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 2026  aprile 30 Giovedì calendario

Londra e i Paesi nordici uniscono le loro flotte contro Mosca

Una flotta multinazionale, a guida britannica, per contrastare la minaccia russa nei mari del Nord: lo ha annunciato ieri a Londra il generale Gwyn Jenkins, che è il «First Sea Lord», ossia il comandante in capo della Royal Navy, la marina militare britannica.
Parlando a Westminster nella sede del Rusi, il più antico think tank britannico dedicato alla difesa e sicurezza, il generale ha delineato l’intenzione di arrivare entro fine anno a una Dichiarazione per il varo della «Iniziativa Flotta del Nord», che vedrà i Paesi baltici e scandinavi coalizzati attorno alla Gran Bretagna per mettere in campo una forza marittima multinazionale, il cui comando potrebbe essere situato nella base militare di Northwood, appena fuori Londra.
Come ha spiegato il First Sea Lord, «la Russia rappresenta la minaccia più grave alla nostra sicurezza»: solo nell’ultimo anno, le azioni ostili delle navi e dei sottomarini del Cremlino sono cresciute di oltre il 30%. Ormai gran parte delle attività della Marina britannica sono dedicate al contrasto delle incursioni russe nell’Atlantico del Nord, che prendono di mira in particolare la complessa rete di cavi subacquei lungo cui corrono le telecomunicazioni.
La nuova flotta multinazionale sarà modellata sulla Jef e ne sarà una espansione: la Joint Expeditionary Force è l’alleanza militare, a guida britannica, che comprende i Paesi baltici e scandinavi ed è concepita in funzione anti-russa. La Flotta del Nord avrà quello stesso spirito e sarà una alleanza a geometria variabile che si fonda su accordi già esistenti, come quello siglato da poco fra Gran Bretagna e Norvegia. «È un modo di aiutare la Nato, non di soppiantarla», ha precisato il generale Jenkins, ma si tratta di rendere operativa una forza «per combattere subito, se necessario».
Perché il timore, negli ambienti militari di Londra, è che di fronte a un eventuale attacco russo la Nato prenderebbe troppo tempo per rispondere: e non è un mistero che, dopo le giravolte di Donald Trump, lo scudo dell’Alleanza Atlantica non è più percepito come così affidabile. Per di più, si chiedono i militari britannici, cosa succederebbe se l’America fosse distratta da una guerra nel Pacifico? La capacità degli Stati Uniti di impegnarsi su due fronti non è più così scontata.
Inoltre, dopo la Brexit, Londra si sente più vulnerabile: la minaccia russa è reale e imminente e dotarsi di un deterrente efficace è una necessità.
Come ha detto il First Sea Lord, «il mare è centrale per la sopravvivenza», anche perché, come ha dimostrato la guerra in Iran, «il potere marittimo è vitale per salvaguardare l’economia». Dunque bisogna «assicurare la superiorità» sugli avversari, perché «mantenere lo status quo non è più abbastanza» e «la pace si mantiene attraverso la forza».
Un’altra lezione della guerra in Iran, secondo il generale Jenkins, è la «vulnerabilità delle piattaforme navali tradizionali»: per cui il comandante della Royal Navy ha dedicato buona parte del suo discorso a delineare il modello di una «Marina ibrida», in cui ai vascelli con equipaggio si affiancano droni e mezzi di superficie e subacquei comandati a distanza. Un esempio, questo, preso dall’esperienza maturata sul campo e in mare dagli ucraini.