Avvenire, 30 aprile 2026
Armenia in fuga da Mosca sul treno dei desideri
L’Armenia sta lottando con tutte le sue forze, e da tempo, per affrancarsi dalla Russia ed entrare nelle rotte commerciali che uniscono l’Asia all’Europa. Ma in questo territorio, straziato dai conflitti, non conta solo chi definisce i confini, ma anche chi controlla i corridoi.
Nel 2008, Erevan ha firmato un contratto trentennale con la Russian Railways per la gestione delle linee ferroviarie. La società, però, è sotto sanzioni e questo taglia fuori la piccola repubblica caucasica da una possibilità di un futuro più prospero e dai suoi sogni di gloria. Non solo. Dimostra come la limitazione della propria sovranità possa assumere le forme più disparate.
Il premier Niko Pashiyan, che da qualche anno sta cercando di spingere il suo Paese nell’orbita americana, è preoccupato. Al Cremlino è arrivata la proposta di trasferire la gestione delle linee a soggetti terzi, come Kazakhstan, Emirati Arabi Uniti, Qatar, in grado di garantire neutralità. Non si tratta di una soluzione tecnica, ma di un tentativo di rinegoziare la posizione del Paese nel sistema regionale senza uno scontro diretto con la Russia. Ma il presidente Putin se ne guarda molto bene dal rinunciare a un asset del genere, perché portatore di una leva strategica molto importante. Dall’altra parte, Turchia e Azerbaigian, da sempre in contrasto con l’Armenia, ne possono approfittare per tagliare fuori Erevan e diventare i principali beneficiari di una riapertura dei collegamenti. Il tutto con la benedizione di Mosca, in ottimi rapporti con entrambi.
La disputa rientra dunque nella competizione per i corridoi di transito tra Asia ed Europa. Per rientrare in questo progetto, l’Armenia ha dovuto rinunciare al Nagorno-Karabakh, regione a maggioranza armena, ma in territorio azero fra il 2020 e il 2023 e nella quale l’Azerbaigian è stato pesantemente aiutato dalla Turchia. La proposta di Pashiyan prevede una linea che colleghi la exclave azera di Nakhchivan–Erevan–Gyumri–Kars. Il problema è che l’infrastruttura esiste già, ma non è utilizzabile perché ricade sotto controllo russo. In altre parole, l’Armenia dispone del tracciato, ma non del potere di attivarlo. Il premier sta cercando di aggirare l’ostacolo e di riprendere i collegamenti almeno con la Turchia, per non rimanere tagliata fuori del tutto. Questa settimana a Kars si è tenuta una riunione del gruppo di lavoro bilaterale Armenia-Turchia, proprio su questo tema.
Ma mentre Erevan sta perdendo il suo vantaggio competitivo, Baku e Ankara si organizzano. L’Azerbaigian sta trasformando i territori ottenuti nel Nagorno-Karabakh in centralità logistica, rafforzando il proprio ruolo di snodo tra Caspio e Anatolia. La Turchia punta a consolidare un corridoio continuo verso l’Asia centrale, rafforzando il proprio spazio di influenza nel mondo turcofono. Anche la Russia ne trae il suo vantaggio, ossia quello di mantenere una presenza in una regione dove un tempo era l’attore principale e dove oggi deve fare i conti con diversi fattori. Da una parte le ex repubbliche sovietiche hanno preso, in maniera sempre più convinta, la loro strada. L’Azerbaigian è una potenza energetica e anche il governo georgiano, più che legarsi alla Russia, si ispira a Mosca per come gestire l’opposizione interna. In più, nella regione è entrato un attore importante come la Turchia. Rimane solo la piccola Armenia, ma il Cremlino non la vuole lasciare andare.
L’idea che l’interdipendenza economica possa ridurre il conflitto va letta con cautela. Nel Caucaso, aprire un corridoio significa anche esporsi a nuove forme di pressione. Le infrastrutture non sono neutrali: definiscono rapporti di forza. L’Armenia si trova in una posizione intermedia: potenziale snodo dei flussi eurasiatici, ma vincolata a un assetto ereditato, che ne limita l’autonomia. Finché questo nodo non viene sciolto, il Paese resterà più un passaggio possibile che un attore in grado di determinare gli equilibri della regione.