Corriere della Sera, 30 aprile 2026
Carlo III, il sovrano che parla da politico
La Corona si è sempre sollevata al di sopra delle beghe quotidiane: ma Carlo, con le sue 2.624 parole di discorso davanti al Congresso americano, ha dimostrato di essere davvero un «re politico», pronto se serve a sporcarsi le mani, seppure nella maniera felpata e suadente propria di un monarca del suo rango.
Siamo ben lontani dalla «Sfinge» Elisabetta, di cui non si è mai saputo cosa pensasse veramente e che mai si era lanciata in pronunciamenti che sapessero di schieramento.
Ma d’altra parte, nel suo lunghissimo apprendistato da principe di Galles, Carlo non si era fatto scrupolo di manifestare a destra e a manca predilezioni e avversioni, che fossero la battaglia per l’ambiente o il disdegno per l’architettura moderna. Tanto che, prima della sua ascesa al trono, c’era chi temeva che sarebbe stato un «re impiccione», che si sarebbe immischiato negli affari della politica, come faceva da principe bombardando i ministri di lettere e petizioni vergate con calligrafia illeggibile (le «lettere del ragno», dicevano). E per questo, nel discorso di insediamento, aveva tenuto a puntualizzare che da sovrano avrebbe rispettato i limiti costituzionali.
Ma è invece sul terreno della diplomazia che Carlo ha trovato il modo di mettere in partica il suo innato attivismo: e il discorso al Congresso è stato il suo capolavoro. In un momento di difficilissima tensione fra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il re è riuscito a richiamare soavemente Donald Trump su ogni punto scottante: gli ha rammentato l’importanza della Nato, quando il presidente Usa minaccia di sfilarsi; lo ha esortato a sostenere l’Ucraina, quando l’America sembra sul punto di mollare Kiev; ha ribadito l’importanza dell’ambiente a un leader negazionista sul clima; ha rivendicato il contributo britannico dopo l’11 settembre, di fronte agli insulti alle forze armate di Londra. E ha perfino trovato il modo ricordargli i pesi e contrappesi della Costituzione, argine di ogni tentazione autoritaria.
Un discorso tanto pugnace quanto sottile, la cui portata probabilmente è sfuggita in primo momento allo stesso Trump: che ha invece fatto grande professione di amicizia verso la Gran Bretagna, soggiogato dal carisma del re e dal fascino della Corona. Carlo ha così portato a termine il compito di restaurare una relazione speciale gravemente incrinata: dimostrandosi il vero ministro degli Esteri del Regno Unito, il diplomatico in capo, l’uomo delle missioni impossibili. E pensare che c’era chi gli aveva sconsigliato di andare, di fronte ai rischi della missione americana: ma lui ha voluto raccogliere la sfida, a dispetto di tutto.
Il suo regno sarà breve, inevitabilmente, per ragioni di età e di salute, ma Carlo III sta già imprimendo una svolta destinata a restare anche dopo di lui: il re era stato ossessionato per tutta la vita dall’urgenza di fare la differenza, e la sta facendo sulla scena internazionale, dimostrando che la monarchia resta l’asset più prezioso del Regno Unito, l’arma (non) segreta cui fare ricorso nei momenti più difficili.
Per i repubblicani più incalliti, convinti dell’irrilevanza contemporanea della Corona, forse è il momento di mettersi l’animo in pace.