la Repubblica, 30 aprile 2026
Francesco De Carlo racconta l’intervista da Fallon
«L’emozione è grande, il sogno si è realizzato. Mi sono immaginato in quello studio tante di quelle volte». Francesco De Carlo, stand up comedian, è stato il primo comico italiano a esibirsi al Tonight Show di Jimmy Fallon. Martedì sera è entrato nella storia dello spettacolo: commenti entusiasti, i complimenti di Fallon. Romano, laurea in Scienze politiche, 47 anni, si è fatto conoscere su Netflix in 190 Paesi con Cose di questo mondo. Si è esibito al Comedy Cellar di New York, tempio della stand-up comedy. Il 6 maggio sarà tra i protagonisti del Netflix is a Joke a Los Angeles, con centinaia di star. Il 19 maggio esce il suo romanzo Malviventi (Rizzoli), a giugno girerà l’Italia con Limbo.
Da Roma alla corte di Fallon, cosa ha provato?
«Un’emozione incredibile. In queste situazioni ti giochi tutto nei primi secondi, sa come dice La leva calcistica della classe ‘68? Hai paura di sbagliare un rigore, che poi se va male non succede niente, ma è tutto. Ti senti gli occhi addosso».
Com’è andata?
«Fallon mi ha visto al Comedy Cellar. Ho messo insieme il pezzo per il suo show. Viva le emozioni forti, arrivi a fare una cosa per cui hai speso tutta la vita. Mi ha fatto i complimenti».
Ha raccontato come, da italiano, si senta straniero, ha ironizzato sul suo accento e sulla mafia.
«Dall’Italia non si capisce una cosa dell’America. Ci sono italiani, irlandesi, portoricani, afroamericani, c’è la comunità ebraica e ognuno rivendica la propria identità. Ogni comico lo fa. Io sono straniero in terra straniera nel peggior periodo possibile. Ho spiegato che i mafiosi italo americani hanno spaventato New York con quell’accento ridicolo. Mi faceva sorridere il paradosso».
Su cosa gioca?
«Le cose belle non fanno ridere, il marcio sì. Ci portiamo dietro mafia e fascismo. Ci vuole tanta tecnica nella stand up comedy. Il comico fa abbassare le difese al pubblico, ma per prima cosa deve prendere in giro se stesso, scherzare su tutto».
Com’è il sogno americano?
«Un italiano a New York – abito qui da quattro mesi— si sente a metà tra due mondi. Ho avuto nostalgia di casa, ti rendi conto della qualità della vita in Italia, per la follia di quello che vedi. Mi mancano le radici, il quartiere, fare la spesa, due etti di fesa di tacchino».
Ha chiuso la sua esibizione con un saluto: “Ciao mamma”.
«Pensi che ancora la devo sentire. L’ironia l’ho presa dai miei genitori. Vorrebbero farmi tornare in Italia, non sanno nemmeno che sono andato da Jimmy Fallon. Li devo ancora chiamare. Io non vengo da una famiglia di artisti».
Che fanno i suoi genitori?
«Sono in pensione. Papà era appuntato della Guardia di Finanza, mamma infermiera. Mi hanno lasciato la libertà che mi ha permesso di arrivare qua. Mi hanno insegnato a allacciarmi le scarpe per andare lontano».
Si sente più famoso in Italia o all’estero?
«In Italia. Non faccio questo lavoro per la fama, sono venuto in America per diventare un comico migliore, è davvero la terra delle opportunità. Con il mio arrivo da Fallon ho spianato la strada per comici più giovani. Tra i commenti, hanno scritto: “Che ci frega se l’Italia non è andata ai Mondiali, tifiamo per te”».
Il 19 maggio esce “I malviventi”.
«È una storia di riscatto. Sono molto legato al mio quartiere, Portuense, a metà tra Monteverde e Magliana. Un quartiere limbo, tra radical chic e bulli. Da una parte Nanni Moretti e dall’altra il Libanese. Il protagonista, lo scemo del quartiere, si toglie gli occhiali dopo l’operazione e conosce una ragazza di famiglia borghese».
Pensa di farne un film?
«Si può fare tutto,oggi ne sono più convinto. Se devi fare le cose, devi metterci passione: distruggere le relazioni, farti venire la gastrite».
Da giugno il tour di “Limbo”. Ha detto: “È uno spettacolo che parla di chi vive a metà tra qui e lì, sopra e sotto, con un sogno nel cuore e un gabbiano in testa”.
«La vita è così. Stando lontano ti mancano le radici, quando stai a casa ti manca il sogno».