Corriere della Sera, 30 aprile 2026
Intervista a Margherita Oggero
«Mi chiami pure vecchia. Non c’è mica niente di dispregiativo. Odio gli eufemismi: ho ottantasei anni, sono più che “anziana”! Come quelli che per dire che uno è morto dicono “scomparso”, oppure, peggio, “salito al cielo”».
Allora partiamo così: Margherita Oggero, scrittrice, giallista, nata a Torino nel 1940.
«E subito sfollata in quella che un tempo era campagna: località La Barca, il paese dei lavandai. Mio padre fu mandato nella campagna di Russia: tornò a piedi, vivo ma devastato nella psiche e nel corpo, era senza denti. È morto che avevo quindici anni, ora che sono vecchia m’è venuta nostalgia di un padre che non ho fatto in tempo a conoscere».
Che infanzia fu?
«Comunque felice. E della guerra mi sono rimaste due cose: non spreco mai il cibo e di ogni pezzo di carta consumo fino all’ultimo angolo. Qualche tempo fa mi portano in uno di quei posti in cui mangi quanto vuoi, ordinano, e lasciano un sacco di cose. “Tanto è gratis”, mi dicono. Son diventata matta».
Asilo dalle suore, a Torino.
«Delle tipe incredibili, ricordo una che si metteva in mezzo al cortile e cantava “Brodo, brodo / pastasciutta mai / e il pollo arrosto / se lo mangian gli officiai”».
Viveva a Barriera di Milano, quartiere popolare, e continua ad abitare qui, vicino al mercato di Porta Palazzo...
«Mi piacciono i mercati, mi piace il meticciato...».
Preferisce la periferia al centro?
«Sono importanti tutti e due: il centro è la storia, la periferia il futuro».
Poi s’appassionò al teatro.
«Cominciai a seguire un corso. Non dimenticherò mai quella domenica pomeriggio quando andammo in pullman al Piccolo di Milano a vedere l’Opera da tre soldi diretta da Strehler. Era il 1956, avevo sedici anni».
Il suo primo lavoro?
«A diciannove: mandai il curriculum alla Rai. Mi presero subito. L’Italia della fine degli anni Cinquanta era così, c’era lavoro per tutti, era la Grande Ricostruzione».
Cosa doveva fare?
«Occuparmi di una trasmissione radiofonica di servizio per i turisti stranieri, si chiamava Benvenuto in Italia: erano messaggi trasmessi in tre lingue del tipo “Il cittadino francese Vattelappesca è stato ricoverato, i suoi parenti sono richiesti...”. Andava in onda la mattina presto, ricordo che il regista Massimo Scaglione arrivava con il cappotto sopra il pigiama e poi se ne tornava a dormire. Io sostituii uno che s’era rifiutato di svegliarsi all’alba».
Ma continuò gli studi.
«Mi sono laureata con lo storico delle religioni Oscar Botto con una tesi sul buddismo primitivo, dopo aver studiato sanscrito. Mi incuriosiva l’India perché mi pareva l’opposto della civiltà occidentale. Cosa che poi non è nemmeno troppo vera».
E così iniziò anche a insegnare.
«Mi piaceva tantissimo. Ho insegnato in ogni tipo di istituto, ma a un certo punto ho capito che volevo andare ai professionali, per fare un po’ di differenza. La scuola è l’istituzione più importante di un Paese. Mi prese l’orticaria quando Berlusconi tirò fuori le tre I – Internet, Inglese, Impresa – dicendo che la scuola deve preparare al lavoro. La scuola deve preparare alla vita!».
Nel frattempo aveva conosciuto quello che sarebbe diventato suo marito.
«Alberto Oggero, è morto nel 2010. Ci sposammo nel 1971, ai quei tempi si prendeva il cognome dell’uomo per legge. In piemontese, la nuora è “madamin” finché non muore la suocera, solo allora diventa “madama”».
Usa il dialetto?
«È stata la mia prima lingua. Amo che abbia alcune raffinatezze – soprattutto sulle questioni corporee e familiari – che l’italiano non ha».
Mi dice il suo cognome da nubile?
«No».
A inizio anni Duemila va in pensione e diventa una delle più amate gialliste italiane.
«Mi dissi “ho tanto tempo libero, cosa faccio?”. Mio marito provava a spiegarmi il bridge, ma non ero portata. Così tentai con la scrittura e, dopo una serie di botte di fortuna, nel 2002 uscì La collega tatuata».
Chi erano i suoi punti di riferimento?
«Quelli altissimi Fruttero e Lucentini. Ma poi c’era anche una giornalista torinese, Gianna Baltaro, che era stata la prima donna a fare cronaca nera e che scriveva polizieschi».
Le piaceva la letteratura di genere?
«Mi piaceva e mi piace, anche la fantascienza. Non hai mica sempre voglia di mangiar pernice, qualche volta vuoi pane e mortadella».
Il personaggio dell’insegnante-investigatrice nato con «La collega tatuata» è finito sullo schermo: nel 2004, in «Se devo essere sincera» aveva il volto di Luciana Littizzetto, poi quello di Veronica Pivetti in sette stagioni della serie Rai «Provaci ancora, prof!».
«Mi piace la determinazione di entrambe e che, quando avemmo a che fare, non abbiano fatto le dive. Chi più, chi meno».
Com’è la sua Torino, oggi?
«Avvolta dal livore che circola in tutte le città italiane. È difficile scambiare un sorriso... Vedo molta paura del futuro, molta precarietà economica».
Per un secolo è stata la città della Fiat.
«Ma adesso agli Elkann piace il gioco della finanza internazionale, dell’industria che hanno ereditato non gli importa più niente...».
Negli ultimi tempi Torino è finita sulle cronache nazionali per gli scontri che hanno seguito lo sgombero del centro sociale Askatasuna.
«La vicenda è stata gestita male da tutti e ha fornito dei pretesti. Non me la prendo con le forze dell’ordine, ma Torino è sempre stata un laboratorio sociale, e lo deve rimanere. Ci sono progetti bellissimi: lo sa che qui al mercato di Porta Palazzo a fine giornata distribuiscono l’invenduto?».
È un momento di forte polarizzazione delle opinioni.
«Proprio per questo è necessario fermarsi e ragionare. Pensi all’episodio di Rogoredo, del ragazzo ucciso dal poliziotto. I giudizi tranchant della prima ora si sono rivelati del tutto sbagliati».
Lei che c’è nata in mezzo, avrebbe pensato di vedere tante altre guerre?
«Nemmeno all’inizio degli anni Sessanta – con Kennedy, Cuba, Kruscev – abbiamo vissuto quello che stiamo vivendo adesso».
Il 5 maggio uscirà, per Einaudi, il suo nuovo romanzo, «Le piccole viltà».
«Il titolo è un gioco che sovverte Le piccole virtù di Natalia Ginzburg. Racconto i piccoli gesti – fatti o mancati – di cui ci vergogniamo. Al centro della storia una famiglia che pare disfunzionale, ma in fin dei conti tutti abbiamo le nostre debolezze...».
Cos’ha capito della vita?
«Che bisogna avere uno sguardo laterale, non dare giudizi senza appello e vivere con un minimo d’ironia».
E della morte?
«Nessuno è mai tornato per dire se di là c’è qualcosa. Mi piacerebbe ci fosse un qualche tipo di ricongiunzione con i propri affetti, ma non so: non sono mai morta».
È credente?
«Sono agnostica fin da quando, bambina, una suora ci proibì di fare correzioni in un compito e disse “se ci saranno delle cancellature dio ve ne chiederà conto!”. Non potevo credere in un dio che si occupava di cose così irrilevanti».