheran e costringerla a negoziare. Il regime si dice pronto a rispondere colpo su colpo, mentre gli esperti dubitano che questa strategia possa sbloccare lo stallo. Come l’ex generale americano Mark Kimmitt che dice: «Credo che se ci aspettiamo che una breve serie di attacchi contro di loro li costringa a tornare ai negoziati alle nostre condizioni, dobbiamo ripensarci».
Trump ha trovato il tempo di rivolgere un duro rimprovero al cancelliere tedesco Friedrich Merz – dopo che ha detto che gli Usa sono stati umiliati dagli ayatollah – esortandolo a smettere di «interferire» negli affari iraniani e a concentrarsi piuttosto sul «risanamento» della Germania, e definendolo «totalmente inefficace» nella gestione della crisi ucraina.
Ma è sul fronte libanese che la pressione si fa insostenibile: ieri, almeno 28 persone sarebbero state uccise nei raid aerei nel sud del Libano, segno che la guerra continua a correre.In un colloquio con Axios, Trump ha rivelato di aver chiesto a Benjamin Netanyahu di intraprendere solo azioni «chirurgiche», ammonendo: «Non abbattere edifici. Non può farlo. È terribile e fa fare brutta figura a Israele». E non perde occasione per richiedere al presidente israeliano, Isaac Herzog, di concedere la grazia a Netanyahu, definendolo un «eroe nazionale» ingiustamente perseguitato.