Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 30 Giovedì calendario

Comey si costituisce. Subito scarcerato su cauzione

Da una spiaggia della costa della Carolina del Nord, James Comey, ex capo dell’Fbi, posta su Instagram una foto di una sequenza di conchiglie che disegnano i numeri «86 47», accompagnati da una didascalia: «Una curiosa formazione di conchiglie durante la mia passeggiata in spiaggia».
Era maggio del 2025. Oggi quei numeri sono diventati il cuore di un’inchiesta federale. Perché l’«86», nel gergo anglosassone della ristorazione, viene letto come un invito a «eliminare», mentre il «47» è stato associato al 47esimo presidente Usa: eliminare Trump.
Ieri, Comey si è costituito in Virginia, ed è comparso davanti a un giudice in un’udienza durata dieci minuti, dopo che nei suoi confronti è stato emesso un mandato di arresto con l’accusa di aver «minacciato di morte» il presidente degli Stati Uniti proprio con quel post. È stato rapidamente rilasciato su cauzione, ma il precedente resta: è il primo capo del Bureau a finire in un’aula giudiziaria con un’imputazione di questo genere. Comey – nominato da Barack Obama ai vertici dell’Fbi e confermato dallo stesso Trump durante il suo primo mandato – è già stato al centro di un’altra vicenda giudiziaria sul Russiagate.
Questa seconda incriminazione, però, è diversa. I fatti: quel post, rimasto online poche ore, viene cancellato da Comey con una breve dichiarazione. Dice di «non essersi reso conto che alcune persone associano quei numeri alla violenza», e di essere «contrario alla violenza di qualsiasi tipo». La versione di Trump e dei suoi alleati è però un’altra: trattasi di un messaggio cifrato, una minaccia indiretta nei confronti del presidente degli Stati Uniti.
A quel punto interviene Kristi Noem, allora segretaria del dipartimento per la Sicurezza Interna, che annuncia un’indagine aggiuntiva definendo il post un incitamento «all’assassinio» del tycoon. La pressione monta, finché il gran giurì del Distretto orientale della Carolina del Nord, sulla base di una richiesta del ministro della Giustizia ad interim Todd Blanche, decide di trasformare la polemica in un atto d’accusa formale.
In una conferenza stampa nervosa, scandita da microfoni e flash, Blanche spiega i due capi d’imputazione. Il primo: avere minacciato con consapevolezza e volontà «di uccidere e di infliggere lesioni fisiche» al presidente americano. Il secondo: avere «trasmesso consapevolmente e volontariamente una comunicazione interstatale contenente una minaccia di morte» al presidente.
In un video pubblicato sulla piattaforma Substack, l’ex direttore dell’Fbi si difende con voce calma: «Non finirà qui. Tuttavia, per quanto mi riguarda, nulla è cambiato. Sono ancora innocente. Non ho ancora paura. E continuo a credere nell’indipendenza della magistratura federale», scandisce. Poi l’avvertimento: «È però fondamentale che tutti noi ricordiamo una cosa: questo non è il modo in cui il dipartimento di Giustizia dovrebbe operare. La buona notizia è che, giorno dopo giorno, ci avviciniamo sempre più al ripristino di quei valori. Non perdete la speranza».