la Repubblica, 30 aprile 2026
Iran, blocco navale a oltranza e raid, Trump: “Basta fare il buono”. La guerra costa 25 miliardi
La proposta iraniana di aprire lo stretto di Hormuz e rinviare i negoziati sul nucleare a una fase successiva è tornata al mittente: Donald Trump l’ha respinta. E se la situazione di stallo in cui sono scivolati i negoziati dovesse proseguire, il Centcom, il Comando Centrale degli Stati Uniti, ha già pronto un piano di attacchi «brevi e potenti» contro l’Iran, per scuotere con nuove bombe l’ostinazione degli ayatollah. Nella speranza di ribaltare le sorti della guerra in Medio Oriente, sospesa ma non finita, le cui ripercussioni continuano a far tremare l’economia globale: ieri il prezzo del petrolio è risalito fino a 117 dollari al barile, il più alto dall’entrata in vigore del cessate il fuoco l’8 aprile.
Trump, sempre più esasperato – domani deve anche chiedere l’approvazione del Congresso per proseguire la guerra – va alla carica, almeno sui social: «Basta con Mister Nice», il signor gentile, ha tuonato quando a Washington erano le 4 del mattino, postando un’immagine di sé realizzata con l’intelligenza artificiale, in cui lo si vede imbracciare il mitra, mentre sullo sfondo un panorama montuoso è sconvolto da esplosioni. Accanto, la scritta: «L’Iran non riesce a darsi una regolata. Non sa come firmare un accordo non nucleare. Farebbe bene a svegliarsi presto».
Fuoco e fiamme non sembrano però essere, in realtà, l’opzione principale del presidente. Secondo un funzionario della Casa Bianca, Trump, non ha infatti ancora deciso se ordinare nuovi bombardamenti. Paventando, invece, la possibilità che il blocco dei porti iraniani continui, addirittura «per diversi mesi», come ha detto martedì, incontrando i vertici dell’industria petrolifera americana: «Considero il blocco più efficace delle bombe». L’idea, è uno stallo prolungato, nella speranza che l’economia degli ayatollah imploda: già che il rial, la moneta iraniana, ha raggiunto il suo livello più basso rispetto al dollaro dal 1979.
Con buona pace del fatto che una delle tre portaerei attualmente impegnate a bloccare lo stretto, la Uss Gerald Ford, con 4500 uomini a bordo, rientra negli Stati Uniti: è in mare da 10 mesi, la missione più lunga dai tempi della guerra in Vietnam, e ha bisogno di riparazioni.
Teheran, naturalmente, ha gonfiato a sua volta i muscoli: «La continua pirateria marittima americana sotto forma di blocco navale sarà presto accolta con un’azione militare senza precedenti», hanno dunque minacciato. Parlando anche loro di «pazienza al limite. Se Washington mantiene il suo blocco navale illegale a Hormuz, daremo risposte punitive». Deridendo pure la posizione americana: «Ci siamo moderati per dare una possibilità alla diplomazia e dare l’opportunità a Trump di tirarsi fuori dal pantano in cui si trova, accettando le nostre condizioni. Se l’ostinazione americana prosegue, si aspettino presto una risposta diversa dal blocco navale».
La parola “pantano”, usata evidentemente per far eco a quanto nel frattempo stava avvenendo al Congresso, dove il capo del Pentagono, Peter Hegseth ha urlato contro i democratici: «Trump non è impantanato, il vostro odio per il presidente vi accieca». Difendendo così la richiesta di 1.500 miliardi di dollari per il suo dicastero: «Riflette l’urgenza del momento, è un bilancio storico, di guerra». Intanto, però, nel corso dell’audizione, i dem hanno costretto il Pentagono a fornire per la prima volta la cifra spesa finora dagli Stati Uniti in questa guerra: ben 25 miliardi di dollari. Domanda cui Hegseth ha evitato di rispondere, così è toccato al sottosegretario a interim Jules Hurst fornire la cifra: «Soldi spesi in buona parte in munizioni ed equipaggiamenti». Una valutazione, ha aggiunto, per ora «ancora parziale».