corriere.it, 30 aprile 2026
Arabia Saudita, la guerra e il dopo petrolio
La guerra in Iran ha cambiato il modo in cui si guarda oggi all’Arabia Saudita. E anche il modo in cui si leggono alcune delle sue ambizioni più visibili. Negli ultimi giorni Riad ha iniziato a ridimensionare uno dei progetti simbolo di Neom, il resort sciistico di Trojena: due grandi contratti sono stati interrotti, tra cui quello da 4,7 miliardi di dollari assegnato nel 2024 a Webuild per la costruzione di tre dighe destinate a creare un lago artificiale, oltre all’hotel di lusso The Bow. Anche il gruppo malese Eversendai ha annunciato la fine della propria commessa. Una revisione già avviata nei mesi scorsi, che ora si intreccia con il nuovo contesto geopolitico, segnato dall’escalation tra Iran e Stati Uniti e Israele e dalla crescente instabilità nella regione.
Il ridimensionamento di Trojena è il punto in cui la trasformazione saudita incontra il peso della guerra. Ma la direzione non cambia: è quella che emerge lungo l’asse Gedda–Riad–AlUla – il tentativo di costruire un’economia meno dipendente dal petrolio, fondata su industria, energia e turismo. Proprio il turismo, però, una delle grandi scommesse della «Vision 2030» del principe Mohammed bin Salman (Mbs), è anche la direttrice più esposta all’instabilità regionale.
Raccontarlo oggi significa tenere insieme due livelli. Da un lato, ciò che nel frattempo è tornato a dominare la regione – instabilità, rischio, rotte sospese. Dall’altro, ciò che resta visibile sul terreno: una trasformazione concreta, già in atto. Osservare senza pregiudizi non significa rimuovere il contesto. Episodi come l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi restano parte integrante dello sguardo con cui questo Paese viene osservato. Ma non esauriscono ciò che sta accadendo.
Gedda è il punto di ingresso più naturale ed è stato anche il punto di partenza del mio viaggio di aggiornamento professionale a fine novembre. Nella città vecchia resta il segno di un passato da porto sul Mar Rosso: oggi è inclusa dall’Unesco tra i patrimoni dell’Umanità, con le sue stradine strette, i piccoli negozi, gli edifici storici con le finestre «ricamate» a trama fitta, come un velo di legno, per vedere da dentro senza lasciare vedere da fuori, e il souk, dove accettano anche la carta di credito. Ma è ancora un cantiere aperto, con tanti palazzi storici in ristrutturazione per riportarli allo splendore di un tempo. Questa porzione di città, che si anima soprattutto di sera, è distante anni luce dalla città moderna, cresciuta in modo disordinato e senza un disegno verso il deserto, tagliata da strade che assomigliano ad autostrade per dimensioni e traffico. È un mondo a parte anche rispetto alla Corniche, l’elegante passeggiata costiera che per oltre 30 chilometri si snoda lungo le rive del Mar Rosso, con gli hotel di lusso, i ristoranti e i locali alla moda, lo yacht club con le spiagge, il circuito di Formula 1.
Per capire dove punta l’Arabia basta guidare per circa due ore a nord di Gedda, dove si trova uno dei principali impianti di desalinizzazione del Paese, Rabigh 3, gestito da Acwa Power, il gruppo arabo tra i colossi globali del settore, quotato in Borsa a Riad e guidato dall’italiano Marco Arcelli.
Il sito produce circa 600 mila metri cubi d’acqua al giorno e copre l’85% del fabbisogno idrico della città. L’acqua marina viene prelevata tramite condotte posizionate a circa 800 metri dalla costa, a una profondità di 12 metri. Il sistema di pompaggio è composto da cinque pompe, di cui quattro operative e una di riserva. Una volta desalinizzata, all’acqua vengono aggiunti minerali per renderla potabile e adatta al consumo umano.
Il processo prevede anche un sistema di scarico dei residui: le acque di scarto vengono rilasciate in mare attraverso condotte che si estendono fino a circa 1.200 metri dalla riva, per minimizzare l’impatto ambientale costiero.
Dal punto di vista della sicurezza e del monitoraggio, l’impianto è dotato di sensori per rilevare eventuali tracce di petrolio nell’acqua in ingresso. Inoltre, le infrastrutture sono protette da una guarnizione in gomma lungo tutto il perimetro, per garantire isolamento e tenuta del sistema.
Il processo è basato sull’osmosi inversa, che richiede pressione fino a 60 bar e consumi energetici elevatissimi: circa 65.000 kilowattora solo per l’osmosi, mentre il consumo complessivo dell’impianto si attesta tra 80.000 e 82.000 kilowattora per una produzione di circa 25.000 metri cubi d’acqua all’ora. Numeri che chiariscono immediatamente il nodo strutturale del Paese. «In Arabia Saudita acqua ed energia sono inseparabili: rendere sostenibile l’una significa intervenire sull’altra», spiega Marco Arcelli. È questa la chiave del cambiamento in corso: non solo produrre acqua in un Paese desertico, ma farlo riducendo progressivamente la dipendenza da fonti fossili. Ma al momento l’impianto resta ancora dipendente da fonti tradizionali, perché il governo saudita consente al momento solo fino al 30% di energia da fonti solari per questo tipo di infrastrutture.
La gestione operativa è altamente automatizzata ma richiede comunque personale specializzato: quattro operatori nella control room supervisionano il sistema, affiancati da due tecnici sul sito. L’organizzazione del lavoro è strutturata su due turni da 12 ore, per un totale di quattro giorni lavorativi a settimana per ciascun team, un modello intensivo ma concentrato.
Vicino all’impianto, Acwa Power ha sviluppato un’Academy, dedicata alla formazione tecnica e all’innovazione, per creare competenze locali. Un modo per restituire un altro livello della trasformazione, con laboratori, formazione tecnica, workshop. In due anni sono stati depositati cinque brevetti, con un modello che condivide la proprietà intellettuale tra studenti e struttura. È un segnale chiaro: il Regno non punta solo a costruire infrastrutture, ma a sviluppare competenze e capacità industriali interne.
Nel deserto, a circa 160 chilometri a nord di Riad, si trova Sudair, uno dei più grandi impianti solari al mondo, e il primo progetto da un gigawatt realizzato nel Regno. Una distesa quasi infinita di pannelli – oltre 3,2 milioni – che copre una superficie di circa 36 chilometri quadrati, tanto vasta che lo sguardo si perde tra file ordinate che seguono il sole: inclinati a est al mattino, piatti nelle ore centrali, poi verso ovest al tramonto.
Il progetto rientra nel programma di transizione energetica della Vision 2030 voluta dal principe Mohammed bin Salman, con l’obiettivo di portare il Paese al 50% di elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030, un target già raggiunto secondo alcuni esperti. Sudair è stato il primo grande tassello di questo piano: lanciato nel 2017, rappresenta un investimento di circa 3,46 miliardi di riyal sauditi.
Il controllo dell’impianto è affidato a un consorzio strategico che riflette l’architettura industriale del Regno: Acwa Power detiene il 35%, Saudi Aramco il 30%, mentre un altro 35% fa capo a Badeel, società controllata dal Public Investment Fund. Una struttura che combina capitale pubblico e grandi player energetici nazionali, confermando il ruolo centrale dello Stato nella transizione.
Firmato il 29 dicembre 2020, nel pieno della pandemia, il progetto ha avviato la costruzione nell’agosto 2021, entrando in piena operatività nel dicembre 2023. Oggi l’impianto fornisce elettricità a oltre 185.000 abitazioni e consente di tagliare circa 2,9 milioni di tonnellate di CO₂.
L’intero sistema è altamente automatizzato. Ogni notte, circa 5.000 robot puliscono i pannelli dalla sabbia e dalla polvere, una delle principali sfide ambientali del deserto. Stazioni meteorologiche monitorano costantemente le condizioni climatiche, mentre il tasso di degrado dei pannelli resta molto basso, intorno allo 0,3%, con una vita utile stimata tra 25 e 35 anni. Le tecnologie impiegate sono in gran parte cinesi, dai pannelli prodotti da Jinko e Longi ai robot per la pulizia.
Non è previsto, almeno per ora, un sistema di accumulo: l’energia prodotta viene immessa direttamente nella rete nazionale, che già integra circa 12 gigawatt di capacità rinnovabile. Il prezzo dell’elettricità è fissato dal governo, a dimostrazione del ruolo centrale dello Stato nel mercato energetico.
Sudair non è solo un’infrastruttura energetica, ma anche un simbolo della trasformazione saudita. Nel visitor center, progettato in stile Najdi, viene raccontata la visione di un Paese che punta al net zero entro il 2060, con un futuro basato su energia solare, idrogeno verde e grandi progetti come Neom. Che però la guerra in Iran ora rischia di complicare.
Ma il punto non è solo produrre energia. È esportarla. È su questo passaggio che la strategia saudita cambia scala. «Stiamo lavorando a un progetto per portare elettricità pulita dall’Arabia Saudita all’Europa attraverso un cavo sottomarino nel Mediterraneo», spiega Arcelli. Energia prodotta soprattutto da solare, eolico e batterie, disponibile in modo continuo.
Accanto all’elettricità c’è l’idrogeno verde. Anche qui la direzione è già tracciata: Nord Europa. «La domanda oggi è soprattutto in Germania, Olanda e Belgio», osserva. Il modello prevede la trasformazione dell’idrogeno in ammoniaca verde, il trasporto via nave e la riconversione nei Paesi di destinazione. «Possiamo offrire energia a costi competitivi e stabili per 25-30 anni». Il primo grande impianto entrerà in produzione nel 2027. Un secondo è previsto intorno al 2030. L’Italia, per ora, resta più indietro: la domanda industriale è meno concentrata sulle coste e la logistica pesa di più. Ma la direzione è chiara: l’Arabia Saudita prova a trasformarsi da esportatore di petrolio a piattaforma globale dell’energia decarbonizzata.
A Riad è tutta un’altra scala. La capitale è un cantiere a cielo aperto, accelerato dall’assegnazione di Expo 2030 – vinta contro Roma – e da una concentrazione di investimenti che sta ridisegnando la città. Centinaia di gru attive contemporaneamente restituiscono meglio di qualsiasi dato la velocità della trasformazione. Nuovi quartieri, il King Salman Park, un enorme parco urbano nel cuore della capitale, più grande di Central Park a New York. Diriyah, ricostruita attorno al primo insediamento saudita, è uno dei progetti simbolo: un’operazione identitaria oltre che urbanistica. Poi Qiddiya, la città dell’intrattenimento; il nuovo distretto sportivo, l’aeroporto destinato ad ampliarsi. Ovunque gru, cantieri, strade larghe a sei corsie per senso di marcia come autostrade urbane.
La metropolitana, in parte costruita anche con tecnologia italiana, funziona bene e costa pochissimo – poco più di due riyal per due ore – ma non copre ancora tutta la città. Il traffico resta uno dei problemi più evidenti di una capitale che continua ad allargarsi, aumentando le distanze e il tempo necessario per attraversarla.
Il cambiamento è prima di tutto fisico. Nel distretto finanziario, tra torri di vetro e acciaio, Riad ricorda a tratti Pudong o Singapore: caffè, ristoranti, piazze per eventi, il grattacielo del PIF che domina lo skyline. In quei giorni era arrivato anche il Salone del Mobile di Milano, segno di un legame crescente con l’Italia non solo industriale, ma anche culturale e di lifestyle.
Eppure la modernità convive, apparentemente senza scontrarsi, con una società ancora molto tradizionale. Le donne possono stare a capo scoperto, ma molte continuano a indossare velo e abaya, spesso nera, a volte colorata o di design. Quando chiedo il perché, anche le ragazze giovani rispondono che è un segno di rispetto religioso. La separazione tra uomini e donne resta visibile: nelle carrozze della metropolitana, nelle palestre, nelle scuole, nelle università. La Princess Nourah University, solo femminile, è così vasta da avere una metropolitana interna.
Nonostante queste rigidità, colpisce anche un altro aspetto: la percezione di sicurezza. Anche muovendosi da sole, di sera, tra la metropolitana e i souk, non si avverte una particolare sensazione di disagio. Nessuno disturba, l’attenzione è minima. La presenza è discreta, i controlli diffusi, e l’ordine è parte integrante del sistema
È questa la contraddizione più evidente della nuova Arabia Saudita: una trasformazione materiale rapidissima, accompagnata però da una trasformazione sociale più controllata, spesso meno lineare.
L’assegnazione di Expo 2030 ha spinto il Regno a concentrare sforzi e risorse sulla capitale. Secondo fonti locali e operatori coinvolti nei grandi progetti, è in corso una ridefinizione delle priorità. Non un abbandono, ma una ricalibrazione. Anche perché Neom non è un progetto unico: comprende una costellazione di iniziative, da Oxagon, l’area portuale e industriale, alla marina, da Trojena a The Line. Dopo l’arrivo di un nuovo management, è in corso una revisione delle priorità, che dovrebbe chiarire tempi e perimetro dei diversi interventi. Una scelta pragmatica. Ma non riguarda l’energia.
È proprio a Riad che si vede il motore di tutto questo. Il Public Investment Fund (Pif), con circa 930 miliardi di dollari di asset in gestione, è diventato uno degli strumenti più potenti di politica industriale al mondo. Non è solo un fondo: è la regia della trasformazione. Dal 2017, quando è stato ridefinito il suo mandato, il Pif ha il compito esplicito di costruire un’economia meno dipendente dal petrolio. Non si limita a investire, ma crea interi settori da zero: automotive, turismo, intrattenimento, aviazione, energia.
Oggi conta oltre 225 partecipazioni e ha contribuito alla nascita di più di 100 nuove aziende negli ultimi anni. Investe all’estero – dagli Stati Uniti all’Europa – con una doppia logica: rendimento finanziario e acquisizione di competenze da riportare in Arabia Saudita. È il caso, ad esempio, degli investimenti industriali accompagnati da accordi per costruire fabbriche nel Regno, come nel settore degli ascensori o dell’automotive.
Il caso dell’auto è emblematico. Il Regno sta cercando di creare un polo industriale intorno a King Abdullah Economic City, vicino a Gedda, anche grazie a joint venture e partnership con gruppi internazionali. Ci sono il progetto Ceer, nato con Foxconn, per costruire la prima auto araba; la presenza di Lucid; il rapporto con Hyundai; l’accordo con Pirelli per una fabbrica di pneumatici. La logica è sempre la stessa: attirare tecnologia, costruire produzione locale, trasformare l’Arabia Saudita in piattaforma industriale.
A livello globale, il portafoglio include partecipazioni in grandi gruppi e fondi internazionali, ma anche asset strategici come infrastrutture e sport – dal Newcastle United al circuito LIV Golf – utilizzati anche come leva di posizionamento internazionale. In Italia PIF ha partecipazioni in realtà come Pagani e Benetti, e guarda a settori in cui il Paese ha competenze riconosciute: meccanica, lusso, turismo, manifattura avanzata, energia. L’interesse non è solo finanziario: quando possibile, l’investimento si accompagna all’idea di creare una presenza produttiva o tecnologica anche in Arabia Saudita.
Allo stesso tempo, il fondo guida la transizione energetica: attraverso partecipazioni in società come Acwa Power, punta a sviluppare fino a 50-70 gigawatt di capacità rinnovabile entro il 2030.
La logica è usare la rendita del petrolio per costruire l’economia del dopo petrolio. Ma anche qui emerge un elemento chiave: il pragmatismo. «I progetti vengono rivisti, le priorità adattate», spiegano fonti locali. La revisione in corso su Neom – con un nuovo management e una ridefinizione degli obiettivi – va letta in questa chiave: non un arretramento, ma una riallocazione delle risorse.
Osservare da vicino l’Arabia Saudita aiuta a mettere a fuoco alcuni elementi. La trasformazione è già concreta. Non riguarda solo i grandi progetti, ma anche competenze e capacità produttive. E il rapporto con l’Italia può crescere molto, tra industria, infrastruttura e settori creativi. Più di tutto colpisce però un altro aspetto: la combinazione tra capitale, visione politica e capacità di esecuzione. Vision 2030 non è solo un obiettivo dichiarato, ma una cornice operativa che orienta investimenti e scelte, nche quando il contesto cambia.
Se Riad mostra la scala finanziaria e infrastrutturale della trasformazione, AlUla ne racconta la componente più culturale. Qui Vision 2030 assume un volto diverso, fatto di archeologia, paesaggio, turismo di fascia alta, artigianato e soft power. Il primo segnale arriva già dall’aeroporto, ampliato e destinato a crescere ancora, con un traffico internazionale in aumento e compagnie come Qatar Airways, Air France e Flydubai. Ma non vuole diventare una destinazione di massa. La Royal Commission for AlUla (Rca) punta a un modello controllato: circa 300 mila visitatori nel 2024, un obiettivo tra 1 e 1,2 milioni entro il 2030 e un tetto massimo di 2 milioni entro il 2035, per evitare l’overtourism.
«L’obiettivo è costruire una destinazione sostenibile nel lungo periodo», spiega Abdulrahman S. Altrairi, manager della Rcu. La strategia si sviluppa in tre fasi: la prima conclusa nel 2023, la seconda in corso fino al 2030, la terza destinata a completare il progetto entro il 2035.
Il cuore è l’asse che dalla città vecchia arriva fino a Hegra, il primo sito saudita iscritto nella lista Unesco. L’ultima famiglia ha lasciato la città vecchia nel 1981; da allora l’area è rimasta disabitata fino all’avvio del progetto di rigenerazione. Oggi il masterplan «Journey Through Time» punta a trasformare questo corridoio storico in una destinazione culturale integrata, dove archeologia, paesaggio e ospitalità convivono.
Il patrimonio è ancora in gran parte da esplorare. Nell’area sono stati censiti migliaia di graffiti e iscrizioni, mentre gli scavi proseguono con partner internazionali, incluse università europee e italiane. A Hegra, le tombe nabatee scavate nella roccia, con portali che ricordano Petra, sono già il centro dell’offerta turistica. Ma AlUla vuole estendere l’esperienza anche alle ore serali e collegare meglio i siti: tra i progetti c’è anche un tram tra AlUla e Hegra, affidato ad Alstom.
Lo sviluppo turistico procede per cerchi concentrici. Prima l’ultra-lusso, con oltre 7 mila jet privati atterrati negli anni iniziali del posizionamento internazionale; poi una progressiva apertura a un pubblico più ampio. Accanto agli hotel di fascia alta – Four Seasons, Six Senses, Hyatt – sono previsti modelli più accessibili: fattorie certificate per l’ospitalità, strutture simili agli affitti brevi, nuove forme di accoglienza regolata.
Ma AlUla non è solo turismo. È anche un laboratorio sociale. A Madrasat Addeera, scuola-laboratorio dedicata alla rigenerazione delle tradizioni artigianali locali, circa 150 studenti – il 95% donne – imparano lavorazione della pietra e del legno, intreccio delle foglie di palma, tessitura sadu, ricamo, feltro, pittura e design tessile. Alcune hanno già creato un marchio o aperto un negozio nella città vecchia. I pigmenti vengono ricavati dalla roccia locale, dai semi di dattero bruciati, dalle pietre del territorio. È una forma di sviluppo più lenta, ma strategica: costruire economia a partire dall’identità.
Altrairi insiste su questo punto: AlUla deve dimostrare che non esiste necessariamente conflitto tra sviluppo, tutela della natura e conservazione culturale. Il territorio si estende per oltre 22 mila chilometri quadrati e più della metà è classificata come riserva naturale. La principale è Sharaan, dove si è svolto anche l’incontro tra Giorgia Meloni e Mohammed bin Salman nel gennaio 2025. Il principio, dice, è «sviluppare il futuro ispirandosi al passato»: colori, materiali, architetture e nuovi edifici devono dialogare con montagne e deserto, non imporsi sul paesaggio.
Il simbolo più visibile di questa ambizione è Maraya, il grande edificio rivestito di specchi che riflette il deserto invece di interromperlo. Costruito in 72 giorni per il G20 del 2020, doveva essere temporaneo, invece è diventato uno spazio permanente per concerti, eventi istituzionali e incontri internazionali. Il nome significa «specchio» in arabo, e la funzione è quasi programmatica: mostrare al mondo un’Arabia diversa, antica e futuribile insieme.
In questo senso AlUla è forse il luogo in cui la trasformazione saudita appare meno muscolare e più sofisticata. Non sostituisce l’energia, la finanza o i cantieri di Riad: li completa. Perché l’economia del dopo petrolio, nelle intenzioni del Regno, non si costruisce solo con gigawatt, aeroporti e capitali. Si costruisce anche trasformando il patrimonio culturale in industria turistica e l’immagine internazionale in una nuova forma di potere, alimentata da grandi eventi globali e dallo sport, con figure simbolo come Cristiano Ronaldo.