la Repubblica, 30 aprile 2026
Ippolita Gaetani parla dell’amore della nonna Margherita Sarfatti per Mussolini
«Il memoriale di mia nonna Margherita Sarfatti? L’ha scritto per autoassolversi dalla catastrofe del fascismo, non certo per attribuirsene la responsabilità. Il titolo È colpa mia ci mette fuori strada». Ippolita Gaetani è una vivacissima signora di ottantasei anni, abituata a guardare il mondo attraverso la lente rovesciata dell’ironia. Studi da francesista tra arte e letteratura, Argan e Macchia i suoi maestri, abita in un villino dietro via Nomentana, nella stessa casa dove aveva vissuto Margherita, madre della mamma Fiammetta. Ogni oggetto reca traccia di una delle intellettuali più importanti del Novecento, la prima critica d’arte in Europa e per vent’anni compagna di Mussolini. Le litografie di Picasso, i disegni cupi di Sironi, le dediche scherzose di D’Annunzio e il magnifico ritratto in marmo bianco scolpito da Wildt. «Qui la nonna sembra bellissima. Ma io la ricordo piuttosto brutta, forse invecchiata male. L’avevano ribattezzata la “Vergine rossa”, di fiammeggiante bellezza tizianesca. Chissà, l’adulazione può fare miracoli». Dall’alto delle pareti arriva lo sguardo severo dei duchi Gaetani dell’Aquila d’Aragona, a cui appartiene il ramo paterno. Ma pare solo un dettaglio di cui non prendersi molta cura.
Perché il titolo “È colpa mia” non la convince?
«La traduzione dell’intero testo pecca di sciatteria, a cominciare dal titolo, che viene smentito dai contenuti del memoir. My Fault finisce per essere una convinta autoassoluzione ed è proprio questo il suo limite. Margherita distingue tra un fascismo buono – di cui lei è stata complice – e un fascismo “degenerato” di cui è vittima in quanto ebrea. Ma la violenza delle origini, gli omicidi, la dittatura pervasiva e soffocante: dove sta il fascismo buono?».
La sua vera colpa, dice in sostanza Sarfatti, è aver creduto nel “buon tiranno”, senza prevedere l’abisso successivo. Ma come poteva non accorgersi della natura violenta del fascismo?
«Per me resta un mistero. Anche perché era stata risolutamente socialista, dalla parte delle classi più deboli. Sensibile ai temi della giustizia e della libertà. Ho appena inventariato le migliaia di lettere che sotto il fascismo le scrivevano da ogni parte del Paese: parroci perseguitati, cittadini indignati, artisti mortificati dalle pressioni del potere. Non poteva non sapere. E poi mi sorprendono i suoi silenzi nel 1919 dopo gli assalti delle squadracce nere contro l’Avanti!, il giornale che le aveva dato l’autonomia. Restò indifferente alle sopraffazioni, per poi giustificare l’avvento della dittatura come inevitabile: è la tesi espressa in My Fault».
Neppure l’assassinio di Matteotti le fece aprire gli occhi. Nel memoriale racconta di aver creduto alla versione autoassolutoria di Mussolini.
«Finge di credergli. Prende per buon il suo racconto sulla congiura dei nemici interni al partito. Però poi – come fa opportunamente notare anche il curatore Pierfrancesco De Robertis – fa un riferimento malizioso agli spurlos, alle “sparizioni” praticate in Germania da una formazione fanatica di destra. Racconta che Mussolini gliene parlava con accenti entusiastici, quasi ci volesse suggerire la sua spiegazione postuma».
Con Mussolini fu vero amore?
«Sì, un amore molto grande, nutrito da trasporto fisico e sintonia intellettuale. S’erano conosciuti nel 1911 a Milano, entrambi socialisti. E al di là delle differenze di classe – lui di famiglia contadina, lei borghese agiata – si somigliavano molto. Curiosissimi, determinati, sicuri di sé stessi tanto da cambiare insieme la storia d’Italia. Penso che Margherita abbia anche intravisto la possibilità di incidere nella sfera politica, allora preclusa alle donne».
Fu lei a introdurre Mussolini in società, insegnandogli anche le buone maniere.
«Questa vulgata mi pare esagerata. Mia nonna non era una dama di corte, ma un’intellettuale capace di lavorare sodo. Se non avesse incontrato lei, Mussolini si sarebbe sgrezzato da solo: non gli mancava la possibilità di trovarsi un buon sarto».
Eppure anche nel memoriale Sarfatti accenna al suo disgusto di fronte all’uso spericolato di coltello e forchetta. Cercava di educarlo senza farsene accorgere.
«Ma lui se ne accorgeva, non era uno sciocco. E si offendeva mortalmente. Non le avrebbe mai perdonato la storia del dentifricio: davanti alla sua scarsa dimestichezza con lo spazzolino, lei finge di aver appena scoperto una mirabolante pasta dentifricia. Mi pare molto arguta la sua nota: Mussolini apparteneva alla razza di chi odia i propri creditori».
Sua nonna le ha mai parlato di Mussolini?
«No, mai. A casa nostra era un tabù. Pensi che io l’avrei scoperto a ridosso dei diciotto anni, origliando per caso una battuta di amici più grandi. In famiglia si parlava di Margherita come critica d’arte. E basta».
Lei la conobbe a sette anni, quando nel 1947 fece rientro dall’Argentina.
«Mi aspettavo la nonnetta tradizionale, mite e rassicurante. Mi trovai davanti una donna forte e autonoma, capace di trafiggerti alla prima stupidaggine; ma anche simpatica, divertente, dai modi semplici e diretti, nonostante il ruolo oracolare esercitato nei salotti colti. Ovviamente non era portata per i lavori di casa, così andò a vivere in una deliziosa suite all’Ambasciatori di via Veneto, dove poteva ospitare i suoi tanti amici a cena senza dover accendere un fornello. Continuava a essere omaggiata dal mondo dell’arte. Ricordo che all’Obelisco, la galleria di Irene Brin in via Sistina, eravamo accolte come star».
Non c’era stata una perdita di status? Anche Indro Montanelli ha raccontato il suo isolamento dal mondo intellettuale italiano: non le perdonavano il sodalizio con il duce.
«No, i miei ricordi smentiscono la vulgata di una Sarfatti malinconica e solitaria. E sta proprio qui uno dei più gravi limiti del nostro Paese, incapace di fare i conti con il ventennio nero. Ogni colpa venne buttata dietro le spalle, addossando tutte le responsabilità alla ferocia nazista. Gli ex gerarchi finirono per mantenere ruoli apicali. E nonostante la notte buia delle persecuzioni razziali, in cui avevano perso la vita la sorella di mia nonna e suo marito, la nostra famiglia ebrea ha continuato serenamente a frequentare alcuni dei nomi blasonati del regime».
Secondo il curatore, “My fault” è rimasto inedito anche per l’iniziale contrarietà di sua madre Fiammetta e di suo zio Amedeo: non volevano che si riparlasse della storia di loro madre con il duce.
«Il silenzio era blindato, ma fatico a vedere mamma e zio nel ruolo di censori. My Fault è rimasto qui per svariati decenni, nel corso dei quali non ho visto accendersi tutto questo interesse editoriale. Nel memoriale compaiono cattiverie sulla famiglia Mussolini, allora molti erano in vita: è la parte pettegola che mi convince meno, e in fondo mi delude. Agivano la rabbia e il dolore di una donna che era stata messa da parte dall’uomo che amava, e per questo aveva molto sofferto».
La storiografia ha tardato nel riconoscere a Margherita Sarfatti il ruolo che le spetta, ossia di grande intellettuale, schiacciandola nei panni di amante di Mussolini, oltre che creatrice del mito con Dux.
«L’amore con il dittatore è stata un’ombra che ne ha appannato a lungo la figura, almeno negli studi storici. Ma come le ho detto non patì in vita alcuna esclusione, se non in episodi irrilevanti. Si faceva finta che non fosse successo niente».
Un tabù integro fino alla fine.
«Una sola volta mia nonna infranse la regola del silenzio: fu con la mia sorella maggiore, impegnata nella sinistra comunista. “Stai attenta a non commettere il mio stesso errore”, le disse. “Ero convinta di poter fare a meno della democrazia per cambiare le cose più velocemente, ma è stato un grave errore”. Da nessuna parte, però, dice il suo pentimento per aver creato il mostro. Neppure in My Fault. E questo mi sembra imperdonabile».
Rimasto inedito per ottant’anni, è edito per la prima volta in Italia “My Fault”, il memoriale scritto in inglese da Margherita Sarfatti durante il suo esilio in Argentina (“È colpa mia. Mussolini come l’ho conosciuto”, Paesi edizioni, a cura di Pierfrancesco De Robertis). Un atto d’accusa contro Mussolini di segno opposto all’agiografico Dux, senza però pentimenti da parte dell’autrice per la creazione del fascismo, violento e oppressivo fin dalle origini. Propone l’antistorica distinzione tra un regime buono e propositivo e la successiva dittatura crudele alla quale Sarfatti cercò di opporsi invano, fino a diventarne vittima.
Progettata fin dal 1939 e iniziata in inglese intorno al 1943, in parte uscita a puntate nel 1945 sul giornale “Critica” di Buenos Aires, la memoria avrebbe acquisito nuovi capitoli nel 1946, fino a essere proposta nel 1947 dalla Sarfatti agli editori americani, che la rifiutarono. Nel 2014 Brian R. Sullivan la pubblicò nell’edizione statunitense “My Fault, Mussolini As I knew Him”. E ora l’edizione italiana, su iniziativa di De Robertis.